dolori di pancia

 

CHIUSO

CHIUSO  per mancanza di parole (mie).

CHIUSO in attesa che troppe parole trovino una piccola soluzione.

CHIUSO perchè tanto sono, siamo, tutti uguali  dunque che sarà mai una  furbata.

CHIUSO perchè le critiche che muovo sono le stesse di mia nonna 30anni fa.

CHIUSO  perchè il vento mi porta echi di guerre.

CHIUSO per arieggiare le idee.

CHIUSO pensando a mia madre e al suo sorriso sul mondo.

CHIUSO ma poi chissà.

E intanto la Sally-ina se la dorme

(sul ponte sventola) Bandiera bianca

Borghezio: “La Idem?
Puttane nelle istituzioni”

Ma poi ci fu il Maestro Battiato che parlò di troie e troiaio riferendosi al Parlamento italiano ma in quel caso lui chiarì che era un’espressione colorita per definire un mercimonio generalizzato. Dovette dimettersi da assessore, lui.

L’europarlamentare Borghezio (è stato poi espulso? Dal PE), non è un neofita. Ricordate in quell’occasione se la prese sempre con una donna, Cécile Kyenge, Ministra del Governo italiano in carica, indirizzandole una volgarissima battuta razzista.

Sarebbe troppo facile obiettare che l’attuale ministra per le Pari opportunità di questo Governo , Josefa Idem, passerà alla Storia dello Sport internazionale per le molteplici medaglie d’oro vinte per l’Italia, e non certo per l’epiteto affibbiatole da codesto rubizzo e volgare rappresentate del sesso forte, quello che verso la mezzanotte non disdegna una ‘toccata e fuga’ per qualche dieci euro.
Quello di cui non riesco a capacitarmi è che un uomo che evade le tasse o porta capitali all’estero o commette qualsivoglia reato contro il patrimonio viene definito mascalzone, furfante, furbetto, e una donna debba essere etichettata sempre e comunque come una puttana.

Abbiamo assistito tutti noi impotenti (gioco forza), attoniti , alla mancanza di rispetto, al progressivo degradare del linguaggio , al non rispetto delle istituzioni e di ciò che dovrebbero rappresentare.
Quello a cui non voglio e non potrò mai adattarmi, adattarmi no, ma porre tra me e gli ‘altri’, è una sorta di barriera anestetica contro il linguaggio virulento, la violenta delle parole e delle azioni che colpiscono le donne. Il genere femminile in quanto tale.

Certi non personaggi alla Borghezio dovrebbero venire ignorati , e in questo i media sono colpevoli nel fare da megafono a certi comportamenti che reiterati ormai non ‘sputtanano’ più l’autore ma feriscono ogni donna nella sua dignità di persona. Rendono ‘luoghi comuni’ atteggiamenti inaccettabili, autorizzano nei fatti ogni violenza contro le donne.

Quanto alla ministra Idem se ha fatto, come pare, dei pasticci ai danni dell’erario pagherà ma per piacere, evadere le tasse non significa essere una puttana e comunque visto che è il ‘mestiere più antico del mondo’ perché non cominciamo a preventivare di mettere tutte queste prestatrici d’opera a partita Iva e multare sia loro che i clienti in assenza di ricevuta fiscale? Altro che Imu sì, Imu no.
Io ci farei un pensierino ma purtroppo questo è un Paese bigotto di vizi privati e pubbliche virtù dove una disadattata minorenne marocchina viene riconosciuta dall’ intero Parlamento nipote di un leader straniero.

Ecco, allora, che il termine neutro ‘troiaio’ trova purtroppo parecchie applicazioni come asseriva il Maestro Franco Battiato

Nostalgia canaglia

Sta prendendo forma l’Estate romana.

A El sabor de l’alegrìa mancherà una delle mie artiste più care scomparsa l’anno scorso  (che a Roma è venuta più volte per la rassegna Roma incontra il mondo al laghetto di Villa Ada) Cesaria Evora , la grande cantante capoverdiana, ma quanti tra noi conosco sia il suo altissimo livello artistico che richiama il dolore, la desolazione ma anche la gioia della sua isola, e dunque il suo impegno volto al cambiamento?
Senza casse di risonanza, come molti suoi colleghi, ha girato il mondo la “diva dai piedi scalzi”, leggera, non più fanciulla, con la sua voce e il suo sguardo che squagliano il cuore. Ambasciatrice attenta per l’Onu ha lottato e si è spesa contro la fame nel mondo.
Due canzoni, per chi non la conoscesse, la prima che racchiude i suoni della sua isola e la seconda, che meraviglia! una ”Besame mucho” da brividi.
Profumo d’estate, sentimenti che evaporando si spandono, nostalgia canaglia.

razzismo e stupro

Ma voi non credete che sia meglio che io mi lasci andare a pensieri (stupidamente) bucolici che volano su ali leggere, piuttosto che fare ripiombare tutti noi in un mondo malsano e mefitico dove una donna contro un’altra donna sventola l’oltraggioso  spauracchio dello stupro semplicemente perché quella sua sorella è diversa da lei per il colore della pelle?

Come può sentirsi una donna, ancorché intelligente, impegnata socialmente, ministro del nostro Governo e che per il Governo cura per l’appunto  le Pari opportunità di noi donne nella società, se proprio  un’altra donna ancorché stupida, rozza, ignorante, “in un momento di rabbia”  invia attraverso un megafono come FB (ma quante schifezze hanno voce in questo libro faccia!) la proposta di stuprarla?

Ma che figura ci facciamo noi tutte e tutti  se al nostro Paese non solo viene riconosciuto il primato del razzismo  ma, ora, appesantito dall’aggravante  di una ‘punizione’, di un’altra piaga,  come lo stupro che tentiamo con ogni mezzo  di contrastare cercando di insegnare soprattutto agli uomini il rispetto e la tolleranza? Sorellanza? ma di cosa parliamo. Dove la solidarietà del movimento di Se non ora quando?

Ecco,  ho detto anche troppo con la certezza che il troppo non basti ancora e il silenzio sia la preghiera.

all I need is love

Divento così di cattivo umore e triste aprendosi la home page di La Repubblica che l’ ho modificata con quella indolore di Google search.

Forse l’ultima notizia positiva è l’elezione del mio sindaco ma anche qui…eletto , sì, con una maggioranza fortiddima ma del voto totale di soltanto il 40% dei cittadini. Un sindaco quasi ad personam. Abbiamo (intendo il Pd) anche vinto in tutti i municipi e questo, mentre da una parte è una bella cosa dall’ altra – ora – impone rigore e capacità dei nostri mini sindaci di gestire la città dando un bel cambio di marcia.

Oggi mi sono svegliata per la prima volta verso le sei con gli uccellini che cinguettavano. A dire il vero risultava una melodia di toni a formare un sottiler discorso musicale. La luce filtrava dalle persiane ed ho capito che sarebbe stata una giornata di sole. Poi ha suonato la sveglia ma prima ancora ho avuto le mie leccatine di buongiorno di Sally che non appena percepisce un mio movimento, come i bambini,  si sente autorizzata a energici saluti.

Petulante come i bambini perché lei a tutti gli effetti è una piccola bimba al mio fianco,  insostituibile con il suo carattere volitivo e dolce che riesce sempre a convincermi (parlo al singolare ma anche il mio ‘bambino’ è suo succube ne più ne meno) a lasciare perdere quel che faccio per giocare o uscire perchè il giardino non fà testo è solo un prolungamento della portafinestra.

Lei, oggi, è titolare a pieno diritto di quell’ amore che da sempre nella nostra famiglia è stato destinato ai nostri compagni a quattro zampe. La loro presenza è stata indispensabile alla crescita di mio figlio nell’educarlo alla delicatezza e al rispetto, alla capacità di rapportarsi con un mondo altro.
Più che Sally, e Wendy , prima ancora di loro c’è stato Golia che ha asciugato le mie lacrime, tante, della separazione. Un rituale che esplodeva la sera non appena ero sicura che il bambino non mi sentisse. Piangevo, la testa appoggiata al bracciolo di un alto divano e Golia con il suo naso mi girava il viso e guardandomi mi asciugava le lacrime.
Golia era un levriero afgano gigantesco, nato lo stesso anno di Luca e quando Luca ha smesso di gattonare il suo primo appoggio è stato il collare di Golia ed erano buffi e teneri da vedere, entrambi sbilenchi, il bambino incerto, le gambe arcuate dal pannolone e il grande cane compreso nel suo ruolo di accompagnatore.

Non so perché questi pensieri oggi, anzi sì, il desiderio di un bel ricordo che mi rassereni mentre fuori l’aria è tersa come cristallo e mi separa da tutto quello che vi è altrove e che per un giorno  non voglio sentire né sapere.

All I need is love.

‘Mi piace’ no grazie!

Dite pure quel che vi pare, pensatela nei modi più diversi e, magari , illuminatemi ma a me quel ‘Mi piace’ che ormai imperversa ad ogni pensiero, ad ogni azione, che trovi spazio sul web, NON ‘Mi piace’ affatto.
Quello che vorrei chiedervi è pochi secondi in più per commentarli, sempre che vi piacciano davvero e non si tratti di una visita di cortesia, un tastino che certifica un passaggio perché a dirla tutta a volte mi viene anche da pensare malignamente che in effetti quello che ho scritto non interessi affatto, che non sia stato letto, ma che attestare la propria presenza sia una gentilezza un po’ dovuta da ritornare. Una sorta di Do ut des edulcorato ma sterile.
Recentemente, in messaggio privato, un blogger mi ha confessato che a lui questa opzione serve per valutare l’appeal di quel che scrive, il numero di ‘passaggi’ da incentivare in un tourbillon di ‘Mi piace’ impazziti.
Su Splinder questa opzione salva presenza non c’era e le cose andavano molto meglio con un dialogo che si snodava tra i lettori.
Sarò io? Ma quando all’ennesimo  ‘Mi piace’ vengo informata dal solerte WP che ne ho raggranellati 10 -20 – 30, a me viene da dire ‘ecchisene’ e ancora ‘Possibile che a quasi nessuno sorga un pensiero uguale o contrapposto?’
‘Mi piace’, NO grazie e..senza rancore 🙂

Corsi e ricorsi, schegge impazzite

“La guerra provò a ucciderci in primavera. Quando l’erba tingeva di verde le pianure del Ninawa e il clima si faceva più caldo, e pattugliavamo le colline basse dietro città e cittadine….Mentre dormivamo la guerra fregava a terra le sue mille costole in preghiera. Quando arrancavamo sfiniti i suoi occhi erano bianchi e spalancati nel buio. Se non mangiavamo, la guerra digiunava, nutrita dalle sue stesse privazioni. Faceva l’amore e procreava e si propagava col fuoco.
Poi, in estate, la guerra provò a ucciderci mentre il calore prosciugava dei colori le pianure.”

The Yellow Birds è la guerra vissuta e poi raccontata ‘dal di dentro’ dal giovane (reale) Kevin Powers che come molti ragazzi americani in cerca di fortuna o per senso di Patria, si arruola a diciassette anni e a diciannove viene mandato come mitragliere in Iraq da dove rientra tre anni dopo devastato dai sensi di colpa per non avere salvato quello che era diventato il suo migliore amico ma soprattutto per non essere riuscito ad attenuare la brutalità e l’orrore della guerra in Medio oriente. L’io narrante, John Bartle, si è arruolato per provare a sé stesso di essere un ‘uomo’ convinto che la sua guerra avrebbe salvato il mondo e lui sarebbe diventato un eroe. Ne ritorna straziato e fragile, un ragazzino che ha giocato alla guerra e ne è stato divorato nell’anima.

In un mondo accecato dall’odio, dal desiderio di redenzione da un lato e di sopraffazione dall’altro, c’era bisogno di un altro libro per sottolineare che ogni guerra è ingiusta e che ogni morto pesa sulla coscienza del mondo intero?
La mia risposta è sì, ricordare sempre fino alla nausea, il guaio è che la nausea non arriva mai dove dovrebbe arrivare perché la guerra è un gioco per chi pianifica le strategie e sposta pedine.
‘Esportare democrazia’ e ‘Peace keeping’ parole salvifiche per chi  ha bisogno di auto assolversi.

Mio padre morì in una ‘missione di pace’, il suo C119 venne abbattuto, era uno dei tre ‘vagoni dell’aria’ del  XIX stormo, portavano viveri e medicine per l’Onu.
Non ci furono ossa nelle bare (ed ad accoglierli niente applausi) ma dopo due settimane ricevemmo una sua cartolina e un casco di piccole banane dolcissime regalo della sua missione precedente.  Ero molto piccola per sapere o ricordare però le banane da allora non le ho più mangiate.

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