ieri oggi domani

Virginia Wolf,  Durante un attacco aereo a Londra.

“Finalmente tutti i cannoni hanno smesso di sparare. Tutti i riflettori si sono spenti. Il buio naturale dell’estate ritorna. Si sentono nuovamente gli innocenti rumori della campagna, una mela cade per terra. Un gufo grida, spostandosi da un albero all’altro. E qualche parola quasi dimenticata di un vecchio scrittore inglese mi viene in mente: “I cacciatori si sono alzati in Americai …”. mandiamo dunque queste note frammentate ai cacciatori che si sono alzati in America, agli uomini e alle donne il cui sonno non è ancora stato interrotto dai rumori della mitragliatrice, con la speranza che vengano ripensate, generosamente e caritevolmente, e forse rimaneggiate fino a diventare qualcosa di utile.

E adesso in questa metà buia del mondo, a dormire!”

 

 “Inutile brindisi all’Europa, serve un’Italia che difenda i confini” Salvini a Lampedusa.

“Non temete di abbracciare i confini” Papa Bergoglio

Immagini prese dal web

Buon fine settimana dalla Sallyina e da Shera-me

Dove sono Io?

“Contemplando i musi dei cavalli e le facce della gente,

tutta questa vita correre senza rive sollevata dalla mia volontà

e che corre a precipizio verso il nulla

nella steppa purpurea del tramonto

spesso penso: dove sono IO, in questa corrente?”  (Gengis Kahn)

 

La Mongolia è un antico impero di ghiaccio, di sabbia e di foreste, rimasto come sospeso nel tempo.    L’asprezza del suo territorio ha in parte isolato il paese che è sopravvissuto allo scorrere dei secoli nella propria diversità nomade e selvaggia. 

Melanconicamente,  guardando al mio Paese disastrato nei suoi territori e nelle persone anche io,  con lo sgomento che è proprio della lungimiranza  dei grandi, ma certo io grande non sono, mi chiedo

“Dove sono io?”

Corsi e ricorsi, schegge impazzite

“La guerra provò a ucciderci in primavera. Quando l’erba tingeva di verde le pianure del Ninawa e il clima si faceva più caldo, e pattugliavamo le colline basse dietro città e cittadine….Mentre dormivamo la guerra fregava a terra le sue mille costole in preghiera. Quando arrancavamo sfiniti i suoi occhi erano bianchi e spalancati nel buio. Se non mangiavamo, la guerra digiunava, nutrita dalle sue stesse privazioni. Faceva l’amore e procreava e si propagava col fuoco.
Poi, in estate, la guerra provò a ucciderci mentre il calore prosciugava dei colori le pianure.”

The Yellow Birds è la guerra vissuta e poi raccontata ‘dal di dentro’ dal giovane (reale) Kevin Powers che come molti ragazzi americani in cerca di fortuna o per senso di Patria, si arruola a diciassette anni e a diciannove viene mandato come mitragliere in Iraq da dove rientra tre anni dopo devastato dai sensi di colpa per non avere salvato quello che era diventato il suo migliore amico ma soprattutto per non essere riuscito ad attenuare la brutalità e l’orrore della guerra in Medio oriente. L’io narrante, John Bartle, si è arruolato per provare a sé stesso di essere un ‘uomo’ convinto che la sua guerra avrebbe salvato il mondo e lui sarebbe diventato un eroe. Ne ritorna straziato e fragile, un ragazzino che ha giocato alla guerra e ne è stato divorato nell’anima.

In un mondo accecato dall’odio, dal desiderio di redenzione da un lato e di sopraffazione dall’altro, c’era bisogno di un altro libro per sottolineare che ogni guerra è ingiusta e che ogni morto pesa sulla coscienza del mondo intero?
La mia risposta è sì, ricordare sempre fino alla nausea, il guaio è che la nausea non arriva mai dove dovrebbe arrivare perché la guerra è un gioco per chi pianifica le strategie e sposta pedine.
‘Esportare democrazia’ e ‘Peace keeping’ parole salvifiche per chi  ha bisogno di auto assolversi.

Mio padre morì in una ‘missione di pace’, il suo C119 venne abbattuto, era uno dei tre ‘vagoni dell’aria’ del  XIX stormo, portavano viveri e medicine per l’Onu.
Non ci furono ossa nelle bare (ed ad accoglierli niente applausi) ma dopo due settimane ricevemmo una sua cartolina e un casco di piccole banane dolcissime regalo della sua missione precedente.  Ero molto piccola per sapere o ricordare però le banane da allora non le ho più mangiate.

books

Daniele one more S.C.O.T.C.H please!

 

Dimmi solo cose piccole, parole stupide

perchè la cenere su quelle forse non si poserà… 

Daniele Silvestri – S.C.O.T.C.H. (2011)


 

Mi è stato regalato questo cd  e mi sono bastati i primi accordi,  la cura dei testi,  per rendermi conto che rappresenta un piccoli scrigno di vita con le sue pennellate di comicità surreale, la tristezza, il sentimento forte di disagio che a volte ci assale per  essere nati in questo nostro Paese diventato indifferente quando non brutale e crudele, governato da zombi.

Ancora, oggi, in Afganistan, un ragazzo morto – David Tobin,  1983-2011 –  mentre qui si conciona se e come allearsi politicamente, ma mai seriamente e definitivamente se è come il nostro apporto al peace keeping debba essere mantenuto.
Sbrigatevi perché a voi cadono rimbalzando solo parole di commiserazione riciclabili, altri  giovani cadranno con le lacrima dei loro cari.

Morire a Kabul oggi.

 

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Carne da macello!

Con significato diverso ma pur sempre orripilante, il quotidiano a ridosso dell’immediato mi prende per i capelli (hei brutta stronza ma piantala di dire fesserie) ricordandomi che oltre al mio limbo fatto di infiocchettate utopie tutte in progredire,  ove i ‘grandi’ stanno lì a ricordarmi che la pacifica lotta, e non già l’appecoramento al ‘così fan tutti’, è ancora percorribile, mentre assai piacevolmente mi intrattengo al telefono con un amico tanto più amico perché ci confrontiamo su progetti politici paralleli, ecco, rallegrandomi, aggancio il telefono e rialzandolo dinuovo al secondo squillo apprendo di questo ennesimo sconquasso che colpisce carne della nostra carne che ha scelto (chissà poi attraverso quali strade e spinto da quali bisogni) di andare in altri paesi a difendere la altrui pace.

Pace che sempre più spesso pagano di persona con il loro sangue senza che questa ne sia mai sazia. “Peace keeing” Requiescant in pacem!.

 

 

 

“Un cratere sull’asfalto” (noi italiani siamo abituati ai crateri che inghiottono vite umane – uomini di pace – anche sul patrio suol, sappiamo  della voragine che si spalanca nel vuoto e divora brandelli di carne). "Decine di veicoli hanno preso fuoco. Sull’asfalto della strada, l’esplosione, ha provocato un cratere profondo quasi un metro. ..lamiere annerite dal fuoco, accanto al quale soldati italiani stendono un telo sul corpo di un collega morto."

 

 Tuona stentoreo, dalla sua purpurea poltrona, il ministro della Difesa Ignazio La Russa in una Roma sventrata da macchine di ‘servizio’ moltiplicatesi per partenogenesi "Infami e vigliacchi non ci fermeranno. In accordo con le istituzioni internazionali questa missione continuera". Gli fà eco il ministro degli Esteri "Gagà" Franco Frattini: "Dobbiamo restare (ovvio non lui) per dimostrare che l’orgoglio dell’Italia è sempre alto". 

 

 

Ecco, rabbrividisco “l’orgoglio dell’Italia” insozzato da tali figuranti nei loro teatrini di Palazzo,  mentre dall’una e dall’altra parte in paesi lontani i  giovani soldati e tanti civili, muoiono con le carni lacerate, carni da macello ma, tranquilliziamoci!  al loro rientro suoneranno le fanfare, e come un marchio di orgine verrà consegnata una medaglia post mortem.

 

Mentre ‘posto’ altre notizie scorrono sul monitor.

Autopsie sperimentate per motivare dei fasulli perché.

 

 

 .

"per Gaza" Pietro Ingrao

 

Guarda:

vedi come ostinate

tornano dal cielo le bombe fiorenti e, furenti

calano sulle strade,

spezzano corpi,

ardono case, testarde inseguono

gli stupiti fanciulli,

gridano

cantano l’inno della morte senza stancarsi mai…

Chi siete,

perché illuminate le notti, insanguinate le vie:

perché siete in ansia

perché vi serve la strage degli innocenti

e forse disperate sull’esistere

tornate a cantare la gloria

dell’uccidere di massa, affidate la pace alla morte..Voi

così senza speranza

se soltanto

l’assassinio di massa può assicuravi la vita

e sole le maledizioni e le lacrime

possono difendervi.

E non vedere, e non sperate

altra salvezza

per l’uomo e per il figlio dell’uomo

che la morte corale.

Voi che venite da un cammino di lacrime

e ora senza lume di tregua

seminate nuovo pianto innocente.

Da lontano

vi scrutiamo impotenti:

e null’altro sappiamo

che invocare da voi l’elemosina della pace.

Noi che veniamo da lette di secoli

condotte per tutte le terre infinite

di questo globo rotondo

in cui dato a noi

fu di vivere,

e sembriamo ora

solo capaci

di educarci all’indifferenza.

O scrutare allibiti.

 

Pubblicata dalL’Unità, venedì 9 gennaio 2009

Felicità è

uuna poltrona sfondata

 

Domani nella battaglia pensa a me
e cada l
la tua spada senza filo.

Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale,

e lascia cadere la tua lancia rugginosa.

Che io pesi domani sulla tua anima, che io sia piombo dentro il tuo petto

e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia.

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W. Shakespeare, Riccardo III

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