Vedrai vedrai, vedrai che cambierà

Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l’idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese :

“Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”.

Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue.

Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei “moti per il pane”, che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffraggio universale e poi per la protesta contro l’impresa libica e contro la partecipazione dell’Italia alla guerra mondiale.

Mussolini (il fascismo ‘buono’ degli albori!) arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio che viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma, privandola totalmente del suo significato.

All’indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d’Italia in un clima di entusiasmo.
Il 1 maggio di de anni dopo è segnato dal sangue della strage di Portella della Ginestra dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono a un comizio.

Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che porterà alla scissione sindacale. Soltanto nel 1970 i lavoratori di ogni tendenza politica celebreranno uniti la loro festa.

Oggi un’unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti:
“Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa…”

Il 1 maggio 2013 saremo, soprattutto noi romani, a piazza San Giovanni, certamente in un clima assai poco esultante. Ci faremo forza, uniti esorcizzeremo l’ansia del domani di chi il lavoro ancora lo ha, e teme, di quanti, troppi, l’anno perso, o lavorano in condizioni di grande precarietà economica ed emotiva.

Vi lascio un mio abbraccio. Buon 1° maggio.

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Il lampadiere

“In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei lampadieri che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla – con il lume in cima, così il lampadiere vede poco davanti a sé – ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita. Per quello che si è. Tom”

http://it.wikipedia.org/wiki/Tom_Benetollo

Tom Benetollo,   lui che fu lampadiere tenace, compagno di partito, amico carissimo che mise tutto sè stesso nel portare avanti per tutti battaglie lungimiranti, spendendosi senza riserve tanto da morire anzitempo.

“In questa notte scura…” in cui molti di noi, delusi e disamorati, hanno visto  buttare alle ortiche una vita vissuta guardando ad un ideale,  avendo come riferimento costante l’appartenenza con chi per quegli stessi ideali  lottava a realizzare , io dedico queste poche righe e chissà che, insieme, non si riesca a scrollarci di dosso le delusioni e…chissà.

Buon 25 Aprile, una data importante da ricordare. La  “Festa della Liberazione” dopo gli anni bui del fascismo, quello stesso fascismo di cui oggi si rivendica ‘una parte buona’.

foto sherazade2011   ‘Luna piena’

le fil rouge Pci-P.Ingrao e memedesima

Era il 1983, febbraio, e attraverso mia madre mi fù chiesto se mi sarebbe piaciuto lavorare con Pietro Ingrao.
Proprio lui? Perché prendere una persona del tutto esterna al Partito? Perché Pietro Ingrao aveva la nomea di essere esigentissimo e di avere un carattere molto difficile. Concluso il suo mandato di Presidente della Camera, era diventato Presidente del Crs (centro studi e iniziative per la riforma dello Stato) e continuava ad essere membro della segreteria del Pci, oltre che deputato, carica che lasciò au-to-no-ma-men-te a favore di una giovane compagna!
Con il cuore che andava a mille (forse i più giovani potrebbero non immaginarlo, avere l’opportunità di parlare con Pietro Ingrao era per qualsiasi compagno un enorme onore) ma senza troppe speranze feci una prima intervista con il direttore del Crs che, subito dopo andò a riferire le sue impressioni e dunque ci fu immediatamente l’incontro con Pietro Ingrao.
Il tempo di entrare che quel grande dirigente politico del Pci si alzò, girò intorno alla scrivania, e stringendomi la mano mi disse “Hai un nome che mi è molto caro, ti chiami come mia figlia”.Cominciò per noi un lungo sodalizio mutato negli anni in stima e affetto reciproco. Un uomo lungimirante, ricco di grandi intuizioni, schivo, un poeta prestato alla politica che ricordava con nostalgia la sua passione per il cinema, per le lettere, la prima stesura con Luchino Visconti  del film ‘Senso’.La politica lo aveva assorbito come missione, dovere da compiere. Una sua bella autobiografia svela molto di lui “Volevo la luna” ed. Einaudi.

Il 7 giugno del 1984 a Padova moriva Enrico Berlinguer.
Dietro il suo feretro i dirigenti del Pci, Un mare ondeggiante di folla premeva da ogni lato e si sentiva forte, martellante, ‘Ingrao, Irngrao’ Ingrao’.
Lui non accettò la segreteria del Partito che passò ad Alessandro Natta e poi ad Achille Occhetto.

Fui io a rintracciarlo il 13 novembre del 1989, su urgenza di Antonio Bassolino, a Madrid dove era per i funerali di Dolores Ibarruri, e chiedergli di rientrare immediatamente perché la sera prima a Bologna Achille Occhetto aveva annunciato che il Pci avrebbe cambiato nome, simbolo, forma , dando l’avvio a una fase costituente da cui sarebbe nato il nuovo partito. Ingrao era totalmente all’oscuro di questa decisione ed io azzardo che fu messa in atto voultamente durante la sua assenza.
Il 24 novembre ‘89, il Comitato centrale del Pci approvò la proposta di Occhetto con il 67,7% dei voti e indisse un congresso straordinario il XIX e ultimo del Pci a Rimini.
Il 10 maggio 1993, Fausto Bertinotti lasciò polemicamente il Pds insieme ad altri 30 dirigenti sindacali della Cgil.
A quel punto Pietro Ingrao, che dopo la battaglia contro lo scioglimento del Pci aveva preferito rimanere “nel gorgo” del Pds, decise di chiudere definitivamente anche lui  e sottoscrivere il progetto di Rifondazione comunista.
Io non me la sentii di seguirlo e pur restando profondamente legata a lui (e lo sono tutt’ora),  rimasi nel Pds nella componente di sinistra: il ‘Correntone’ referente Giovanni Berlinguer.con cui ho continuato a lavorare anche per i cinque anni che fu eletto parlamentare europeo.

Potrei e chissà che io non lo faccia, scrivere un libro sul Pci, su quello che accadeva nei corridoi del palazzo di Botteghe Oscure, su quello che erano ( e sono) i compagni – me inclusa –  che nonostante le disillusioni, i borbottii di disapprovazione hanno continuato a dare fiducia e offrire risorse a tutte le sigle, alberi e arbusti, che hanno segnato la strada in discesa fino al crash finale di questi ultimi giorni di questo sciagurato Partito.
Niente per me è minimamente recuperabile. Non è passibile rabberciare il proprio vissuto, vederlo disattendere nei fatti e negli ‘ideali’ (e lo metto virgolettato perché sembra quasi un concetto obsoleto). Ideali che non possono piegarsi alla ‘ragion di Stato’ ancora a  vantaggio di accordi con chi nel nostro Paese incarna corruzione e lordume morale.

Basta lo dico io che sono poca cosa di fronte alla Storia ma che ho una mia storia da salvaguardare nel rispetto di me stessa e, soprattutto, di compagne e compagni integerrimi che dalla loro militanza traevano vanto, mia madre inclusa e per prima.

IngraoMestessa

Pietro Ingrao e me alla chiusura del XIX congresso del Pci a Rimini

Toy boy

 

Nell’illusione di avere sdoganato il pregiudizio che soltanto gli uomini anziani, (diciamo pure della terza e quarta età, età che impallidisce nella misura in cui aumentano i capitali del vegliardo), possano con il placet del consesso sociale permettersi una giovine signora o addirittura una fanciulla dell’età della figlia minore appendendo al chiodo la loro compagna di una vita ormai cinquantenne, insomma, anche le donne, per lo più quelle conosciute che fanno parte di un certo establishment economico e/o modaiolo hanno scoperto che non vi è nulla di disdicevole accompagnarsi ad un bel giovane alla luce del sole e vieppiù al chiarore della luna rispolverando le proferte amorose ed i complimenti che il marito fedifrago aveva scordato da un pezzo ritenendo meno faticoso buttarsi ex novo in un nuovo coinvolgente, fresco amore.
Ricordo che ancora una trentina di anni fa una mia bellissima amica quarantenne, che io invidiavo ed avevo preso a modello di grande autonomia nel vedere la’more e il sesso, visse , e pose fine tra pianti e tormenti a un intensissimo amore per la sola ragione che ‘lui’ aveva 13 anni meno di lei.

Insomma va bene tutto quanto attiene alla sfera sessuale ed emotiva dell’uomo ma nel libertario e libertino 2.0 continuiamo a fare sorrisetti ammiccanti se non di commiserazione ed a mettere in discussione l’esistenza di un rapporto tra un uomo (ragazzo) più giovane ed una signora cinquantenne e più?
Noi donne per prime siamo quelle che ci lasciamo condizionare e non lasciamo spazio alla possibilità di innamorarci (ancora) di un giovane uomo nel timore di immaginarci ‘vecchie’ di fronte a un lui ancora aitante.
Già: “che ne sarà di me a settant’anni quando lui ne avrà soltanto cinquanta? Cosa avrò ancora da offrirgli?”
Per quel che mi riguarda mentre da una parte penso che la giovinezza reclami anche i suoi impulsi sessuali, dall’altra penso che si lasci soggiogare dal fascino e dalla cultura e, perché no, dallo ‘status’ di un compagno/a più adulto. Ma questo essere adulti e adulte davvero non ha limiti? Al maschile, evidentemente, no.
Nella mia scelta di vivere dopo il lontanissimo divorzio, la separazione dei sentimenti, ovvero amore, passione, condivisione ma poi ognuno a casa sua, io, tanto dura con me stessa quanto romantica per la vita degli altri prediligo il lieto fine della liturgia del sacramento ‘finchè morte non vi separi’. Avete presente il premiatissimo ‘Amour’? Non vedetelo perché è di un angosciante terrificante (è spesso la pecca di molti film d’autore). In fondo per me lo è sempre stato : ‘fino alla morte, sì, ma dell’amore.

Tutto non si può avere e la linea della vita tante volte viene spezzata e riprende e mai con la stessa velocità e intensità e potrebbe essere che oltre quell’età accettabile per i benpensanti una donna non più giovane si innamori, riamata, da un giovane molto più giovane. In fondo un approcio speculare a quello che dall’altra parte della strada vive il suo ex compagno, coetaneo, padre, o non, di figli maggiorenni. Solo che lui è un ganzo, uno che può permetterselo (raro comunque incrociare un postino, un impiegato di mezza età, uno da mille euro al mese, con la bellezza di turno) mentre lei è una donna di mezza età (magari con qualche ‘ritocchino, ma del resto il suo ex di tinge i capelli) e il suo nuovo compagno è etichettato come ‘toy boy’, un ragazzo giocattolo, il prolungamento del suo pene.
E allora nel terzo millennio nell’Europa del malcontento e del malcostume le donne o sono giovani e belle, o sono trasparenti angeli del focolare ma, anche quando il focolare è spento, se tentano di rifarsi una vita uscendo dai ranghi vengono ridicolizzate, demonizzate se non fatte fuori.
A me viene in mente il bellissimo viso, gli occhi luminosi di Dacia Maraini, seducente signora sessantenne, che fece scalpore perché per anni si accompagnò con un ‘ragazzo’ molto più giovane di lei. Oggi è sola perché di fronte alla morte non c’è differenza d’età che conti: arriva il tuo momento e via. Finito.

Il punto? Forse che le regole dell’amore non dovrebbero essere appannaggio maschile e che noi donne finte emancipate a dispetto di tutto ci lasciamo ancora condizionare dal pensiero maschile. Basterebbe tanto poco ed a Roma si userebbe una espressione troppo colorita che potrei riassumere con un : ‘Vivi e lascia vivere’.

Mahatma Gandhi

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva il Mahatman Gandhi.
Pare facile!?

Non esiste un invito più calzante nei nostri travagliati giorni per riuscire a contrastare la forza involutiva, egoistica, accentratrice di quanti (politici e non) restano ancorati alla vecchia dicotomia tutto bianco o tutto nero.

Chi evolve, è aperto al nuovo, esplora, crea, promuove azioni positive da condividere.
Essere ‘il cambiamento’ – oggi – significa agire nell’interesse di tutti; cambiare non è appannaggio di uno sparuto gruppo di presentabili, disfattisti ad oltranza.

Semplicità nelle competenze perché anche la gestione della res publica necessità di competenze, ma anche umiltà nel confronto, diventano, qui e ora, necessari per rianimare la fiducia di quanti (tanti) non si riconoscono più nel potere politico fine a se stesso.

donne e cinema

In Afghanistan una giovane donna accudisce il proprio marito, ormai in stato vegetale a causa di un proiettile che gli ha oltrepassato il collo, abbandonati entrambi al loro destino dai famigliari e dai compagni della Jihad.
Nelle lunghe ore di solitudine, tra incursioni di truppe nemiche e macerie che piovono sulla loro testa, lei inizia a parlargli, a raccontarsi dal giorno che quasi bambina fu data in sposa  a lui, eroe di guerra,  sempre assente. Gli ricorda la brutalità dei rari rapporti sessuali (“Che cos’ero io per te? Un pezzo di carne?”),  gli confida le sue sofferenze, il timore di essere sterile e di essere gettata in strada come un animale malato in pasto ai maschi della famiglia e non, dà voce alle sue sofferenze e alle sue umiliazioni, spera che lui inerme, come morto, spossa essere la sua ‘pietra  paziente’,  che secondo la tradizione persiana, finita la confessione si frantuma in mille pezzi, cancellando infelicità e miserie e che, nel suo caso, possa restituirle un marito riconoscente che le dia amore.
Con una trama scarna e apparentemente statica ma denso di emozioni esterne, questo film afghano molto intimistico concentra la sua attenzione soprattutto e profondamente sulla condizione femminile nella società musulmana (e le sue guerre fratricide) trovando redenzione e riscatto attraverso le confessioni della protagonista (potente la metafora “dell’apertura degli occhi” tra la sura coranica ed il risveglio del marito dal coma).
Pregevole la regia senza sbavature che alterna punte di grande tensione a momenti di parziale leggerezza. Particolarmente suggestiva l’interpretazione di Golshifteh Farahani la giovane attrice, bellissima, dai lineamenti di una madonna. raffaellita.

Un film di cui non basta dire solo ‘bello’;  un film che tiene il fiato sospeso; un film che fa nascere sentimenti contraddittori tra parziale  sollievo per noi donne occidentali e nello stesso tempo mette tutti, donne e uomini, difronte alla necessità di non ‘abbassare la guardia’ e  guardare con altruismo  a questo nostro mondo dove, davvero, legalità e rispetto per i più deboli sono costantemente a rischio.

Buon fine settimana il più possibile sereno (metereologicamente parlando, of course 🙂  )

Aprile (scende la pioggia ma che fa..

Proverbio del mese:
Aprile bagnato contadino fortunato  (e noi in città? frutta a volontà?)
Aforisma del mese:
Nessuno può darti consigli più SAGGI (!) che te stesso.  (dedicato al Pres. Napolitano?)
Proverbio del mese:
A dà retta a le ciarle de li fregnoni (imbecilli) , cerchi er mare e trovi ‘n pantano.  (dedicato a…taci  ‘boccaccia mia’! )
Modi di dire del mese:
Li cudrini (quattrini) sporcheno le dita.  (dedicato a quelli che rubano  a…palate)
Luna e orto:
In aprile bisogno pensare ai trapianti facendo però attenzione alle possibili gelate improvvise.
Il fiore del mese:
Il mughetto composto da delicati e piccoli fiori a grappolo bianchi dal profumo intenso e sensuale che, al contrario, simboleggia la verginità e l’innocenza.
Io mi sposai illo tempore e il mio bouquet era composto da mughetti intrecciati nel tulle ricamato di lilla, l’abito  corto di seta grigio perla, e più che di verginità (era già nato mio figlio) e di innocenza si trattò di vera incoscienza visti i risvolti quasi immediati con cui entrambi reclamammo la reciproca libertà.
Il segno del mese:
Ariete che ‘come la forza della natura irrompe con tutta la sua energia a dare vita al creato, così i nati sotto questo segno (ma io sono una cencerina) sono vitali e passionali ‘(epperò anch’io lo sono).
Il pianeta dominante è Marte, ‘centro divino di energia’.
Il colore il rosso, il metallo il ferro e la pietra il diaspro rosso.
Dedica del mese:
“Oh Roma, patria dell’anima, tu sei veramente la sola, l’eterna. Al di sopra di ogni grandezza umana anche oggi…sotto qualunque degradazione! (G.Garibaldi)
Poesia del mese:
Specchio  –   S. Quasimodo
Ed ecco sul tronco si rompono le gemme,
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto, piegato sul declivio.
E tutto mi sa di miracolo, e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il  suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

Nulla è farina del mio sacco, neppure la poesia dura di Salvatore Quasimodo che esprime con tenerezza l’arrivo della primavera.
Queste ed altre curiosità si rinnovano di mese in mese nel calendario che da anni è il più richiesto (e a ragione) da noi ‘clienti, e non, di un importante gruppo di ottica presso il quale da una vita io ‘cerco lumi’ tra occhiali e lenti a contatto.
Un esempio  che insegna come si possa fare pubblicità in modo intelligente e mi riferisco all’orrida, ingiuriosa  pubblicità degli strofinacci che la ministra Fornero ha prontamente fatto ritirare perché alludeva alla violenza contro le donne:http://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/03/29/news/pubblicit_con_omicidio_stop_della_fornero-55600147/

Buon Aprile a noi e che finita la pioggia di dubbi stallosi ci sia Primavera anche per la nostra Italia. Perdonate la melensaggine finale (‘Il lato positivo’ c’è e deve essere solo trovato)

2013