Succede che. ..perchè proprio a me?

Succede che ti fai tentare da una telefonata e decidi di lasciare il recinto ovattato del tuo lavoro per una passeggiata sotto il cielo impietosamente grigio e nevoso del nord, sì, ma fuori dai soliti volti illividiti dal neon.

Succede che proprio in quel momento l’improvviso sopraggiungere del ‘tuo’ treno ti faccia desistere dal camminare e con un balzo ti ci ritrovi sopra.

Succede che mentre stai per scendere qualcuno ti faccia perdere l’equilibrio e tu ti volti bruscamente un po’ indispettita,  vedi un individuo brutto sporco che emana un forte odore di birra marcia. La tua mano, automaticamente,  va diretta a controllare lo spazio occupato nella borsa dal portafoglio e, rassicurata, senti intatta la sua consistenza.

Succede che non hai finito di pensare di essere stata derubata che subentra repentino un profondo senso di vergogna per avere dato spazio a un dubbio basato unicamente su un pregiudizio. Scendi: sei arrivata.

Succede che il piccolo ristorante ti accolga con una folata  calda di zuppa di verdure e  brancolando cerchi di guadagnare  il tavolino attraverso gli occhiali appannati.

 

Succede che ti ritrovi da sola perchè il freddo intenso degli ultimi metri ti ha messo le ali ai piedi ed allora decidi di ingannare l’attesa facendo una telefonata al tuo bimbo lontano.

 

Succede che ti accorgi che il cellulare, messo in tutta fretta nella tasca del piumino, lì non c’è più e andando a ritroso realizzi che il brutto sporco puzzolente mentre ti distraeva da un lato, dall’altro metteva la mano nella tua tasca e…

 

Succede che  in un amen rivivi quella situazione e ti dai mentalmente della co-glio-na, non perché tra un paio di mesi ob tordo collo voterai i co-mu-ni-sti,  ma perché preda di pregiudizi all’incontrario hai subito un sopruso, non hai reagito e ti sei pure fatta prendere dai sensi di colpa.

 

Succede che, per finire,  bloccata la scheda telefonica e bloccato con il numero di matricola il cellulare stesso, il brutto sporco puzzolente cattivo si ritrova con un oggetto che non serve neppure per darselo in testa e, magari, se l’ha (s)venduto corre anche il rischio che qualcuno la testa gliela tagli.

 

Ps. Il caro estinto era un Nokia E75

Cosa suggerite in alternativa o cosa sconsigliate?

 

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Per non dimenticare la Storia

 

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Alla vita  (dal Diario di Anna Frank) 

 

Quasi ogni mattina  salgo sull’attico per cacciare fuori dai polmoni quell’aria stantia.

 

Dal mio punto di osservazione preferito guardo il cielo blu e il castagno sui cui rami ci sono piccole gocce che splendono come argento, e i gabbiani e altri uccelli che si muovono nel vento.

 

Fino a quando tutto questo esisterà… e fino a quando potrò vederlo, questo sole, questo cielo senza nuvole . fino a quando tutto questo durerà io non potrò essere infelice.

 

gemmadicastagno

 La prossima settimana, sarà abbattuto per malattia il grande castagno che teneva compagnia a Anna Krank durante il periodo  in cui lei e la sua famiglia  per oltre due anni restarono nascosti come reclusi nel tentativo di salvarsi.

 Anna Frank mori’ poco piu’ che bambina nel campo di Bergen-Belsen e questo grande albero muore di vecchiaia a 150anni e,  se solo potesse, esprimerebbe lo straziante dolore di un genitore costretto a sopravvivere – contro natura –  ai propri figli.

Nostro compito è non dimenticare e nello stesso tempo non ricordare  “a comando”,  fare in modo che la Storia non sia ridotta a un lenzuolo che a turno copre e scopre  altri misfatti, altre morti, per sancire altre “commemorazioni”.

Incarta e porta a casa.

 

 All’improvviso, mentre stavo virando bruscamente, mi sono invece  fermata estasiata a rimirare la perfezione geometrica, le volute ancora umide, di una grossa cacca di cane.

Cazzo!  accidenti non si dovrebbe dire, ed infatti io l’ho  pensato,  se solo quello  stronzo incivile di un padrone si fosse reso conto di avere a portata di mano un’opera di Andy Warhol sicuramente avrebbe incartato e portato a casa il suo tesoro.

 

Ecco!

 

È – sarebbe – la cultura a fare la differenza mi dico ricordando di avere letto ieri che la commissione Lavoro della Camera ha presentato un emendamento che prevederebbe, qualora fosse approvato in aula, di calcolare l’apprendistato come un anno scolastico e dunque, di fatto, (ri)abbasserebbe la durata della  scuole dell’obbligo da 16 anni a 15.

Questa la politica con la quale il nostro Paese investe sul futuro dei (suoi) giovani, sull’istruzione e sul suo stesso avvenire.

 

Con buona pace di Andy Warhol  

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A parte il fatto che con i tempi che corrono l’unico apprendistato possibile potrebbe essere quello di Topolino apprendista stregone (e dal disegno si evince che Andy ebbe anche questa intuizione).

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Chiedimi se sono felice

 

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Dedicato a chi soffre e a chi non sa di soffrire (già).

 

"Coltivare la felicità per noi e tra noi: è un nostro primo dovere democratico".

Così Luce Irigaray iniziò un suo ragionamento nell’ambito di un convegno di filosofia qualche anno fa.

 

“La felicità è fragile, precaria, inprogrammabile, esposta ai contraccolpi della fortuna, vulnerabile sul piano privato e minacciata su quello pubblico” proseguì Remo Bodei quando prese la parola.

 

Dunque la felicità  per esistere deve  estendersi e tendere la mano  all’altro come in un girotondo di bambini.

 

La felicità è un alito di vento da fiutare ad occhi chiusi, senza scordare mai il suo profumo

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Roma, viale Ionio, novembre 2009

 

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Una povertà dignitosa

 

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Ci si descrive, oggi,  Haiti come il Paese più povero dell’emisfero occidentale.

 

Ancora una volta la natura si accanisce contro chi è già nelle peggiori condizioni di vita. Ma solo ora, quando tutto è precipitato nella morte, i paesi ricchi del mondo si lanciano neutrali accuse a sottolineare  che la povertà di Haiti, la sua distruzione,  non è solo da imputare a una natura matrigna.

In gran parte, la devastazione che ha colpito la popolazione è frutto di azioni e politiche umane … o forse disumane. 
Secondo dati scodellati freschi a ridosso della catastrofe, apprendiamo che  il 75% degli haitiani vive con meno di 2 dollari al giorno, e di questi, la metà con meno di 1 dollaro.

I bambini i cui occhioni carichi di lacrime e di paura ci guardano da ogni foglio, per ora ancora in prima pagina,  ci fanno stringere il cuore, ma ai più fa comodo ignorare che abbiano, comunque, in concreto, aspettative di vita bassissime e per lo più muoiono di fame e di malattie entro il secondo anno di età; la popolazione tutta, decimata tra stenti e malattie, raggiunge al massimo i 50 anni.

E dunque,  come ci sentiamo generosi e buoni e tristi, noi,  in questa ormai ciclica corsa (2euro dal cellulare e 4 da telefono fisso”) a salvare e recuperare da sotto le macerie nostri simili (così dissimili nelle aspettative di vita)  di cui non sapevamo niente!

Abbiamo, in ordine di tempo,  ancora negli occhi la catastrofe, gestita alla perfezione dai media,  dei nostri compaesani dell’Aquila,  ma per fortuna tutto passa presto sotto silenzio e ci permette di so(u)pportare un peso alla volta.
Ma, insomma, questi ‘Summit’ questi ‘G’ otto, venti,  a cosa dovrebbero servire se non a definire gli ambiti e delegare i singoli  governi locali a  investire nel proprio popolo,  promuovere emancipazione,  regolare l’economia,  favorire la partecipazione degli uomini e delle donne alla costruzione del loro  futuro?

 

Assecondare – questo lo spunto della mia riflessione iniziale –  il programma, “realistico e minimale”  del Presidente Aristide: “sollevare il mio popolo dalla miseria più abietta per  portarlo almeno ad un povertà dignitosa.”

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responsabilità

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Niente è quel che sembra

 

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La tv non è una delle mie priorità. Sono una spettatrice randagia e umorale.

Dunque, anche una delle ultime persone ad avere ceduto alle pressanti lusinghe del ‘digitale terreste’.

Ora voi saprete, ma io l’ho scoperto in questi ultimi giorni di piogge torrenziali, che esistono altre rai  ed una è Rai4 dove fanno film di buon livello anche se vecchi.

Ieri sera ho (ri)visto un film da restare senza parole,  e nello stesso tempo sentire il bisogno di trattenerle oltre la fine.

“I cento passi”, un film sull’omicidio di mafia di  Peppino Impastato e sull’Italia tormentata e piena di fremiti vitali (ed è un controsenso parlare di vita quando questa vita si nutriva di un susseguirsi di morti violente che erano il frutto di grandi sogni spezzati).

Sono anni impastati di energia, di coraggio, di voglia di sfidare e di ribaltare il mondo nell’illusione di cambiarlo, di  sp(e)azzare via quella  politica omertosa della democrazia cristiana che nel boom economico degli anni sessanta aveva decretato il forte divario economico e sociale tra il nord e il sud.

Dare un nome al proprio destino. Ristabilire equilibri di equità e eguali opportunità.

Peppino era poco più che un ragazzo in uno sperduto paesino della Sicilia e non si piegò ai rituali di mafia dentro  la sua stessa famiglia. Gli fu concesso di vivere fino alla morte del padre.

Erano i tempi delle prime radio libere e lui era molto scomodo per i suoi interventi di condanna a Radio out;  cominciava a prendere piede la musica di Bob Marley,  led Zeppelin,  i Beatles cantavano ‘Let it be’ mentre l’America decimava i suoi ‘bravi ragazzi’ in Vietnam e i giovani di tutto il mondo continuavano a guardare fiduciosi  all’incanto dei  “tre giorni di pace e di musica” vissuti nel ’69 a Woodstock.

In coincidenza con la morte di Peppino, il giorno dopo veniva  fatto ritrovare, morto, il corpo di Aldo Moro davanti alla sede romana della democrazia cristiana.

Mia madre passò lì davanti come ogni mattina per andare a Botteghe Oscure.  

L’Italia guardava attonita.

Per Peppino Impastato (mentre negli anni a seguire la mafia inanellava morti su morti, tra soste opportune e recrudescenze crudeli) soltanto nel 2002, dopo un iter controverso e vergognoso, grazie all’impegno della madre, del fratello Giovanni e dell’Associazione Impastato,  Gaetano Badalamenti   fu condannato all’ergastolo.

 

Eppure, guardando muta  scorrere le immagini di tanto sconquasso, oggi, io rimpiango quel grande sogno di riscatto, che era anche il mio,  vissuto con un orgoglio e un entusiasmo che si sono consumati fino a spegnersi ma soprattutto che non sono in grado di trasmettere.

Ci sono stati rubati i nostri sogni e l’eredità dei nostri figli che passando in questa o in quella città, presto si troveranno non a ricordare  ‘i cento passi’ di Peppino Impastato ma, questo sì, a camminare su un pezzo di suolo pubblico intitolato a un condannato eccellente: Bettino Craxi, ma questa sarebbe un’altra storia.

 

Tutto scorre veloce con la speranza dell “Io speriamo che me la cavo” dei bambini di Marcello D’Otra.

 

 

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Sotto il segno del Cancer (ma io allora?)

 

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Lei: E’ una romantica sognatrice, estremamente femminile e sensibile, che vuole realizzare in pieno il suo destino di donna, secondo i canoni tradizionali: il matrimonio e la famiglia sono gli obiettivi a cui può anche sacrificare senza rimpianti le sue aspirazioni professionali. La Luna, dominatrice del segno, la rende emotivamente fragile, ma le conferisce una naturale vocazione alla maternità. Così la donna Cancro conquista il suo uomo con la sua tenera grazia di indifesa e, una volta che si è costruita la sua sicurezza, si trasforma in una moglie appagata e in una madre dolcissima. La casa è il suo regno e nessuno come lei sa creare un’atmosfera calda e accogliente intorno a coloro che ama. Manca però di realismo e spesso di fronte ai problemi della vita è impreparata, pronta a ritirarsi nel suo uscio protettivo da dove finge di ignorare i fatti che la disturbano. Allora possono manifestarsi i limiti della sua natura, troppo assorbita dagli affetti: il suo attaccamento al partner diventa morbosamente possessivo e il suo senso materno si esaspera ancora di più, rendendo difficile la vita ai suoi figli, soffocati da troppo amore.

 

Bene, questa pennellata di madonnina del focolare che appioppano al mio segno purtroppo non solo non mi appartiene ma va in direzioni opposte.

Partendo per ordine direi subito che il matrimonio è sempre stato l’ultimo dei miei pensieri o forse lo è stato nella misura in cui dopo averlo malamente sperimentato ho messo in atto ogni stratagemma per evitare che qualsiasi sentimento importante si impantanasse anche solo in una  convivenza. Pur nel mio sottofondo di gelosia ho sempre pensato che il non avere la stessa chiave di casa rendesse più saldo, ma soprattutto vitale, il rapporto.

Magari ci si lascia ma sicuramente non si vive la quotidianità nella routine e nelle bugiedei ‘panni sporchi lavati in famiglia’.

Non fatemi passare per cinica: non lo sono affatto anzi io credo di essere una irriducibile romantica che vuole vivere l’amore senza mediazioni, senza stratagemmi, senza ricatti.

Emotivamente fragile, questo è vero. A dispetto delle apparenze e del mio reclamato diritto all’autonomia, quando mi ritrovo nella mia casa con “un’atmosfera calda e accogliente” mi lascio prendere dalle mie paturnie e dalle mie domande. E li restano perché sono sentimenti che non condivido.

Pecchero’ poi anche di orgoglio ma non mi sento – ed i fatti alla fine mi danno ragione – affatto impreparata di fronte alla vita. E il mio bilancio sarei ingiusta dicessi che è in passivo.

Mio figlio mi vuole bene, non si droga e non mi bastona, io lo amo profondamente ma non ho mai voluto soffocarlo in nessun modo.

Quando ha compiuto 16 anni, uno stupido esempio, ha avuto il suo motorino (quale madre non ha un tuffo al cuore sapendo il proprio figlio su quei trabiccoli?) e mi ricordo con tenerezza quanti sabato e domenica all’ora meno trafficata andavamo su e giu’ per l’Olimpica lui in motorino ed io in macchina per fargli  fare esercizio! Ora continua a non prendere la patente e a muoversi su due ruote. Ogni volta io lo saluto raccomandandogli di stare attento sapendo che lui lo sarà ma che sono gli altri che dobbiamo temere.

Sono la prima d avergli detto di andarsene dall’Italia perché l’Italia non è un paese per i giovani talentuosi e non.

Quanto al mio lato materno, è un istinto che mi porta a preoccuparmi dell’incolumità delle persone a cui voglio bene, a fare in modo che, davvero, da me trovino accoglienza. Ho le spalle larghe e mio padre ad ogni pessimo voto, sempre in matematica, irriveda: “Belle spalle rubate all’agricoltura”.

Non mi ricordo perché, anzi sì, avevo aperto la casella della posta e lo sguardo è caduto sul mio oroscopo, alle peculiarità del mio segno.

Sarà una coincidenza che proprio oggi Sua Santità  ci ha messo in guardia “contro le previsioni sul futuro, da quelle degli oroscopi a quelle degli economisti, «è un pensiero molto profondo. Il futuro degli uomini dipende dagli stessi uomini» e «volerlo sapere a prescindere dall’uomo è arroganza e superstizione»?

 

E, comunque, voi che ne pensate? Non fate orecchie da mercante in fondo chi di voi non ha letto le previsioni del proprio segno (cmq universalmente grandiose) per il nuovissimo 2010?

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