ad libitum

Siccome è provato che siamo fatti di carne pulsante e la carne è debole vien da sé che in diverse misure siamo tutti peccatori presi  da improvvisi raptus di libidine di cui, oggi, tutto il mondo pare debba essere partecipe.
Certo che tra il dire e il fare ci debba essere di mezzo la cultura e il rispetto e… le buone maniere (‘scusi è permesso?’) ma il desiderio e nato per sconfinare nell’immaginario e allora anche un piccolo dettaglio fa vola(e)re alt(r)o.
L’estate perchè è sinonimo di trasgressione, e la primavera perchè rinverdisce i cuori, l’inverno perché li riscalda, l’autunno li rattrista, insomma intravediamo qualcuno e quel qualcuno (ri)desta in noi desideri mai sopiti.
No. Questo lo penserei io ma non è così semplice, almeno per noi donne perché:

“Il 60-70% delle donne occidentali di ogni età soffre di Female Sexual Disfunctions (piacere zero).
Su 335 italiane tra i 46 e i 60 anni ( io non sono stata intervistata) il 45,9% lamenta una riduzione del piacere.”

E poiché la vita media si è notevolmente allungata anche la sessualità è diventata oggetto di medicalizzazione ad oltranza. Da impulso vitale patologia letale  per lo spirito quando si acquieta.
Dunque è per parità dei sessi che il colosso farmaceutico americano Big Pharma, noto per trovare il rimedio prima del malanno, purchè il malanno possa produrre ricchezza, sta sperimentando una cura per rinvigorire o ridestare il desiderio femminile, un mix ormonale da ingerire se si vuole a tutti i costi morire d’amore, ululare di piacere ben oltre l’appeal del partner a portata di mano (uestione di ‘locations’ Brad è in America, il Baderas o si prende Crozza o pure lui è oltre confine e, a chi piace, dico che anche Scamarcio vive più là che qua).
Il piacere delle donne, dunque, da diritto privato della persona muta in diritto sanitario, continueremo a morire di cancro ma per Big Pharma la Pillola rosa sarà un business esorbitante come per i chirurghi estetici lo sono diventati gli interventi di vagino plastica o le punturine all’acido ialuronico per inturgidire le grandi labbra o altri taglia e cuci. Io ero ferma al mio amico ginecologo che ‘ai miei tempi’ mi raccontava delle molte imeni ricucite in vista del matrimonio.
Penso con raccapriccio alle mutilazioni femminili subite ancora oggi in nome della relegione da tante bambine, alle lotte che alcune di noi portano avanti per fare cessare queste barbarie e poi?
Letteralmente, noi donne ‘civilizzate’ siamo partite dall’alto bypassanso il cervello, per arrivare al basso e, come per la bocca e i grandi seni, continuiamo a farci mettere i ferri addosso per compiacere non tanto noi stesse ma il desiderio maschile a sua volta manipolato dai media. Ma poi si scopre che non è tutto oro quel che luce e che, a sentire la pubblicità che rasserena, taluni maschi soffrono di eiaculazione precoce. . .

Dopo di che ci sono disturbi seri, non sono certo io a metterli in discussione, ma tutto questo parlare di prestazioni robotizza l’amore, lo rende ansiogeno, estraneo ai desideri, diventa un match da vincere ai punti e l’emozione dello scoprire l’altro(a)  assumei contorni di un ring.

La carne è debole, l’estate incalza. Ed io vi dedico questa deliziosa canzone un po’ ammiccante.

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One love (Love is temple)

Il libro/saggio : “Cinque meditazioni sulla bellezza”. L’autore Francois Cheng , uno studioso  cinese trasferitosi in Francia,  nel 2002 ha avuto  l’onore – primo e unico asiatico – di essere eletto Accademico di Francia.

E’ un saggio tutt’ altro che ‘palloso’ che colpisce per l’attualità e la pressante necessità di  “farsi carico del male del mondo”. Questa una delle sue argomentazioni:

“Nessun discorso sulla vita è vero se non comprende il male che la abita,  E’ importante che il rifiuto di arretrare davanti al dolore non ci annienti ma che, al contrario, conduca ad una maggiore consapevolezza…..incoraggiandoci a essere ricettivi all’istante,  alla bellezza.”

E all’intervistatore che gliha chiesto  cosa intenda per “istante” spiega:

“In effetti è fondamentale  precisare questo concetto.  Noi non possediamo il tempo, ma possiamo possedere l’istante. Non si tratta di concentrarsi sul presente per godere dei piaceri che ci può  offrire:  questa è l’attitudine di chi è consumatore, approfittatore. L’istante, invece, raccoglie tutto ciò che abbiamo vissuto e sognato, tutto il passato ma anche il futuro verso cui tendiamo e il desiderio che ci portiamo dentro, in un momento di vero senso. Per raggiungerlo, bisogna mantenersi umili e perseveranti. Possedere in modo assoluto l’istante, moltiplicare gli istanti della nostra vita è l’unico modo che abbiamo per vincere la morte. Non dobbiamo coltivare nostalgie e rimpianti ma, al contrario, prepararci ad accogliere l’istante, che è sempre incontro. E’ questa l’eternità cui abbiamo accesso.”

Forse che monsieur Cheng ha riscoperto l’acqua calda? E, allora, se è davvero così semplice perchè è anche così maledettamente difficile?

io sono farfalla

A giorni sarà il mio compleanno.
Dribblato il mezzo secolo continuo a festeggiare
con entusiasmo bambino soffiando su candeline che doppiano la circoferenza della torta.
E’ la mia festa che condivido da sempre con gli amici più cari e qualcuno più recente. Non siamo una folla ma un gruppo nutrito e alla fine bevutello.

Il 21 luglio, prendete nota!, anticipa di pochi giorni quello di mio figlio e da quando lui è ‘grande’ uniamo le nostre due feste e la situazione volge al caotica nell’incrocio tra generazioni entusiasticamente non così distanti. Degli amici è interessante il cambiamento strutturale delle coppie. A. e C. sembravano inossidabili ma due anni fa il patatrac. I. single granitica è la ‘zia’ per noi tutti. Daniele, l’amico di sempre di mio figlio, dall’anno scorso si presenta con moglie e figlietta.

Di questi stravolgimenti io sono campione ma la cosa riguarda me e lo sventurato che con me si accompagna e dunque non faccio testo.

Ci sono stati degli anni che a riunirci ci è voluto coraggio. Certamente l’anno che è venuta a mancare mia mamma e che ho comunque festeggiato perché lei era la nostra più cara ospite, con quel suo modo dolcissimo di sorridere, l’empatia che si ricreava con tutti noi che in qualche modo aveva visto crescere e crescere.
Oggi comincio a riconoscermi in lei perché a dispetto dell’età biologica che mi rende grazia, del mio essere pimpante e perfortuna sana (oddio qualcosuccia di piuttosto gave ha fatto rendere a tutti una bella paura) guardo mio figlio, i suoi ed i miei amici e, perbacco, altro che pimpante mi sento arzilla come la famosa casa di riposo, Villa Arzilla, di non ricordo quale film.

Questo post un po’ sbilenco l’ho pensato stanotte ma le considerazioni erano, perdonatemi, più personali e avevano a che fare con i miei dare-avere, le somme dei miei comportamenti, i risultati e le prospettive che vanno a stringersi ad imbuto, mentre a voi posso solo dire che ci sono anni che ho vissuto malamente in forte sofferenza con me stessa e che la mia ancora di salvezza, la mia bussola, sono stati mia mamma e mio figlio.
Ho passato momenti in cui aspettavo la notte che il bambino dormisse per piangere a dirotto. L’ angoscia di essere sola. Non senza un uomo ma sola.
Asciugare le lacrime, lavare il viso, un bel sorriso per il buongiorno e poi via fino a sera senza che nessuno, o soltanto pochi, immaginasse.
Ora, gli anni mi hanno insegnato a ridimensionare e prendere le cose per il loro ponderato valore, non sono rassegnata ma rasserenata, ho imbrigliato la mia ipersensibilità, non cerco di tenere tutto sotto controllo, se sono felice lo sono senza pensare a quando finirà, e se qualcosa di brutto accade cerco di guardare oltre, alla soluzione.
Mia madre diceva che ero Eleonora Duse e che aggrappata ad una tenda in lacrime sarei stata perfetta. Oggi mi avvicino di più alla leggerezza di Meg Ryan in Henry ti presento Sally. Non ho finto con gli uomini, almeno non troppo, perché per me l’amore continua ad essere aspettative e scoperta, significa (ancora) essere in equilibrio sul mondo.

Una farfalla, quella farfalla raccontata da Hermann Hesse “… emblema sia dell’effimero, sia di ciò che dura in eterno… un simbolo dell’anima.” (o almeno ci provo).

the boss a pieno titolo

Io c’ero,

Io c’ero,

Io c’ero.

Difficile aggiungere emozioni su emozioni: epico, denso di energia, adrenalinico, questo è il rock di Bruce Springsteen nell’abbraccio empatico di oltre tremila e cinquecento persone

assembrate nella  nuova maxi arena dell’Ippodromo delle Capannelle.

Quarantanni di vita artistica e il Boss è ancora davanti a me magnetico  e coinvolgente nello svolgersi del suo repertorio di rock duro, melodioso quasi struggente come la canzone che vi dedico, che non cantava da anni  e che Springsteen ha eseguito  con la sezione d’archi della Roma Sinfonietta, in una versione memorabile, da mozzafiato e che un ‘angelo’ ha già messo su youtube.

Questo è il regalo che un’amica ed io ci siamo fatte per il nostro compleanno e, davvero, quest’anno non potevano capitare meglio. Godetevi la canzone!

sitting on … (what for?)

(Sittin’ on) the Dock of the Bay fu registrata solo tre giorni prima della morte di Otis Redding. e di altri sei compagni morti quando l’aereo su cui viaggiavano precipitò nel Lago Monona il 10 dicembre 1967.
Questa canzone entrò nella memoria collettiva dall’anno seguente anche perché rappresentava in effetti un significativo cambiamento stilistico che migrava dal soul al country.

Le parole sono disarmanti nella loro attualità e non è un caso che ben oltre la sua immediata musicalità, tra tante, questa canzone mi sia tornata alla mente. Buon ascolto.

Seduto sotto la luce del mattino
Starò qui quando la sera arriverà
A guardare le navi entrare lentamente
E guardarle andare via di nuovo, yeah
…..
Ho lasciato la mia casa in Georgia
Diretto verso la baia di Frisco
Perché non avevo niente per cui vivere
E sembra che niente incrocerà la mia strada

Sembra che niente cambierà
Tutto rimarrà uguale
Non posso fare quello che dieci persone mi dicono di fare
Allora credo proprio che rimarrò lo stesso, ascoltami

…..
Mi siederò sulla banchina della baia
A guardare la marea andarsene, ooh
Sono seduto sulla banchina della baia
Sprecando il mio tempo