e poi dio creò il ratto

Al mio precedente post nel quale paventavo di
“ sentirmi un po’ strana oggi, come se qualcosa stesse rosicchiando le mie difese immunitarie.

il barman del club rispondeva :
attenta… le difese immunitarie sono importanti.
Ma lo sai che per debellare, o meglio, per tenere a bada il moltiplicarsi dei topi nelle città, ci sono studi di settore veramente importanti perché altrimenti diverrebbero un problema non da poco. Sono costretti a cambiare i tipi di veleni ogni settimana altrimenti oltre a creare gli anticorpi necessari non lo mangerebbero.

Questo parallelo tra topi e difese immunitarie mi ha riportato a tre anni fa quando, improvvisamente, un giorno ho cominciato a vomitare ininterrottamente e ho continuato per giorni e giorni. Un solo sorso d’acqua, un cucchiaio di brodo, tutto veniva rigettato, lo stomaco stesso si era oramai rivoltato.
Le analisi, tutte, mostravano valori non oltre ma molto  oltre la norma ed io ormai venivo nutrita con la flebo. Mia cognata medico si faceva carico della mia assistenza solo per questa ragione ho evitato l’ospedale.
La mia dottoressa di base preoccupatissima e con grande imbarazzo mi chiese, dovette chiedermi, se avessi avuto rapporti con ‘persone a rischio’. Anche soltanto un bacio. Ovviamente no.

Dopo dieci giorni mi rimetto in piedi con sette chili di meno e nella mia paranoia di voler essere sempre snella remando contro la mia costituzione mediterranea che mi vorrebbe ‘in carne’, asciugandomi la fronte constatai che davvero ‘non tutti i mali vengono per nuocere’ visto che mi ritrovavo un corpicino (quasi) alla Twiggy.

La storia e la grande paura finirono lì senza che venisse fuori la causa scatenante finche una sera…. una sera entrando in cucina e accendendo la luce vidi la sagoma di un topo grande quanto una cavia saltare dal tavolo e sparire dalla finestra.

Salmonella o leptospirosi? Certamente il topo, non visto, doveva essere già entrato in casa soprattutto sul tavolo e infettato un qualsiasi alimento lì appoggiato su un piatto.

Di corsa fatta richiesta per la disinfestazione.
Montate alle finestre una sorta di zanzariera spessa ma certo è che avendo la grande soddisfazione di avere il giardino le porte finestre vengono chiuse a seconda di dove mi trovo.

Roma è una grande città e i topi di fogna, grandi come gatti non è raro vederli attraversare la strada o, addirittura, scappare da sotto una macchina. Io tra l’altro ho notato che c’è maggiore ‘movimento’ quando in zona ci sono ‘lavori in corso’. Evidentemente i topi vengono disturbati, non si sentono al sicuro e scappano fuori.

Per fortuna noi abbiamo Sally che da bravo jack russell, cane da tana, olfatto finissimo, è sempre vigile e comunque più di una volta abbiamo dovuta trattenerla, perché, ad esempio alla fine di agosto, un topastro verso il tramonto passeggiava indisturbato nel giardino dei vicini fuori città. E’ vero che il vaccino contro la leptospirosi è obbligatorio per tutti i cani ma, insomma, la carneficina meglio no.

E se quanto vi ho raccontato vi ha annoiato la colpa di non avere tenuta alta la suspence è mia ma il vero colpevole è il barman del club che ha dato la stura a questi miei incubosi accadimenti.

SallySelfie

• LEPTOSPIROSI: è la malattia europea più pericolosa originata dai roditori; più frequente tra gli agricoltori o coloro che lavorano in ambienti umidi. Alcuni dati evidenziano che circa il 26-30% dei topi di fogna sono portatori di Leptospirosi e le possibilità di infettare gli esseri umani aumentano, quando in una determinata zona la popolazione di ratti è molto elevata.
• SALMONELLA: vive nel tratto intestinale degli animali (uomo compreso) e può essere trasmessa attraverso cibi contaminati da feci animali, che però non presentano alcuna alterazione alla vista o all’olfatto. I cibi pericolosi sono quelli consumati crudi, in quanto la cottura degli alimenti abbatte totalmente il rischio di infezione.

FRAGILE

Aria.  Sospesa tra cielo e terra,  si fa strada tra i tetti.
Scivola sui vetri ancora aperti,  mi accarezza.
Aria.  Tiepida di un autunno strano.  La sento tra i capelli, la riconosco.
E’ la mano leggera che conduce al sonno,  è il rituale della buona notte che precede il tuo bacio e,  poi,  il silenzio ovattato a infiocchettare i sogni.
Il silenzio riappacificato con il dolore quando nell’allegria colorata di tanti fiori sono giunta per te, oggi,  in un luogo non luogo  che non ci appartiene ma dove tu desideravi  che io, di tanto in tanto,  sostassi.
Quella tua espressione soddisfatta!  Solo per te,  senza finzione,  sono stata
“come tu mi vuoi”.

Dio arriverà All’alba
Accarezzami, amore,
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.
(Alda Merini, da “Alla tua salute, amore mio”)

Temo di sentirmi un po’ strana oggi, come se qualcosa stesse rosicchiando le mie difese immunitarie.

Fragile

 

Smiles & The bridge series

No, non è che io mi sia rincoglionita. Non credetelo, oppure sì.
E’ che quando ero giovane, più giovane, ero arrabbiata con tutto e sbranavo il tempo. Non quello dedicato al lavoro o a mio figlio. No, parlo del mio tempo interiore quello che a rotazione era corroso dal mio odio. Mi ci sono voluti anni per capirlo. MI è servito anche l’aiuto di una brava psicoterapeuta.
Lei mi ha insegnato a guardarmi con tenerezza, a non pretendere di essere sempre perfetta preparata al giudizio degli altri.
Lei ha valorizzato il mio pianto permettendomi di farlo uscire allo scoperto.
Lei mi ha fatto scoprire il valore terapeutico del sorriso, almeno un sorriso al giorno poco per volta sono diventata una dispensatrice di sorrisi perché anche se la vita resta difficile, è vero, basta aprire gli occhi e non è impossibile trovare tra le pieghe di una giornata ‘no’ un piccolo refolo di speranza, un altro sorriso che incrociamo, o che ci viene strappato come pochi minuti fa dalla telefonata che, inaspettata, mi ha fatto di mia cognata per chiedermi come stavo invitandomi a pranzo domani.
Ed io naturalmente ora sto molto meglio, anzi bene.

Continuo quindi a vedermi la 10 puntata della seconda serie di The Bridge che mi prende tantissimo e, sempre per tornare dove il dente (non) duole, a godermi quel bel tocco che è Demián Bichir mentre altri si rifaranno lo spirito con l’algida bellezza di Diane Kruger ottima a sottolineare , mi ripeto, la rude bellezza del mio detective messicano Marco Ruiz.
Altro sorriso, ma questa volta è il vostro! Tenetelo da conto.

Omnia vincit amor

Da qualche giorno ad una certa ora della sera qualcuno comincia a suonare il pianoforte. Un nuovo inquilino? Un ritorno di fiamma? Suona bene e passa indifferentemente dalla musica classica alle canzoni, Un repertorio non banale che incontra il mio assenso saputello.

Ecco che, attraverso uno di questi collegamenti che partono senza senso ho pensato a quando da piccola mia madre decise che da brava bambina dovessi prendere lezioni di piano. E da queste mie lezioni sono arrivata a rivisitare un film tra i miei preferiti, tragico e romantico, una bellissima avvincente storia d’amore. Ebbene sì, amore.

Lezioni di piano della regista Jane Campion

Ada (una formidabile Holly Hunter) muta per sua decisione dall’età di nove anni, giunge in Nuova Zelanda, sposata per procura con Stewart, un piccolo possidente. Con lei ci sono la figlioletta Flora, i bauli, un pianoforte. Stewart fa abbandonare il pianoforte sulla spiaggia perché difficile da trasportare lungo gli impervi sentieri dell’isola.
George Baines (Harvey Keitel) un bianco inviso alla comunità perché attratto dai costumi maori, affascinato dal mistero di questa donna silenziosa e caparbia, si accorda con Stewart per comprare il piano al solo fine di proporne ad Ada la restituzione tramite … uno scambio “indecente”: un tasto per ogni cosa che lei gli lascerà fare sul suo corpo mentre suona.

“Sono infelice perché ti voglio, perché la mia mente pensa solo te e non sa pensare ad altro… sono malato di desiderio”.Questo è George Baines, al cui patto Ada decide di sottostare pur di continuare a suonare.

Baines le restituisce il pianoforte; tra i due si stabilisce, gioco forza una relazione che sfugge al loro controllo sembra che tutto rientri nell’ordine dell’ Omia vincit amor ma con un coup de theatre  tornerà a presentarsi nuovamente la  tragedia.
Nelle ultime sequenze,infatti, mentre Ada, Baines e Flora sono su una barca in partenza, Ada sente l’irresistibile bisogno di disfarsi del suo amato pianoforte, che fa gettare in mare; una corda però le si attorciglia alla caviglia (forse volontariamente?) trascinandola sott’acqua. Con sua grande sorpresa  riesce a districarsi e a risalire in superficie.

«Che morte! Che occasione! E che sorpresa!
La mia volontà ha scelto la vita. […)
C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci. Nella fredda tomba del profondo del mare.»
(versi tratti dal sonetto Silence di Thomas Hood).

Uno dei film più sontuori e visionari della Campion, uno dei pochi esempi cionematografici di sguardo femminile consapevole sull’eros. Splendido uso dei paesaggi neozelandesi e musica ipnotica di Michael Nyman.
Palma d’oro a Cannes ex-aequo con “Addio mia concubina” ed Oscar per la protagonista Holly Hunter ma, ma signore mie non avete, o forse sì, idea della sensualità animalesca che sprigiona Harvey Keitel in una scena di  nudo che fece ‘storia’.

chiedimi se sono felice: oggi mo(l)to!

Il 6 maggio di quest’anno, ed ebbi anche a scriverne qui, “Ci” fu rubata la moto che il pargolo era riuscito a (ri)comprasi (tra me e lui di furti di motorini e moto siamo ‘esperti’) aggiungendo alcune rate per coprire il costo che ha finito di pagare lo scorso mese di luglio. Eccolo qui ignaro del futuro sul suo grintoso  Yamaha T-max 500.

Fortunatamente l’assicurazione ha praticamente rimborsato tutto e le voila nuovamente in sella al suo bolide a due ruote il casco pronto e via a festeggiare aggrappata come un bradipo al suo esile corpo. Felicità impudente e violenta.

Io so che vi chiederete ma perché questo benedetto ragazzo insiste a volere questa motona e questo modello che va – a dispetto di antifurto, catena, e garage la notte – ‘a ruba’?
La risposta è scontata per lui e in qualche modo anche per me. Un ragazzo della sua età minimo si comprerebbe una Smart o un altro modello, lui no, estate e inverno prima motorino e poi moto.
Incidenti da parte sua nessuno mentre da parte di automobilisti sconsiderati alcuni. Lo stesso è valso per me. Dopo l’ultimo furto ho desistito definitivamente.
Qualsiasi sia il mezzo che guidiamo è dagli altri che dobbiamo guardarci e addirittura prevedere le mosse.

Felicità? Oh! lui non lo dava a vedere ma quando l’ho accompagnato a ritirarla gli ridevano gli occhiali! Riuscire e rimettersi in sella e completamente con le sue forze economiche gli ha dato un friccicore e anche a me, un senso di orgoglio, di onnipotenza per quel metro e ottantacinque che avevo covato con fatica, partorito con gran dolore e con tante aspettative e batticuore sempiterno per lui che man mano cresceva.

Giro d’onore e battesimo con aperitivo fino al punto più bello da cui si vede tutta Roma sdraiata, riconoscendone dall’alto ogni riferimento: Lo zodiaco.
La magia di quella vista, il sole vivido,  la figura snella in controluce che si staglia, non so se potete immaginare quell’attimo di sospensione misto a smarrimento (no, non è un sogno) che io ho provato.
Mio figlio. Felicità.

Felicità

Sound truck Blues Brothers http://youtu.be/o_manjmO1N0

Chiedimi se sono felice

“Ecco qualcosa di eccitante, si disse Larry McCaslin e la seguì in una libreria dove nessuno dei due guardò i libri.
Rahel si lasciò attrarre dal matrimonio come un viaggiatore si lascia attrarre da un sedile libero nella sala d’aspetto di un ereoporto. C’era la sensazione di Mettersi Giù Comodi. Andò a Boston con Larry McCaslin.
Larry era così alto che quando stringeva la moglie tra le braccia, la guancia di lei contro il suo cuore, le vedeva il cocuzzolo, lo scuro groviglio dei capelli….
La stringeva come se fosse un dono. Dato a lui per amore. Qualcosa di piccolo e silenzioso. Di insopportabilmente prezioso.”
Questo piccolo gioiello di scrittura è tratto da “Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy.

.
Leggo e mi soffermo, sillabo, queste parole ‘ in sop por ta bil mente pre zio so’. ‘Qualcosa di piccolo e silenzioso’.

Quante volte ho avuto questa sensazione immensa, dilagante, in cui un attimo o qualcosa di piu’ durevole di uno, forse due, mi ha chiuso a morsa lo stomaco costringendomi a riprendere fiato lentamente e profondamente mentre quel ‘piccolo e silenzioso’, immenso e roboante, sentimento mi invadeva rubando spazio al respiro?
Un amico ieri mattina, per posta, augurandomi il buongiorno senza una ragione apparente all’interno di un discorso aggiunse ‘…sei felice?’ scontrandosi senza saperlo con quel mio ruminare la domanda giorno dopo giorno.

Felicità.
Credo vi siano gradazioni diverse di quello stato di benessere, che impropriamente definiamo grosso modo felicità. Se ne dovrebbero distinguere le sfumature di serenità, o contentezza, o appagamento.
La felicità vera e propria, a mio giudizio, è l’incanto di un momento raro e irripetibile, una sensazione così alta che a provarla si avverte persino un dolore sottile, uno struggimento da consapevolezza dell’attimo fuggente.

“C’è una predisposizione
‘naturale’ alla felicità? Non saprei. A me manca questa capacità che era di mia madre, prima, e in parte di mio figlio Eleonora Dusa, il mio soprannome a sottolineare enfatizzandola la mia indole drammatica. Io tendo a elucubrare, a pormi troppe domande, a non lasciarmi andare.
Io mi ci devo impegnare, sillabarla, trattenere il respiro quando mi coglie all’improvviso.
A volte percepisco il mondo così lontano ed estraneo, un inutile ingranaggio zoppicante che mi ruba spazio vitale e trovo improbo restare in sintonia, stare al passo con la serenità di uno sguardo amoroso.

Ah, Il dio delle piccole cose!

Mozart ‘Le nozze di Figaro’

Amours

 

Succede ogni volta che  lasciare od essere lasciati ci faccia disperare e pensare che mai e poi mai nessuno riuscirà, o noi riusciremo, ad amare tanto.

E’ vero che per taluni, assai pochi, il primo amore dura fino alla morte Sinistramente se la dama con la falce arriva ancora in un tempo biologico ragionevole il sopravvissuto, se ha coraggio e joie de vivre, potrà sperimentare che il ‘finchè morte non vi separi’ ha una sua scadenza soggettiva che poco si accompagna con l’eternità.

Mia mamma ha avuto quattro mariti. Tutti e quattro sono morti prima di lei, o forse no, il marito americano dal quale aveva divorziato, morì qualche anno dopo di lei.

Il suo primo grande amore era un cadetto dell’ aviazione. Matrimonio da favola, carrozza con cavalli, ponte di sciabole sguainate. Pochi mesi dopo un incidente aereo  e mia mamma a vent’anni era vedova ed ebbe il tempo di laurearsi velocemente.

Il secondo marito fu anche il padre biologico di mio fratello e mio. Il matrimonio durò all’incirca quattro anni il tempo che il nobile signore che aveva sciupato una fortuna tra gioco d’azzardo e corse di cavalli, fosse cacciato dal generale mio nonno dal quale andammo a vivere in una grande casa a via Goffredo Casalis, sempre a Torino.

Poi ci fù l’uomo più bello e più tutto del mondo del quale io stessa piccolissima mi innamorai. Era un comandante dell’aereonautica militare, pilota delle frecce tricolori. A noi Tom Cruise in Top gun ce scuciva ‘n baffo. Biondo, occhi grigio cielo, un viso dai lineamenti che esprimevano forza e delicatezza. Era romano, allegro e accomodante.  Noi bambini toccavamo fisicamente questo grande amore che aleggiava.  C’era anche grande sensualità ma questo era troppo presto perchè lo capissimo.  Non abbiamo avuto la fortuna di viverlo come nostro padre che pochi anni perché in una delle tante guerre sante che si intraprendono per salvare altri popoli, in questo caso si trattava dell’ex Congo Belga, i guerriglieri buttarono giù il C119 quel vagone volante che portava medicinali. L’aereo cadde e tutti i 13 componenti dell’equipaggio vennero trucidati. Nelle bare rimasugli di corpi. Questo fu l’eccidio di Kindu di cui molti di voi ignorano.
http://www.raistoria.rai.it/articoli/leccidio-di-kindu/11214/default.aspx.

La forza di volontà e la joie de vivre a mia mamma non facevano difetto e dunque successe che dopo qualche anno si risposò, noi all’epoca abitavamo a Pisa, con un alto funzionario delle Nazioni Unite delegato momentaneamente in Italia e quando lui tornò a New York noi tutti lo seguimmo.
Cominciò così anche la mia vita americana.
Nacque mio fratello ‘piccolo’ ora alto 1,90 mia madre, inutili i dettagli qui, divorziò dopo pochi anni e tornò a Roma con il bimbo mentre mio fratello ed io decidemmo di restare a terminare studi e università nella grande villa a New City – zona residenziale subito fuori New York a cui era collegata con un grande tunnel che passava sotto il fiume Hudson- insieme ai due figli, coetanei, del nostro patrigno che nel frattempo era in missione da qualche parte in Africa.
Convivenza esilarante spesso pericolosa tra noi quattro che andavamo dai 16 ai 19 anni. Forse ne parlerò e sarà un po’ come un film horror perché a turno qualcuno si rompeva qualcosa e scorreva il sangue. Litigavamo su quasi tutto ma l’aggravante era che Alan si era innamorato di me. Mi ricordo quella volta…no, non ora.

Quattro mariti, quattro amori  finiti non in modo indolore, eppure le traversie della vita non hanno mai minato la fiducia e spento il sorriso a mia madre, la donna che sapeva vedere in tutto il lato buono, positivo, e che per me è stata determinante, per me che sono venuta fuori pessimista e con una fondamentale tendenza a lasciarmi vivere che a volte supero malamente con degli eccessi.

Succedeva che nel mio vagabondare sentimentale io prendessi una tranvata e mi ritrovassi accovacciata tra le sue braccia in lacrime.
Lei mi diceva di fermarmi di cercare meglio l’ ‘uomo giusto’ di dedicarmici.
Io le rispondevo singhiozzando: ‘Parli proprio te che ne hai avuti quattro’ e lei – ricordo – una volta mi rispose che quella era stata la sua vita ma avrebbe potuto con identica intensità amare solo  Giorgio (il giovane cadetto) per tutta la vita.

L’amore, quello che dura, è soprattutto costruzione, pazienza, sentire comune, piccoli compromessi. Ma a dispetto di tutto e degli anni io continuo a pensare che questi grandi-piccoli buoni propositi  andranno bene per molti, per tutti, ma per me la passione che piano piano impercettibilmente sedimenta sul fondo, no! non fa per me e alla fine come la farfalla tatuata sul mio polso sarò destinata a morire (sentimentalmente).
L’estate è la mia stagione.

– “Sono qui per stupirmi”- afferma Goethe.. bisogna essere ciechi o estremamente aridi se, alla vista di una farfalla non si prova gioia, fanciullesco incanto, un brivido dello stupore goethiano…..
La farfalla, infatti è qualcosa di particolare, non è un animale come gli altri, in fondo non è propriamente un animale ma solamente l’ultima, più elevata, festosa e vitalmente importante essenza di un animale.
È la forma festosa, nuziale… di quell’animale che era giacente crisalide e ancor prima affamato bruco. La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare,
vive solamente per amare e concepire, e per questo è avvolta in un abito mirabile.
È un emblema sia dell’effimero, sia di ciò che dura in eterno. È un simbolo dell’anima. –

(da Farfalle di Hermann Hesse)