Il giorno di Capodanno (2014)

 

 

Sally2014

 

Il primo giorno dell’anno
Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte con un nastro,

gli posiamo sul collo sonagli colorati,

e a mezzanotte lo andiamo a ricevere
come se fosse un esploratore
che scende da una stella.
Come il pane, assomiglia al pane di ieri.
Come un anello a tutti gli anelli.
La terra accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline,
lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia
e poi, lo avvolgerà nell’ombra.
Eppure,
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare.

Pablo Neruda e suo tramite da me per tutti voi i miei più cari

auguri per un 2014 migliore 

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Merry xmass

AUGURISSIMISSIMI
“Il domani non è assicurato per nessuno, giovane o vecchio.Oggi può essere l’ultima volta che vedi chi ami.

Perciò non aspettare oltre, fallo oggi, perchè se il domani non arrivasse, sicuramente compiangeresti il giorno che non hai avuto tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio e che eri troppo occupato per regalarti un ultimo desiderio.”

(Gabriel Garcia Marquez)

La patata tra Cultura e arte culinaria.

 
“Che fai?”
“Leggo il mio Artusi.”

Non che io sia una cuoca provetta ma sono senz’altro molto attenta al cibo, alla sua presentazione, alla sua storia e per questo l’Artusi è perfetto. Mi piace rileggerlo spesso e sognare cene semplici, o dolcemente complicate, per me irraggiungibili, fantasiose.
‘La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene’, appunto di Pellegrino Artusi, scrittore e gastronomo, fu pubblicato la prima volta alla fine dell’Ottocento dopo la riunificazione dell’Italia ed ebbe, ed ha, il merito di racchiudere con accenti a volte ironici e riferimenti storico-culturali ricette culinarie di tutte le regioni italiane da lui visitate una ad una tanto da attribuirgli il merito di aver posto le basi per la formazione della cucina nazionale italiana.
Il libro ebbe alterne fortune ma divenne molto conosciuto nel mondo, dopo la pubblicazione nel 1970 a cura della casa editrice Einaudi.

Perché l’Artusi per poi selezionare una ricetta straniera o, peggio ancora, dei nostri eterni antagonisti in fatto di cucina e di vini, i cugini francesi?

E’ in uscita un libro del giornalista e imprenditore gastronomico Craig Boreth che si intitola ‘ A tavola con Hemingway’ una sorta di guida di ristoranti, bar, bettole, ricette messe insieme seguendo le tracce di Hemingway in giro per il mondo da Cuba a Parigi, a Venezia, nel Vecchio e nel Nuovo mondo.
Si va dalle ricette più macchinose alle più elementari tipo le patate all’olio che Ernest H. mangiò a Parigi nel 1924 alla brasserie Lipp e che così ci descrive:

“La birra era molto fredda e meravigliosa da bere.Le pommes à l’huile erano sode e marinate, e l’olio d’oliva delizioso. Macinai del pepe nero sulle patate e inzuppai il pane nell’olio di oliva.Dopo la prima lunga sorsata di birra mangiai e bevvi molto lentamente…raccolsi con il pane tutto l’olio e tutta la salsa e bevvi la birra lentamente fino a che cominciò a diventare meno fredda, e allora la finii e ne ordinai un’altra mezza e guardai mentre la spillavano”.

Pomme de terre à l’huile
2 porzioni, 500grammi di patate
6 cucchiai di olio extravergine di oliva; 2 cucchiai di vino bianco secco; 2 cucchiai di aceto rosso, 2 cucchiai di brodo di manzo, uno spicchio di aglio,sale e pepe.

Lavate e sbucciate le patate e mettetele a cuocere in acqua fredda e salata. Portate a ebollizione finche nonle ritenete cotte
Scolate le patate e appena sono abbastanza fredda tagliatele a fettine, quindi mettetele in una terrina e mescolate delicatamente con l’olio, l’aglio, sale e pepe.
In un pentolino scaldate il vino, l’aceto e il brodo. Quando il tutto è ben amalgamato e ben caldo versate sulle patate e mescolate il tutto con mano leggera.
Pane in abbondanza per assicurarsi quella che a Roma è ‘fare la scarpetta’.

Semplici patate? Bene ma come si facevano alla brasserie Lipp, a Parigi, nel 1924, e per compagno a tavola Ernie Hamingway!
Scusate se è poco.

Orgasm day. L’unione fa la pace

Insomma, comincia il conto alla rovescia, con più mestizia e consapevolezza che non tutto è proprio sfavillante come si vorrebbe, neppure in questi giorni natalizi.

Eppure una ragione per farci due risate in allegria mi venne posta su di un piatto d’argento alcuni anni fa ( mio post del 2007) ed io ci riprovo – pari pari – a sottoporvela. Gli ingrediente e la ‘location’ sono alla portata di tutti ma proprio tutti noi. Bastano un letto, lettino, divanetto, sedile ribaltabile, lavatrice (se centrifugante è più ‘brividosa’), tavolo da cucina, postino docet anche sei lui e lei ( o qualsivoglia incastro) non sono attori consumati
Dopo il giorno della mamma, del papà del nonno, dei ‘diversamente abili’ (dolce eufemismo), finalmente un giorno tutto da godere soli o in compagnia, perché mie care e miei cari il 22 dicembre sarà totalmente dedicato all’ORGASMO. Anzi a dirla completa come hanno fatto gli ideatori

22 dicembre
Contro la guerra, il sesso di massa
“Il Global Orgasm salverà il pianeta”.

Una coppia di pacifisti Usa lancia una bizzarra iniziativa per il 22 dicembre
“Fare l’amore tutti insieme e veicolare quel gigantesco flusso di energia”
Imprescindibile è però:
” Pensare intensamente alla pace, prima e durante l’orgasmo” ….concentratevi sull’immagine, che dire? di una colomba, piuttosto che di una bandiera arcobaleno o di un garofano rosso infilato nella bocca di un cannone.

E, sopratutto, nessuna scusa!  Non preoccupatevi se non avete un partner,  si è liberi di partecipare in ogni modo. Anche con ” mezzi propri.”

Ah (sospiro pre-orgasmico) Oh (sospiro del coccodrillo ‘dopo’ che ha consumato il lauto orgasmo ops pasto, volevo dire pasto! “Oh tempora o mores”.
Insomma vogliamo orga….insomma cominciare a organizzarci?

I commenti furono moltissimi, ma di tutte le persone che conoscevo nel 2007 su Splinder, a anche prima , mi è rimasta l’amicizia duratura di Kathy http://viracconto1.blogspot.it/e di altre due amiche che non hanno più il blog 

non è Il pranzo di Babette

Meglio voltar pagina.  Matteo Renzi lo abbiamo cucinato ben benino e staremo a vedere se lievita a dovere.

Da un po’ di tempo la serietà non mi si addice e più giro tra gli amici blogger (s) e più mi rendo conto che tutti sono molto più preparati di me su (quasi) tutti gli argomenti anche se in cuor mio mi difendo  dicendomi che in fondo le idee le avrei ma sono  troppo pigra per  tirarle fuori .. . So essere arguta, anche simpatica, ma pare che riferito a una donna  questo sia un contentino facile come quando le si dice che ha dei bellissimi occhi.

Andiamo dunque e che la gola si prenda il palcoscenico perchè mangiare dovrebbe essere patrimonio dell’umanità anche se la Fao.. accidenti! ho detto politica no!

Zuppa di cozze, patate e porri (4 persone)

1 kg di cozze (il periodo è ottimo e le si trova belle grasse);   4 patate medie tagliate a cubetti;    tre porri tagliati a tondelle;   una cipolla tritata, uno spicchio di aglio, sale e pepe. Timo o dragoncello per dare un ulteriore profumo sfizioso.

Fate saltare in padella con un cucchiaio di olio, per circa tre minuti,  la cipolla, l’aglio e i porri infine aggiungetevi le cozze ben lavate e il dragoncello; aggiungetevi un litro di acqua, portate ad ebollizione e cuocete per 15 minuti.   Prelevate dal brodo di cottura le sole cozze e fatevi  cuocere le patate precedentemente tagliate a cubetti. Quanto le patate saranno cotte frullate tutto in modo da ottenere una crema nè fluida nè densa ma consistente. Sgusciate le cozze lasciandone intere cinque per ogni porzione.

Servite  ben caldo suddividendo equamente , rpt equamente!,  le cozze sgusciate e guarnite con quelle lasciate intere messe al centro o sparse ad arte nel piatto.

Il risultato è graditissimo oltre che nutriente;  il costo assai contenuto giacchè come secondo può bastere una teglia di cardi o di finocchi passati al forno.

Vi ho convinti?  Allora alla prova (del cuoco)  e fatemi sapere.

Il Pranzo di Babette, un film poetico e nutriente che troverete in versione completa su Youtube.

Lettera a un’amica

cara Jean

parti da un presupposto sbagliato. Io non mi faccio ‘i fatti miei’ ma sto piuttosto alla finestra e questo non mi impedisce di avere dei mie pensieri e fare delle mie riflessioni.
Mia madre sarebbe stata molto più aperta di te perchè conosceva i giovani e sapeva vedere nel futuro ed il futuro non può essere un ritorno al passato in un mondo cambiato vorticosamente come cambiato è il ‘target’ dei nuovi cittadini-elettori. Cosa ne pensa mio fratello Stefano (intendi lui?) non lo dico perchè sarei, credo, cattivella.
Mai avrei brindato a champagne in questo mio Paese a pezzi ma so riconoscere la sfida che 3 milioni di persone hanno lanciato ai nostri tre candidati. Si diceva che anche 2milioni sarebbe stata una cifra ambita.
Il ‘tuo’ Partito che è stato anche il mio, non esiste più dai tempi della Bolognina, dalla sofferta rottura di Pietro Ingrao, dalla scissione in Rifondazione comunista. Quel partito è stato mandato nelle soffitte di Botteghe Oscuere insieme all’amore di Togliatti e di Nilde Jotti e siamo diventati prima alberi e poi son cresciute margherite, abbiamo inglobato ‘amici’ come la Binetti, e un tesoriere un po’ troppo allegro nel gestire i fondi comuni, come Lusi. Semplici acronimi senza orizzonte. Abbiamo perso la nostra dignità e la nostra credibilità.
Il D’Alema di cui Gianni Cuperlo è espressione, è colui che ha inventato quella bella operazione della Bicamerale, mentre come se non bastasse, litigiosi a sinistra sempre, RC ha fatto cadere il governo Prodi.
Bersani si è barcamenato e il nostro elettorato esausto si è disgregato. Saper perdere le elezioni vincendole e resuscitare un Berlusconi ormai agonizzante è opera di questo nostro non partito. Le ‘Larghe intese’ da nessuno di noi votate sono il risultato dell’assenza di un pensiero vincente a sinistra.
L’alternativa era l’allora giovane Cuperlo? O Civati anche preparatissimo ma non abbastanza competitivo. Non si può pensare di fare politica se non si ha anche un forte ‘appeal’ all’esterno.
Luca ha votato Renzi e quel che ha detto Renzi ieri sera lo ha convinto ad ascoltare nonostante i reroconti sportivi della domenica. In effetti quello che tu definisci novello imbonitore ha messo una foga e una concretezza che a me ha ricordato, perdonami, i veri vecchi compagni.
Io voglio dargli fiducia, quella stessa fiducia che ha tirato, per prima, Luca fuori di casa senza la mia sollecitazione: “Allora si va?”.
Il futuro sono loro e Renzi sa bene che è con i giovani che deve fare i conti anche e sopratutto in termini della tanta vituperata immagine. Ma del resto questo lo sanno bene i vecchi volponi che da anni hanno assunto curatori di immagine, gost writers addetti stampa. Anna Maria Testa
” giornalista pubblicista dal 1988. Collabora con diverse testate e con Rai e si occupa di comunicazione politica.” ha curato campagne elettorali e ‘immagine’ dei nostri cari compagni a partire da leader Maximo sin dalla fine degli anni Ottanta.
Trucco e parrucco fanno parte dello spettacolarizzazione della nostra classe politica, che orfana dei suoi circoli e delle sue sezioni, dismesso il fiore all’occhiello dei suoi Centri studi, è diventata show televisivo, reality, ma ha perso il contatto con la realtà e con le persone-
Siamo alla frutta, mia cara, e non soltanto perché impera il salutismo delle diete. Siamo a dieta perché l’impoverimento progressivo del nostro Paese è nella mancanza di obiettivi, di programmi di una classe politica sbracata e compiaciuta di sé.
Indignarsi non basta (più) e tre milioni di persone, quali che siano, lo hanno detto. La palla passa a Matteo Renzi e aspettiamo che nel tempo di qualche partita cominci a segnare. Ne va di tutti noi.
Ti abbraccio e non me ne volere .

Ps per i miei amici del blog. Ho votato Matteo Renzi ben conscia che non può rappresentare la continuità interrotta del mio Partto la cui fine fu segnata dal volto rigato di pianto di Pietro Ingrao e che si abbraccia a una compagna di cui soltanto chi era presente ricorda, ancorchè di schiena il nome. Quella persona ero io.

Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all’11 marzo 1990. Tre le mozioni una del segretario Achille Occhetto,che proponeva di aprire una fase costituente per un partito nuovo, progressista e riformatore; una seconda, firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; ed una terza proposta da Armando Cossutta, simile alla precedente.
La mozione di Occhetto risultò vincente con il 67%.

Un buon pasto caldo (Lunchbox)

Questo film non puo’ essere raccontato se non si conosce l’antefatto che ne costituisce la struttura portante!
A Mumbai da oltre cento anni si utilizza un meccanismo tanto perfetto in ogni suo passaggio da essere stato studiato da quei cervelloni di Harvard.
E’ il Dabbawallash ovvero un sistema di consegna quotidiano, sei giorni su sette, di pranzi, questi sì, e giustamente ad personam.
In cifre: cinquemila fattorini trasportano duecentomila ‘lunchbox’ dalle singole abitazioni di ogni angolo della città direttamente sulla scrivania di quel preciso impiegato. E nel pomeriggio quegli stessi contenitori vengono riconsegnati nelle singole abitazioni. Così ogni giorno alla mensa comune, all’ora di pranzo, ognuno gusta il suo pasto caldo.
Ma si sa che non la perfezione, ma l’imperfezione origina lo straordinario, crea disordine vitale.

Sto parlando di ‘Lunchbox’ opera prima di un giovane regista indiano Ritesh Batrar, vincitore di vari premi, presentato recentemente, anche qui con gran successo, al Film Festival di Torino dello scorso novembre.
Il film nella sua estrema semplicità racconta con accenti impalpabili ma con delle virate di ironia, quasi una forma di pudore, una storia d’amore e di amicizia che si snoda attraverso l’errata consegna di un lunch box che anziché arrivare sulla scrivania di un marito molto distratto che la giovane moglie tenta di riconquistare, finisce su di un’altra scrivania e quell’ ‘errore’ che diventa salvifico sprigiona giorno dopo giorno ricordi e sentimenti d’amore in un impiegato vedovo, apaticamente solo, ormai prossimo alla pensione.
Quando Ila, la bella casalinga, si rende conto, lei sola perché il marito non si accorge di nulla, dell’errore prima nasconde nel lunchbox un bigliettino per giustificarsi e poi comincia ad includere ogni volta dei brevi biglietti che diventano lettere alle quali il maturo Saajan risponde e di lettera in lettera entrambi apporteranno alla loro vita profondi cambiamenti.

Non posso dire altro per non rubarvi l’emozione di Lunchbox in cui la semplicità e l’ingenuità nei sentimenti rendono ‘prezioso’ per noi del vecchio mondo la scoperta di questi nuovi autori tanto talentuosi che si affacciano sulla scena cinematografica arrivando fino a noi da paesi devastati dalla guerra, sviliti dai loro governi, poveri di una povertà primordiale.
E a quel vergognoso, purtroppo nostro ministro, che neppure voglio nominare, che sentenziò “Con la cultura non si mangia” vorrei ribattere che con questo piccolo film ci si riempie il cuore e si ritrova la speranza a tentare altre soluzioni.