La (bellss) Rosa malata

 
 
   
La Rosa malata

O Rosa sei malata.
L'invisibile verme,
che vola nella notte
nella tempesta urlante:
 
Ha trovato il tuo letto
di gioia color crèmisi:
E il suo oscuro e segreto amore
Distrugge la tua vita.

rosa prigioniera
poesia William Blake, foto Sherazade,2011

 

 

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et dieu créa la femme

 

 Leggo che il quotidiano inglese Daily Mail ha chiesto a 5 donne speciali,“in carriera”, di scrivere una lettera al proprio corpo.  

 

Sandra Howard, 71 anni, scrittrice

Caro corpo,

Ne abbiamo passate tante tu ed io, e ammettiamolo in questi giorni mostriamo un bel po’ di lacrime e logoramento: la mia pelle da rosa inglese ha perso elasticità, e la forza di gravità si è divertita a giocare con i miei seni e il mio fondoschiena…

…. Ma non è tutto negativo. Ho amato la mia vita stretta e le mie braccia toniche come quelle di una ragazzina. Sei stato gentile con me durante le gravidanze, un vero amico. Ho avuto un pancionecontenuto e sdono tornata in forma in tempi brevissimi. Nessuna smagliatura…

…  Spero che continueremo a lavorare insieme per un bel po’ di anni ancora

E’ una lettera nella quale potrebbe cimentarsi ognuna di noi perché il nostro corpo siamo noi. Lo amiamo? Lo odiamo? Ne abusiamo? Ne andiamo fiere al di là di facili ammiccamenti e falsi pudori?

Il rapporto delle donne di ogni età con il proprio corpo e stato da sempre conflittuale, soggetto ai capricci della moda e – soprattutto – ai desiderata maschili.

Boomerang che vola alto nella pienezza degli anni e che ci si ritorce violentemente contro al primo giro di boa. Sappiamo gestirlo senza che ci ferisca?

Credo che oggi si chieda anche al corpo maschile  e al suo aspetto esteriore grandi prestazioni (vita dura anche per loro) e dunque perché non proviamo tutte e tutti a cimentarci in questa scrittura? Comincio io? 

 

Stay hundry, Stay foolish

Nel 2002, per curiosità, ho aperto il mio primo blog nel tentativo di condividere i miei stati d’animo, le mie ideuzze.
A quei primi passi risale l’amicizia con Katherine http://katherinem.splinder.com/ 
Nel tempo  altri blogger si sono uniti a noi e si sono persi per strada in una naturale selezione; erano persone a volte un po’ troppo smaccatamente saccenti ma stimolanti, altre giocavano su più binari e smascherate si sono eclissate. Alcuni giocatori si sono riproposti in altra veste. Un paio di care amiche hanno ceduto per stanchezza o per problemi famigliari ma continuiamo a sentirci via sms o, addirittura!, vederci.
Kathy ed io siamo migrate su Splinder per i disservizi del precedente server.

 
Io amo la blogsfera per il suo essere un’ agorà virtuale, luogo di scambio di opinioni anche conflittuali ma civili, ove perorare ad oltranza, senza cedere, i propri punti di vista. Del resto se si è tutti d’accordo (non contraddire per educazione ! ho letto in un commento) che gusto ci sarebbe?
 
Essere tolleranti non è mica poi tanto bello. Tollerare significa sentirsi superiori,  non accettare la diversità. Qui, in questi nostri spazi, abbiamo la grande opportunità di in(s)contrarci con tante persone diverse e lontanissime  e invece, anche inconsciamente, ci aspettiamo che siano speculari a noi, stesso approcio, stessa dialettica, oppure che tacciano garbatamente.
“Il tuo blog è il tuo spazio e dunque sarebbe maleducato dissentire, Così come non diresti ad una tua amica che la sua adorata cassapanca è uno schifo”(anche questo ho letto in un commento, a parte che tra ‘è uno schifo’ e ‘a me non piace’ ce ne corre).
Non credo sia così: il blog è il luogo cui affidiamo parte dei  nostri pensieri ed i pensieri non sono una cassapanca ma cassa di risonanza, di elaborazione di emozioni che maturano in noi e che liberaMENTE poniamo in rete per condividerne il senso.

Monomaniaci fastidiosi  che scadono anche nella violenza e nella volgarità verbale ci sono, ci sono i marpioni un po’ mano morta  da autobus  ma, o io sono estremamente fortunata perché me ne sono capitati/e pochi/e,  al dunque  premo il tastino che blocca e lì finisce.
L’ultimo vezzo  è aprire un blog chiuso a inviti “perché così tra noi si ragiona meglio” (altro commento).
Bene ma allora quella enorme potenzialità di confronto come avverrebbe?

 
Se a volte a me prende lo scoramento e la voglia di abbandonare il blog è per la ragione inversa, cioè perché i commenti sono pochi, brevi o gentilmente superficiali.
Forse che in autobus non vi è mai capitato il mezzo matto, il porcello,  la donna che strilla al cellulare, vi è mai successo che qualcuno vi urlasse “Ah booona”? oppure che qlc frenasse a due centimetri da voi? e allora? Non si esce più di casa?
 
Quando tutto è detto, io tiro innanzi e premo Pubblica a questo mio, un po’ logorroico, ultimo post.
Come avrei potuto fare con i 140 caratteri di twitter?
 
“Amo il mio spazio http://sherazade2005.splinder.com/ lì mi sento padrona, libera di dire senza i lacciuoli di questi dannati 140 caratteri qlc di completo”.
 

Una bella citazione di Steve Jobs riportata ovunque (ma perché bisogna morire per (non) sentirsi dire tante belle parole?)  è:
Stay hungry stay foolish
letteralmente: Siate affamati (del nuovo) e folli (qb per non osare)
.

 

Les feuilles mortes (piluccando nei ricordi

Stamattina una foglia gialla, la prima, è caduta sul parabrezza della mia macchina: autunno, quello vero! ecco il primo segnale. Gli alberi sono ancora verdi ma il sole è meno forte e fatica a districarsi tra il fogliame. La sua luce è morbida, stremata.Si sta preparando un temporale.
Riaffiora una canzone, tra le più amate da mia madre che seguiva molto gli  chanconiers francesi dalla grande Edith Piaff a Yves Montand, Juliette Greco,
Jacques Brel.

Les feuilles mortes se ramassent à la pelle 
Les souvenirs et les regrets aussi, 
Mais mon amour silencieux et fidèle 
Sourit toujours et remercie la vie.
……….
C’est une chanson qui nous ressemble,
Toi tu m’aimais, moi je t’aimais 
Et nous vivions, tous deux ensemble, 
Toi qui m’aimais, moi qui t’aimais.
(Cantata daYves Montand su parole di Jaques Prevert)

La cultura francese è entrata presto nella mia vita.
La sorella più piccola di mia mamma – zia Mussi – che aveva ereditato il lato artistico del padre e l’amore per la pittura,a vent’anni andò  a Parigi per frequentare l’Ecolle des Beaux Arts. Lì conobbe un archittetto irlandese che avrebbe potuto essere suo padre, si sposarono e quello che doveva essere un soggiorno di studio fu un trasferimento definitivo. Vivevano a Parigi e da allora cominciarono le vacanze in Francia perché gli zii avevano una  casa in Normandia , vicino a Dieppe, in un paesino a picco sulle falaises di fronte a Dover.

A La Gare de Lyon, avrò avuto 5/6 anni, vidi da vicino il primo “uomo nero” della mia vita. Ma non mi fece tremare di paura come nelle favole: lui, quello in carne e ossa, aveva un viso nero, sì, ma era anche estremamente sorridente e mi risultò simpatico.
A Varangeville-sur-Mer, avevano casa anche molti altri artisti amici di mio zio e di mio nonno (pittore futurista che firmò con Marinetti, Balla, Boccioni e altri il Manifesto futurista) e il pomeriggio li si andava a trovare attraverso viottoli e stradelline pericolosamente in bilico sulle falaises. Io li ricordo solo di nome: Alexandre Calder il padre dei ‘mobiles’ che vediamo tanto spesso appesi nelle case, nei giardini e sopratutto nelle camere dei bambini.

Pablo Picasso che però non ho mai incontrato, e il pittore molto amico di mio nonno George Braques.
Ricordo perfettamente il viale a tunnel di rose rampicanti che si interrompeva davanti a una rotonda di brecciolino di fronte alla casa di Monsieur  Braque. Ricordo che a metà del viale ci aspettava Marie, la moglie di Braque, una signora con tutti i capelli bianchi, un grembiule fiorato stile Maga Magò, profumo di biscotti (le mie madeleinettes!) appena sfornati, che chinandosi allargava le braccia  in un benvenuto di zucchero a velo.. Accanto a lei due enormi Labrador neri.

..e tutto questo è tornato alla mia mente per una foglia caduta sul parabrezza.

cuori

….

.

Steve Jobs. 1955-2011
solo un Grazie!

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C’era una volta,
 
una ragazzina montenegrina diciottenne, piuttosto smaliziata e miss qualche cosa,  che svela il suo amore sbocciato  prepotente nel 2009  per un ricchissimo uomo di 75 anni appena compiuti:
In amore l’età non conta!”.
Un romano verace ribatterebbe .
 “Vabbè ma alletto che je racconta?”
ma Lui è un gran barzellettiere e il divertimento è assicurato.
 
Ora io non sono forte in matematica eppure salta subito agli occhi un divario di 53 anni.
Voglio fare altri due conti. Tra 10 anni (omnia vincit amor), la dolce fanciulla ne avrà circa 30/35 e Lui andrebbe impettito nel suo busto verso i 90, vivo e veget(ale)o perché il suo medico di fiducia ha assicurato che
 “Farò in modo che viva almeno fino a 120 anni!”.
 

Chissà perché qualcosa mi suona falso in questa giostra di numeri ed è colpa mia  perché sono di parte, visto che Hugh Hefner, non a caso anche lui multimiliardario, fondatore dell’impero Playboy,  alla tenera età di 85 anni stava – e dico stava perché la sposa se l’è data a gambe il giorno prima delle nozze –  per sposare la sua ultima coniglietta di appena 25,  e dunque la differenza di età accomuna questi due grandi a(r)matori.
Che il mio giudizio sia viziato forse perchè il primo è a tempo perso anche presidente del consiglio di un Stato e il secondo per tutta la vita di mestiere ha lucrato sulla bellezza e la giovinezza delle jeunnes filles en fleur?

 
In una intervista il baldanzoso, e anche super ricco, Flavio Briatore (appena sessantenne coniugato con tal Gregoracci di anni 32 e da poco padre di un Falco) molto ingenerosamente ha ammesso che essendo ormai lui avanti con gli anni si sentirebbe ulteriormente rattristato ad avere accanto una donna più o meno sua coetanea:
“Una giovane donna, bella, soda e piena di vita, ti porta il sole in casa”.
 

In linea di principio come dargli torto? Ma??? Come mai se questo benedetto Amore è cieco e gli anni non contano, come mai un affabile signore sull’ottantina e solo, anche se con pensione dignitosa, non riesce ad affascinare niente di più che una gentile badante stipendiata e con contratto a…fine vita, lapsus! a tempo determinato.
 

Pecunia non olet? oppure mi sfugge qualcosa?

Hugh Hefner e la quasi sposa fuggita