Springsteen e il Natale

“You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Hey baby!”

“Dancing in the Dark”, è ultima canzone scritta da Bruce Springsteen per l’album “Born in the U.S.A”, del 1984 e rimane a tutt’oggi il più grande successo commerciale .
Per l’album “Born in the U.S.A.” Springsteen aveva scritto più di 70 pezzi, ma nemmeno una con il giusto potenziale per diventare un singolo di successo.
Su dice che nell’ultimo tentativo di riuscire a scrivere pezzi che incontrassero il gradimento di un pubblico più vasto di quello dei suoi fan, Bruce scrisse in una sola notte “Dancing in the dark”, con cui vinse il suo primo Grammy.

Una canzone dicotomica nell ‘ allegria dal ritmo incalzante e il testo in sé venato da cupo pessimismo e profondo senso di stanchezza (“I ain’t nothing but tired/ Sono soltanto stanco”) ed impotenza (“I’m moving round the place, I check myself out in the mirror I wanna change my clothes my hair my face/ vago per casa, mi guardo allo specchio, vorrei cambiare i miei vestiti, i capelli, il viso” ) .

Un testo alla Luigi Tenco che nessuno si sognerebbe di cantare a gola spiegata battendo il palmo delle mani sul volante come ho fatto io oggi tornando a casa dal primo tour di avvicinamento ai doni di Natale perché, non so voi, ma per quanto adeguato ai tempi e nel rispetto della vita, chi ha bambini piccoli quale che sia la religione (la nostra famiglia si allargata ad altri Paesi e culture) il Natale rimane il momento unico, forse dell’anno, nel quale ci si riunisce e si tenta di riallacciare quel sottile filo delle emozioni.

Io vorrei sempre fuggire ma ogni anno resto per le stesse ragioni affettive di sempre e dunque rieccomi anche qui a parlare e programmare il dove e il come e il cosa regalare ai nostri otto piccoletti sotto i dieci anni avendo gia definito che il mi’ bimbo sarà quest’anno ‘il’ Babbo Natale di turno ed ed io mi sono ‘portata avanti’ con gli acquisti  . . .

sottoveste

You can’t start a fire, you can’t start a fire without a spark
This gun’s for hire even if we’re just dancing in the dark

Hey baby!

Il colore di un ricordo

Molti ottimi film sono usciti già in questo inizio del 2015 mentre gli Oscar hanno un po’ ingarbugliato le carte accennando appena ad alcuni film passati in sordina al ‘grande pubblico’.

Confesso di avere visto e recensito Still Alice su richiesta di una cara amica che si occupa di problematiche della vecchiaia e dunque di pazienti affetti da Alzheimer.

Alice Howland è una donna alla soglia dei cinquant’anni, orgogliosa degli obiettivi raggiunti.
È un’affermata linguista, insegna alla Columbia University di New York, ha una bella famiglia composta dal marito e tre figli non più piccoli : Anna, Tom e Lydia.
Ad un certo punto, nella vita di Alice, qualcosa comincia a cambiare, dapprima qualche dimenticanza ed in seguito veri e propri momenti di “vuoto” durante i quali non riconosce il posto in cui si trova. Questi eventi sempre più ravvicinati convincono Alice a ricorrere ad accertamenti medici e le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer di matrice genetica.

“Posso vedere le parole che galleggiano davanti a me ma non riesco a raggiungerle, e non so più chi sono e cosa perderò ancora. Odio quello che mi sta succedendo.”

Still Alice: il bello di questo film e’ che non cerca la pietà dello spettatore con facili picchi emotivi ma consolida il rispetto per la malattia e il malato. E’ un bel esempio di come l’amore, la volontà e l’ intelligenza di tutta una famiglia possa aiutare ad accettare e non isolare il proprio caro che pian piano scolora.

“Non sto soffrendo. Io sto lottando. Sto lottando per rimanere parte della vita. Per restare in contatto con quella che ero una volta. Così, vivi il momento, è quello che mi dico. E’ davvero tutto quello che posso fare, vivere il momento.”

Un film che colpisce ‘duro’ nel rappresentare con sguardo lucido l’ ineluttabilità del processo degenerativo dell’ Alzheimer, che può cancellare la memoria, ma non le emozioni, che sopravvivono lasciando un’impronta indelebile in fondo all’ anima e dunque Still Alice ci porta a riflettere ancora una volta sull’importanza dei ricordi come bagaglio ‘salvifico’ dell’esistenza. Nel bene e nel male.

Still Alice vive ed emoziona grazie soprattutto all’ interpretazione di Julianne Moore, attrice straordinaria, che cerca di gestire, di comprendere, di venire a patti, di sottrarsi a un male inesorabile che sembra cancellarle il mondo e tutto ciò non passa solo attraverso le parole, le dimenticanze e gli scatti d’ira, ma sopratutto attraverso uno sguardo smarrito e sempre meno vivido che diventa espressione di sgomento.
Bravissimo Alec Baldwin, il marito, e tra tre figli spicca Kristen Stewart, completamente affrancata da Twilight.

Dunque un film da vedere, intenso e triste senza la pretesa di trovare un lieto fine, esattamente come non ne ha la malattia di cui racconta e della quale non dovremmo avere paura se saremo stati capaci di costruirci nell’arco della vita una rete di protezione affettiva e tante immagini dei nostri migliori attimi.

Per quel che mi riguarda, io penso ai ricordi come a cioccolatini da scartare e gustare nei momenti di solitudine, quando succede di sentirsi tristi o soli e dubitare della propria vita (passata). Come sottolinea il film : senza ricordi non c’è presente.

Scheda film
Still Alice è un film americano del 2014 scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, con protagonista Julianne Moore, che ha vinto l’ Oscar per la migliore attrice.
La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo Perdersi (Still Alice) scritto nel 2007 dalla neuroscienziata Lisa Genova e pubblicato in Italia da Edizioni Piemme

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Scrivevo questa recensione pensando ai lunghi, dolorosi e faticosissimi anni in cui la mia più cara ed ‘antica’ amica di Blog, più di dieci anni – prima ancora di WP e di Spinder, Kathy http://viracconto1.blogspot.it/ ha seguito senza sosta, casa – lavoro – casa, il lento progredire della malattia che aveva colpito sua mamma. E come nel film ha avuto il supporto di suo marito e suo figlio. L’esempio di una famiglia unita e combattiva. Un abbraccio Kathy.

Orange il colore vivo dell’autunno (in TV)

L’ Arancione è simbolo di armonia interiore, di creatività artistica e sessuale, di fiducia in se stessi e negli altri
L’ Arancione simboleggia la comprensione, la saggezza, l’equilibrio e l’ambizione.
L’ Arancione libera da sintomi depressivi aumentando la capacità di reagire alle avversità della vita in modo repentino ed efficace.
L’ Arancione stimola la circolazione del sangue e da vitalità agli organi sessuali, sia maschili che femminili, favorendo la fecondità.
L’ Arancione è il colore delle divise delle detenute nei carceri americani.

Un cast quasi totalmente al femminile con una varietà di personaggi in bilico tra passato, presente e futuro, tra errori per cui stanno scontando una pena e la volontà o meno di cercare di redimersi e migliorare, il tutto collegato attraverso sapienti flashback che alleggeriscono l’atmosfera che altrimenti risulterebbe troppo cupa e violenta.

Dialoghi incalzanti, geniali battute irriverenti e richiami all’attualità.

Si parla di mafia russa, razzismo, fanatismo religioso e omosessualità. Moltissime le scene a sfondo sessuale decisamente esplicite e, a mio avviso, niente affatto volgari.
Non manca l’amore nelle sue ossessioni e nella sua tenerezza, l’amore come antidoto alla solitudine.
Orange is the new black è una delle serie con più scene saffiche che siano andate in onda ma al di là di questo a rendere la serie unica nel suo genere è la capacità di raccontare le donne senza filtri, crudamente, andando oltre gli stereotipi del carcere e mostrando ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto su questa istituzione ruotino grossi interessi economici e politici e quanto poco, invece, sia adatta al recupero delle sue ‘ospiti’.
Sole ma unite in un mondo maschilista, dove tuttavia i maschi sono trattati impietosamente, le protagoniste di Orange  ci regalando grandi emozioni.

Orange Is the New Black: My Year in a Women’s Prison” di Piper Kerman è il romanzo autobiografico diventato fortunatissima serie tv di Netflix (House of cards) che ha scioccato e diviso l’opinione pubblica in America e nel mondo.

Ho letto che in Italia il canale Mya sta trasmettendo la prima serie. Guardatela, cercatela in rete e soprattutto se ne avete la possibilità – fidatevi – gustatevi anche tutta la seconda serie perché dal primo all’ultimo episodio sono ancora più coinvolgenti.

E ora musica

c’è musica nell’aria (coldplay

‘Midnight ‘ è il titolo del nuovo singolo dei Coldplay che due giorni fa ha fatto la sua comparsa in rete senza preavviso di sorta. Mentre scrivo, il video ha superato di poco il mezzo milione di visite su YouTube, una goccia nel l’oceano dei video musicali dei grandi gruppi.

Ammetto che seguo i Coldplay dal loro esordio e che alcune loro canzoni, Trouble e Paradise piuttosto che Viva la vida, sono state il leit nmotiv di momenti soprattutto estivi, di cui uno assai bello legato a un viaggio in moto in Corsica.
Midnight, riecheggia in alcuni giri di chitarra a Paradise ma se ne distacca lasciando però intatto il senso di ‘ambient music’ pur sempre realizzata da un gruppo rock. E’ un brano molto accessibile e, chi se ne intende, dice che sarà parte di un prossimo album di cui però ancora nulla si sa.

Buon ascolto, non arricciate il naso e chiudete gli occhi.

Midnight – Coldplay
In the darkness
Before the dawn
In the swelling
Of this storm
Running round and with apologies
And hope is gone
Leave a light, a light on
Millions are
Lost from home
In the swelling
Swelling on
Running round and with a thunder
To bleed from thorns
Leave a light, a light on
Leave a light, a light on
Leave a light, a light on
Leave a light, a light on
In the darkness
Before the dawn
In the darkness
Before the dawn
Leave a light, a light on
Leave a light, a light on

Traduzione Midnight – Coldplay
Nel buio
Prima dell’alba
Nel crescendo
Di questa tempesta
Girando in tondo e con tante scuse
E la speranza se n’è andata
Lascia una luce, una luce accesa
Milioni sono
Gli scomparsi da casa
Nel crescendo
Crescendo
Girando in tondo e con un tuono
Per sanguinare dalle spine
Lascia una luce, una luce accesa
Lascia una luce, una luce accesa
Lascia una luce, una luce accesa
Lascia una luce, una luce accesa
Nel buio
Prima dell’alba
Nel buio
Prima dell’alba
Lascia una luce, una luce accesa
Lascia una luce, una luce accesa

LETTERE D’AMORE

“lettere d’amore”
Alla vita (dal Diario di Anna Frank)

Quasi ogni mattina salgo sull’attico per cacciare fuori dai polmoni quell’aria stantia.
Dal mio punto di osservazione preferito guardo il cielo blu e il castagno sui cui rami ci sono piccole gocce che splendono come argento, e i gabbiani e altri uccelli che si muovono nel vento.
Fino a quando tutto questo esisterà… e fino a quando potrò vederlo, questo sole, questo cielo senza nuvole . fino a quando tutto questo durerà io non potrò essere infelice.”

E’ stato abbattuto perché malato il grande castagno che teneva compagnia a Anna Frank durante il periodo in cui lei e la sua famiglia per oltre due anni restarono nascosti , reclusi invisibili, nel tentativo di salvarsi dal lager.
Anna Frank mori’ poco piu’ che bambina nel campo di Bergen-Belsen e questo grande albero muore di vecchiaia a 150anni e a noi restano, testimoni dolenti, questi pensieri esplosioni di vita e d’amore di una ragazzina ignara dell’orrore che sta per invadere anche  quella soffitta.

“lettera d’amore” scandite dal tempo

“Al mio signore o piuttosto padre, al suo sposo o meglio fratello, la sua serva o piuttosto figlia, la sua sposa o meglio sorella..”

Questo l’incipit della prima lettera di Eloisa ad Abelardo.
Ma poi, volando alto e guardandosi nel profondo, liberata da ogni pudore, spudoratamente confessa:

“Quei piaceri d’amor che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmeno cancellarne il ricordo. Da qualunque parte mi volga mi sono sempre davanti agli occhi con tutta la forza della loro attrazione. “

Fra le donne del MedioEvo e le donne in genere del suo tempo, dotte e di grande spessore, c’ è Eloisa; ne sono prova le citazioni contenute nelle sue lettere: esempi dall’antico testamento, riferimenti a s. agostino, a Pitagora, conosce latino e greco e si innamora, riamata – contro ogni regola – del suo maestro Abelardo. Potrebbe apparire una giovane donna debole che si assoggetta all’egemonia della cultura maschile tanto da subirne l’imposizione a vivere per il resto della sua vita come monaca di clausura.  Per inciso non ci scordiamo che il sua amante Abelardo, per  la stessa colpa fu evirato dai fratelli di lei. Non è così perché l’apparente subalternità di Eloisa non è che un modo, forse l’unico, di riconoscere e salvaguardare la superiorità dell’amore che esige(va) qualsiasi sacrificio per potere sopravvivere nel profondo ed essere preservato dalla polvere del tempo.

“lettere d’amore”
Non solo Nassirya

La Morte spesso ama prendere la scena e non si smentì quel giorno  deflagrando inattesa, fuori tempo e con grande anticipo.
Fu così che la Rondine (mia madre) dopo una settimana, come in una favola un po’ macabra, ricevette una lettera
d’amore ‘dal cielo’ ed i bambini un immenso casco di piccole banane africane dal sapore dolce e sciropposo che impastava la bocca e ritorna, oggi, ogni volta che la Piccolina smarrita in quell’incubo si chiede ‘Perché?’

(Mi sono riferita  a  Nassirya perchè  il primo, dimenticato eccidio  avvenne a Kindu, ex Congo belga,  l’11 o il 12 novembre 1961  dove vennero trucidati 13 aviatori Italiani, in contingente Onu, e tra questi c’era mio padre.)

Corsi e ricorsi, schegge impazzite

“La guerra provò a ucciderci in primavera. Quando l’erba tingeva di verde le pianure del Ninawa e il clima si faceva più caldo, e pattugliavamo le colline basse dietro città e cittadine….Mentre dormivamo la guerra fregava a terra le sue mille costole in preghiera. Quando arrancavamo sfiniti i suoi occhi erano bianchi e spalancati nel buio. Se non mangiavamo, la guerra digiunava, nutrita dalle sue stesse privazioni. Faceva l’amore e procreava e si propagava col fuoco.
Poi, in estate, la guerra provò a ucciderci mentre il calore prosciugava dei colori le pianure.”

The Yellow Birds è la guerra vissuta e poi raccontata ‘dal di dentro’ dal giovane (reale) Kevin Powers che come molti ragazzi americani in cerca di fortuna o per senso di Patria, si arruola a diciassette anni e a diciannove viene mandato come mitragliere in Iraq da dove rientra tre anni dopo devastato dai sensi di colpa per non avere salvato quello che era diventato il suo migliore amico ma soprattutto per non essere riuscito ad attenuare la brutalità e l’orrore della guerra in Medio oriente. L’io narrante, John Bartle, si è arruolato per provare a sé stesso di essere un ‘uomo’ convinto che la sua guerra avrebbe salvato il mondo e lui sarebbe diventato un eroe. Ne ritorna straziato e fragile, un ragazzino che ha giocato alla guerra e ne è stato divorato nell’anima.

In un mondo accecato dall’odio, dal desiderio di redenzione da un lato e di sopraffazione dall’altro, c’era bisogno di un altro libro per sottolineare che ogni guerra è ingiusta e che ogni morto pesa sulla coscienza del mondo intero?
La mia risposta è sì, ricordare sempre fino alla nausea, il guaio è che la nausea non arriva mai dove dovrebbe arrivare perché la guerra è un gioco per chi pianifica le strategie e sposta pedine.
‘Esportare democrazia’ e ‘Peace keeping’ parole salvifiche per chi  ha bisogno di auto assolversi.

Mio padre morì in una ‘missione di pace’, il suo C119 venne abbattuto, era uno dei tre ‘vagoni dell’aria’ del  XIX stormo, portavano viveri e medicine per l’Onu.
Non ci furono ossa nelle bare (ed ad accoglierli niente applausi) ma dopo due settimane ricevemmo una sua cartolina e un casco di piccole banane dolcissime regalo della sua missione precedente.  Ero molto piccola per sapere o ricordare però le banane da allora non le ho più mangiate.

books

Un sonoro cinguettio

SE I TWEETS  fossero davvero cinguettii, sentireste un rumore assordante. Più di tre al secondo, duecento al minuto, dodicimila l’ora, considerando solo  quelli in italiano. 140 caratteri per comunicare velocemente quel che passa per la testa, qualcosa che ci colpisce, un cinguettio, appunto..
Il rapporto, in forte ascesa, con il libro faccia è di1 a 10
La battaglia non sarà né dura né troppo lunga  perchè non è esatto continuare a chiamarli Tweet perché allo spazio di 140 caratteri si aggiungono una serie di opzioni proprie dei blog o dei social network come quella per modificarli in  tweetlonger  o, ancora,  di rimandare al link di  articoli che si vuole commentare, postare fotografie o video o indicare il luogo dove ci si trova (chi se ne frega? Ma ad alcuni piacerà).
Con il cancelletto  #  si definiscono gli argomenti che diventeranno oggetto di discussione: i  trending topic,  che riguardano tutti i temi di attualità segnalati da chicchessia, seguirli dipende dall’originalità del tema: in questo Twitter è molto ‘democratico’. La differenza abissale fra le due piattaforme (l’altra è FB) ha trovato molte definizioni, ma  eccone  un paio interessanti:
“Su Twitter si trovano i migliori sconosciuti che si conoscano” (by specchionero). Oppure: “Twitter ti fa amare persone che non hai mai conosciuto. Facebook ti fa odiare persone che conosci da tanto tempo” (by ItsNoraJMalik). Ecco, uno è un posto dove stare in famiglia e con gli amici a guardare vecchie foto e spettegolare anche creando danni; l’altro è come spalancare le finestre ed essere investiti dal battito del mondo.”
Non è una esagerazione! ogni settimana viene inviato un miliardo di tweet “.
E’ un cinguettio potente e mirato che ha avuto un ruolo di rilievo  nella  Primavera araba e nei movimenti di piazza.
Su Twitter Obama ha creato e “sfruttato” il contatto con i suoi elettori, potenziandoli.
Usato dai giornalisti di tutto il mondo potrebbe sostituire l’Ansa e già sta dando filo da torcere..
Nello spettacolo pare che anche i Cold Play nei momenti di back stage abbiano twittato le loro emozioni. Mi direte “e allora”? Bene se non vi interessa il loro cinguettio forse vi interesserà di più quello di qualcun altro perché, statene certi, chi ha buon becco ha già il suo spazio canterino, inclusa la sottoscritta.
Il blog resta il blog ma è qualcosa di terribilmente concreto mentre il twitterio si spande velocemente come i pensieri che si susseguono.
Con un telefonino ‘smart’ e il collegamento a internet (il mio gestore con 16 euro mensili garantisce internet flat +250 mdi telefonate  e 250 sms al mese) tutto avviene in simultanea con un ‘dling’ ogni volta che qualcuno ti menziona  oppure ricevi i tweet dei tuoi follover (coloro che segui). Stesso divertimento anche dal pc ma devi starci davanti. In ufficio è sfizioso assai.

Twit-ti-amo? Ma come ti trovo?

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