un arancione che scaccia il freddo

Gennaio 2012.
Pochi commenti e di due persone carine (Azalea e Sonia (Ideeintavola) che non scrivono più.
Mi sento fuori fase, avrei sulla punta della lingua, dei tasti, troppi mugugni ed allora mi taccio per non unirmi al coro di quelli che sanno tutto e tutto è il loro pane quotidiano…

Fa molto freddo, a Roma tre forti scosse di terremoto di due giorni fa hanno ulteriormente inciso su un mio retrogusto di malumore verso troppi avvenimenti.

La vellutata di zucca, quella di Modena è la più ambita, vi riscalderà senza richiedere troppa “arte”.

Un abbraccio circolare a tutti voi. Sally vi aspetta per la colazione…

sallymandarinetti

 

sherazade2011

La vellutata di zucca è una zuppa allegra e delicata preparata con polpa di zucca gialla, una o due piccole patate, un bicchiere e mezzo  di acqua,  sale qb (a chi piace facendo precedere la bollitura da un piccolo soffritto di cipolla o  profumandola con un  pizzico di cannella prima di servirla ); a cottura ultimata (in pentola  a pressione bastano venti minuti) il tutto viene messo nel frullatore per ottenere una crema abbastanza solida.  Personalmente ammorbidisco il sapore aggiungendo agli ingredienti due sottilette di formaggio fuso (kraft, per capirci).


La vellutata di zucca fatta alla mia maniera, si serve adagiandola su una bella fetta di pane abbrustolito, cospargendola di abbondante parmigiano grattugiato   oppure – una leccornia con qualche caloria in più! –  accompagnata da dadini di pane, sempre casereccio, fatto saltare in padella con poco olio.

 

Ingredienti per 4 persone:
zucca gialla 1kg

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e andando a ritroso

 

Due volte all’anno soprattutto dopo l’estate dove le finestre aperte (e Sally) fanno entrare una doppia dose di polvere e foglioline che non sempre restano sul pavimento, occorre spolverare tutti i libri e soprattutto quelli della libreria in ingresso che si trova tra due fuochi: la porta di casa e la finestra che dà sul giardino.

finestrasoggiorno

libreriasalli

Per i piani che toccano il soffitto serve la scale e un aiuto,  scendendo mi piace farlo da sola ed è un’occasione per accarezzare i libri , miei e di mia madre, uno ad uno.   Di mia madre, e prima ancora di mia nonna, ecco qui

artusi

La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, scritto alla fine  dell’Ottocento da Pellegrino Artusi; è uno dei libri più importanti della cucina italiana perché è ricco di dissertazioni, lega spunti linguistici a una prosa limpida e le sue ricette diventano discorso che si snodano semplici.

Vado a cercare la ricetta degli spaghetti alla Carbonara mangiati la sera prima e  ottimamente cucinati. Pecorino o Parmigiano oppure misto o?  Trovo qui la ricetta e poi, non contenta, volendo confrontarla in rete spuntano alcune teorie sulla sua origine e ve le riporto perché forse vi piacerà conoscerle.

“La pasta alla carbonara è una delle ricette più storpiate fuori e dentro i confini italiani. La maggior parte dei ricettari non ne testimonia la presenza sino al 1930. . . .   tra le possibili versioni della sua origine, ci piace credere a una stretta parentela con gli Stati Uniti: si inizia a vederla menzionata dopo la liberazione di Roma del 1944. Forse fu proprio in quel periodo che comparve il bacon (pancetta affumicata) insieme alle buste liofilizzate di uova portate dalle truppe USA.

Ma i più nazionalisti – e romantici – non sono d’accordo. Secondo loro la carbonara sarebbe l’evoluzione del “cacio e ova”, di impronta laziale e abruzzese, e prenderebbe il nome dai boscaioli che andavano sugli Appennini a fare carbone con la legna. Di certo nessun esperto di ricette tradizionali userebbe bacon o la pancetta (entrambi ricavati dal ventre dell’animale): la vera ricetta prevede il guanciale, proprio la guancia del suino, con alta quantità di muscolo e bassa quantità di grasso pregiato.”

La ricetta originale prevede l’utilizzo del guanciale (e non della pancetta), tagliato a listarelle non troppo fini e messo a rosolare fino a che non diventa croccante.

Poi bisogna mettere in una ciotola e sbattere quattro tuorli d’uovo (per quattro persone)  un uovo intero, il pecorino grattugiato, il sale e il pepe, aggiungere il guanciale appena fatto e mettere a riposare il composto in una ciotola.

Dopo avere cotto gli spaghetti,  scolarli al dente e metterli nella ciotola con un cucchiaio di acqua di cottura,  visto che il calore della pasta appena scolata farà addensare il composto. Il tocco finale è l’aggiunta di altro pecorino grattugiato a fresco e un ulteriore pizzico di pepe che  a tutti gli effetti è ingrediente essenziale.

Personalmente sposerei la mia Carbonara esperimento riuscito!) con un vino laziale come il  Bianco Capena Siperiore Secco o se vi piace il friccicore in bocca penserei a  un Cerveteri Bianco Frizzante entrambi rigorosamente Doc. 

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Sally è già pronta con la sua ciotolina per un assaggio! Ordunque cosa aspettate?

Un abbraccio circolare e un sereno fine settimana.

(foto sherazade)

Il buon cibo per me

 

E’ proprio vero quando si è sfaticati come lo sono io al di là del lavoro dove assomiglio  davvero alla signorina  Rottermaier

pensierosa

mettere insieme la cena e fare sì che sia un minimo appetitosa, ebbene le cose si complicano.

Fondamentalmente,  nonostante io apprezzi moltissimo il buon cibo cucinato e presentato con grazia,  quando è il mio turno il pensiero va prosaicamente alla cucina ridotta a un campo di guerra dove olio, sale e pepe si sono scontrati all’ultimo spruzzo di aceto balsamico  con la cannella sussiegosa e il curry spalleggiato da tutte le altre spezie.

Ebbene? Ho perso il filo…ecco,  poi ci si siede a tavola e ogni cibo seppure con sinceri convenevoli viene ‘spazzolato’ un quattro e quattrotto. Tanto lavoro per …no! Tutto superlativo ma intanto chi ti ridà il pomeriggio passato a spadellare?

Però anche io ho qualche anelito di orgoglio e qualcosa so cucinare benino.  Ne volete una prova?

Sole su Roma ma freddo rigido la sera. Scaldiamoci con una zuppa che mi si dice romanesca.

domani

Zuppa di fagioli e cozze.

Dosi per 4 persone.

°  300 grammi di fagioli (io uso quelli surgelati che non si devono mettere a bagno x ore)

°  Una carota, una cipolla, una grossa patata, un gambo di sedano,  aglio,  un barattolo      di passata di pomodoro, olio qb

°  4 fette di pane casereccio

°  1 kg di cozze

Per il brodo soffriggere le verdure tritate finemente
Aggiungere circa 1 l e 1/5 di acqua con la passata di pomodoro e la patata. Portate ad ebollizione
Versate i fagioli e fate cuore circa mezz’ora a fuoco basso mantenendo il bollore.
Tirate fuori la patata, schiacciatela e rimettetela nel brodo in modo che gli dia consistenza.

Nel frattempo in una padella con poco olio uno spicchio di aglio (dopo averle ben lavate) mettete le cozze. Fatele aprire,  levate ad ognuna il mollusco lasciando però integre (3×4) 12.

Spegnete il brodo, versatevi le cozze sgusciate, lasciate riposare per qualche minuto.

Ponete alla base del piatto fondo una fetta di pane ben abbrustolita versatevi sopra la minestra e guarnite ogni singolo piatto con tre o quattro cozze col guscio, un poco di prezzemolo fresco e un filo di olio.

L'appetito vien guardando

Presentatevi con un buon vino rosso e sarete doppiamente ben accetti.
In vino veritas.

 

 

Tanto per gradire!

Non è che alla fine nei giorni di festa si mangi più del solito. Sicuramente si mangia con più gusto e, forse – questo sì – si beve qualche bicchiere in piu, per chi beve e sennò, detto alla romana, ‘ciccia’!  semplicemente una questione di tempo, di gusto, si sta a tavola per stare insieme in santa pace e non già perché è la conclusione di una giornata magari più gravosa delle altre.

Oggi ero ospite da una coppia di amici molto cari, fraterni, e lui è un cuoco pieno di inventiva, siciliano trapiantato a Roma da sempre mantiene i gusti semplici e saporiti della sua terra.
Cose buonissime, magari cucinate per tempo in modo da stare a tavola tutti insieme.
Il mio voto massimo lo ha avuto la

Frittata di fiori di zucca
10 fiori di zucca – 6 uova – farina bianca – olio d’olica – sale e pepe.
Si puliscono con cura i fiori di zucca levando il picciolo e cercando di non rompersi, si sciacquano e si asciugano delicatamente du carta assorbente;
Il passo successivo è infarinarli ben bene e metterli a friggere con un buon dito d’olio in una padella antiaderente.
Quando i fiori di zucca sono dorati da entrambi i lati, a padella ben calda, si aggiungono le uova precedentemente sbattute con l’aggiunta si sale e pepe. Al momento opportuno si rivolta come una normale frittata e si fa cuocere ancora qualche minuto.

Sara stato il sole tiepido del mezzodì, sarà stato il buonumore, sarà stato l’ottimo Frascati freddo al punto giusto, spudoratamente ho fatto il bis.

Buona settimana e siate saggi (prendete esempio da meheheh)

pensierosa

Foto sherazade2014

“il lusso è il pane

…di coloro che vivono di brioche.” André Suarès

Allarmismi e clamore su una notizia incompleta :
“Consumo di pane, Coldiretti: in Italia è al minimo storico”.
“Sempre meno pane. Le abitudini degli italiani stanno cambiando e tra i primi a farne le spese è proprio l’alimento per eccellenza, ma al quale sempre più nella Penisola si rinuncia. Stando alle rilevazioni della Coldiretti nel 2014 si sarebbe addirittura arrivati a un record storico negativo dai tempi dell’Unità del Paese, con un consumo giornaliero procapite sceso a 90 g, meno di due fettine o piccole rosette.”

A questo punto il concetto è entrato in orbita e quel che segue è lasciato all’iniziativa individuale non senza aver lanciato l’inquietante domanda:
“Un’altra delle conseguenze drammatiche della crisi?”

Ero a cena e il mio primo pensiero è andato al filoncino fragrante di grano duro che ogni sera non manca mai frutto del lavoro professionalissimo del nostro gioielliere e che si paga a caro prezzo. Ma esistono molti tipi di pane e la ciriola romana viaggia intono a 1,80 euro al chilo e da che mondo è mando in tempi di crisi la fetta di pane con cipolla o alici, oppure olio, a seconda della regione, non è mai mancata.
E allora? A dispetto della crisi (o in virtù della crisi) tutti a dieta e come si sa la prima cosa da fare è mantenere la dose di pane giornaliera sui 60/80 grammi ma poi? due noci alla bisogna?
Informarsi in proprio è la cosa migliore.
Dunque ho scoperto che a contribuire a questa tendenza, oltre al mutamento dei regimi alimentari e della pessima situazione economica, ha contribuito in buona parte il diffondersi di una cultura del non spreco per cui, sempre dati Coldiretti alla mano, il 42% degli italiani mangia il pane avanzato del giorno prima e solo un residuo 2% che butta nell’immondizia il pane del giorno prima.
Nella mia famiglia e in tempi non sospetti fin da piccola io ricordo che a tavola, tornava, senza sbocconcellature, il pane del mezzogiorno, altro pane veniva grattugiato e utilizzato per le pietanze, e gli inevitabili avanzi di giorni venivano messi in una busta che la domestica portava in campagna per le sue galline.
Dunque lontano da me il pensiero di buttare un pezzetto di pane così come rarissimamente arrivo a buttare qualsiasi altro tipo di avanzo.
Mi è stato insegnato il rispetto per il cibo ed è per me naturale riciclare gli avanzi, sempre.

Va aggiunto che nel vistoso calo di consumo di pane deve essere calcolata anche la percentuale di famiglie che con costi contenutissimi e facilitati da piccole impastatrici, il pane preferiscono farselo da soli ‘divertendosi’ a speziarlo in mille modi (olive, noci, sesamo ecc) .
Senza nulla togliere al lungo periodo di crisi che stiamo vivendo almeno in una cosa stiamo riuscendo: a non sciupare un bene nobile, ricco di significati nella cultura del mondo : il pane.

Piove, è tornato l’inverno con gli stivali e le calze pesanti, io voglio essere scaramantica e pensare che a giorni arriverà definitivamente il bel tempo e allora conservate per quel giorno i pezzetti di pane raffermo e preparatevi come contorno una romanissima

Panzanella a la romana ( anche se la paternità della Panzanella è rivendicata dai toscani )

“E che ce vo’
pe’ fa’ la Panzanella?
Nun è ch’er condimento sia un segreto,
oppure è stabbilito da un decreto,
però ‘a qualità dev’esse quella.
In primise: acqua fresca de cannella,
in secondise: ojo d’uliveto,
e come terzo: quer divino aceto
che fa veni’ ‘a febbre magnerella.
Pagnotta paesana un po’ intostata,
cotta all’antica, co’ la crosta scura,
bagnata fino a che nun s’è ammollata.
In più, pe’ un boccone da signori,
abbasta rifini’ la svojatura
co’ basilico, pepe e pommidori.”

…così come ce la consiglia il grande attore Aldo Fabrizi.
Naturalmente questa potremmo chiamarla la “versione base” perché a gusto proprio ognuno ci può aggiungere da due capperi, qualche oliva, un uovo sodo, del tonno, insomma ‘chi più ne ha più ne metta!

panzanella_raperonzola_web

Fiducia, e cominciate a riporre il pane duro.

C’est la vie (en rose)

Un dolce? Sì, grazie vorrei la vostra crema catalana’.

Un tuffo nel passato. Persa nel suo sapore, riconoscendone il gusto ad occhi socchiusi. La salivazione che aumenta e per un lunghissimo attimo niente e nessuno conta più. Tempo cristallizzato legato a quel rito che ci portava a scegliere sempre lo stesso finale. Un giuramento ed insieme minaccia che solo quando si e molto innamorati fa regredire a giochi di bambini un po’ petulanti: ‘No, questo è il nostro posto, con nessun’altro mai’. Non ieri sera dove in barba al mondo la crema catalana è tornata a far parte, lei sì, della mia vita.

💜💚❤

Ingredienti – 4 tuorli- 5 cucchiai di zucchero – 25 gr di amido di mais- 500 ml di latte – 1 stecca di cannella- scorza di limone- zucchero di canna La crema catalana è il dolce spagnolo che non va confuso con la creme brulèe francese! È un dolce da cucchiaio facilissimo da preparare (persino per me) ed è incredibilmente gustoso. Preparazione Dividete i tuorli dagli albumi. Montate i rossi con lo zucchero sino ad ottenere una crema soffice e spumosa. In un’altra ciotola mettete l’amido di mais setacciato e scioglietelo con due cucchiai di latte. Prendete quindi un pentolino e versatevi il restante latte e fatelo bollire con la buccia del limone e la cannella. Toglietelo dalla fiamma e lasciatelo raffreddare leggermente: versate quindi il latte nella ciotola con le uova e lo zucchero eliminando le scorze di limone. Mescolate con cura il composto, rimettetelo tutto nel pentolino e portate nuovamente a bollore per qualche minuto, mescolando la crema continuamente con un cucchiaio di legno. Travasate quindi il composto nelle coppette in cui servirete quella che sarà ‘la’ crema catalana. Lasciate inizialmente raffreddare a temperatura ambiente, poi mettete le coppette in frigo per circa 4 ore in modo che possa solidificarsi. Pochi minuti prima di servire la crema catalana, cospargete la superficie di zucchero di canna: con il grill del forno bel caldo caramellate lo zucchero che dovrà diventare marrone ma non dovrà bruciare. Lasciate raffreddare per qualche minuto per dar modo allo zucchero di solidificare e diventare croccante e voilà una paradisiaca crema catalana.   Un consiglio, mentre portate il cucchiaino alla bocca socchiudete gli occhi e assaporate Il retrogusto dolce ~amaro del caramellato che sale a pizzicarvi il naso:

c’est la vie (en rose)

cantata da Grace Jones : pare che youtube abbia dei problemi  😉 http://youtu.be/Ah2x1Enu7Go

mi hijo mi amor (sangria!)

Ma come mai quando parliamo di cibi non elaborati eppure gustosi e ne magnifichiamo la bontà che ci cattura scopriamo che la loro origine nasce dalla cultura contadina anche la più remota?

Mettere in tavola il pranzo con la cena o semplicemente la cena intesa spesso come semplice zuppa di pane era per le donne cosa assai ardua e mentre agli uomini resta lo scettro di ‘Chef’ le donne son quelle che stanno ai fornelli, o almeno così dovrebbe ancora essere, che io sappia.

Allora mi viene in mente di segnalarvi una delle tantissime e pregevoli opere dello storico Jacques Le Goff che ci ha lasciato l’anno scorso ultranovantenne e di cui – grazie agli Editori Riuniti – ho praticamente tutti i suoi saggi.

Jean Ferniot – Jacques Le Goff
La cucina e la tavola
Storia di 5000 anni di gastronomia

“Una storia del gusto? Qualcosa di più: un viaggio che incomincia nella preistoria, passa per Babilonia e la terra dei faraoni per approdare, attraverso Greci e Romani, monasteri medievali e ricche tavolate regali, alle mode gastronomiche del Duemila.”

Sangria:

il suo nome significa sangue e deriva dall’intenso colore rosso. Ha origini contadine spagnole mentre per noi è diventata una bevanda da aperitivo molto stuzzicante nella mescolanza dei sapori.

1 litro di vino rosso (Nero d’Avola per quel che mi riguarda ma va bene qualsiasi vino rosso purchè corposo) , mentre nella Catalogna viene creata con vini spumante o bianchi.

Vino rosso corposo 1 litro
Zucchero 100 gr
Cannella 2 stecche
Chiodi di garofano6
Brandy( o Grand Marnier o Cointreau) 1 bicchierino (o bicchiere)
Mele 1
Arance 2
Limoni 2
Gassosa 500 ml
Pesche 2 medie

Affetto arancia e limone senza togliere la buccia: taglio a metà per ottenere le fettine sottili. Al contrario preferisco sbucciare sia le pesche che la mela, unisco il tutto in una fruttiera capiente. Aggiungo zucchero, chiodi di garofano e cannella, mescolo ed infine completo con il vino, la gazzosa e il liquore.
Sigillo il contenitore con la plastica trasparente lo metto in frigorifero.
Uno dei segreti è il riposo: più aspettate migliore sarà il risultato. Quindi preparare la sangria il giorno prima (o la mattina per la sera) esalterà il sapore della frutta e gli aromi delle spezie.
Non fatevi tentare dall’aggiungere cubetti di ghiaccio che ne falserebbe il sapore. Meglio congelare due bicchieri del succo da aggiungere alla Sangria prima di servirla e se proprio non potete farne a meno il ghiaccio solo nei singoli bicchieri.

Mentre scrivo sto bvendo il fondo di una caraffa di sangria perché ieri era il compleanno del mio unico erede e le ‘grandi manovre’ culinarie si sono aperte con degli stuzzichini e un bicchiere di sangria come aperitivo aspettando i ritardatari.

Un brindis queridos abrazos y buen fin de semana

Friday I’m love ….oh yes!