Ultime notizie

 

 

“Sanremo, elettricista licenziato si toglie la vita
Firenze, imprenditore si uccide in azienda
Due vittime della crisi: l’operaio ligure, 47 anni, si è sparato in casa. Non ha lasciato messaggi. Anche il datore di lavoro morto in Toscana stava affrontando gravi difficoltà economiche”

Mobilitazione online per salvare i macachi
“Fare luce su chi ha autorizzato il massacro”
Dopo l’articolo di Repubblica sulle 900 scimmie destinate alla vivisezione e le promesse di intervento del ministro Balduzzi, decine di lettere al giornale chiedono di chiarire le responsabilità”

Nel mondo esplodono silenziose urla di dolore.
E’ la silenziosa paura che spinge un elettricista a togliersi la vita perché su di lui si sperimenta la possibilità di vivere meno monotonamente, senza un lavoro. Siamo uomini o percentuali di uno schema da far quadrare?
E’ la silenziosa, crudele, sofferenza che subiranno i macachi importati in Italia oggi (e dei beagles, dei criceti delle singole creature viventi, purchè…respirino) che, dicono, servono (servono?) alla ricerca scientifica, ma anche alla cosmesi!, per salvare, allungare a abbellire la vita umana?

Se tutto il dolore che noi uomini riusciamo a procurare a noi stessi e a tutto il vivente lo potessimo convogliare in energia, non avremmo avuto bisogno di referendum sul nucleare : sarebbe luce piena per l’eternità.

Cattivi pensieri

Il primo giorno di quaresima, ieri, si è chiuso con un pensiero di morte:la mia.
Ho cercato di capire cos’era quel sentimento buio che mi riportava indietro a molti anni fa.  a quel lungo momento di spaesamento, presa tra i sensi di colpa per il bambino svegliato all’alba e catapultato al nido e il bisogno , non soltanto economico, di mantenere il mio lavoro.
Una vita troppo piatta in un mondo che scoppia?
L’avere superato quell’età nella quale la progettualità, il bisogno di fare ti tiene sulla corda?
Poi stamattina come al solito il suono modulato della sveglia, il musetto di Sally che si è infilato tra i capelli e il collo, il nasino umido e la sua irrefrenabile gioia di ritrovarci.
E ancora il pensiero di mia madre, che si ribellava a quei miei momenti negativi, alle lunghe discussioni che ci prendevano sul senso per lei alto di ogni vita e la mia sopportazione disincantata.
“Hai tutto” mi diceva “stai bestemmiando”.
Sì ma certi cattivi pensieri vengono proprio quando si è ben mangiato.
Sarà il tempo, siamo passati dalla neve a 17 gradi. Non ci sono più le mezze stagioni ed io non ho avuto mai le mezze misure.
Devo mettermi a dieta, in tutti i sensi.

Una dedica post mortem

Mentre in pompa magna si propagava nell’etere il nulla autoreferenziale del Festival di Sanremo, un ben altro Festival si svolgeva a Berlino e la vittoria dell’Orso d’oro andava a due tra i i nostri migliori e sensibili registi,  Paolo e Vittorio Taviani con il film “Cesare deve morire”. Erano 21 anni che l’Italia non vinceva.

“Questo premio ci dà gioia soprattutto per chi ha lavorato con noi. Sono i detenuti di Rebibbia che hanno dato se stessi per realizzare questo film” ha affermato Paolo Taviani.
E ancora :” “E poi ci fa piacere vincere un premio in un festival come questo che non ha un indirizzo generico ma che al contrario ha un carattere molto specifico: cerca forze nuove e cerca forze che si appassionano a tematiche sociali. In questo momento io penso ai nostri amici, i nostri attori e nostri complici nelle celle di Rebibbia”.
Paolo ha reso omaggio agli attori:
“Voglio fare alcuni dei loro nomi: a loro infatti va il nostro pensiero, mentre noi siamo qui tra le luci sono nella solitudine delle loro celle. E quindi dico grazie a Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio, Francesco e Fabione”

Io vorrei estendere la dedica di  questa vittoria e questo film ad un giovane detenuto di 21anni – ancora senza nome – che oggi, nel carcere di San Vittore a Milano si è tolto la vita. Il ragazzo, accusato di violenza sessuale, da quattro mesi era in carcere in attesa di giudizio, e aveva più volte denunciato di aver subito violenze e percosse.  La direzione del carcere nega, asserendo che fosse tenuto in isolamento.
Dall’inizio dell’anno sono dieci i detenuti che si sono tolti la vita e 24 i decessi avvenuti nelle carceri italiane.

Una farfall(in)a è per sempre

“Sono qui per stupirmi”, afferma un verso di Goethe. Bisogna essere ciechi o estremamente aridi se, alla vista di una farfalla, non si prova gioia, fanciullesco incanto, un brivido dello stupore goethiano. La farfalla, infatti. è qualcosa di particolare, non è un animale come gli altri, in fondo non è propriamente un animale ma solamente l’ultima, più elevata, festosa e vitalmente importante essenza di un animale.
La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare, vive solamente per amare, e per questo è avvolta in un abito mirabile. Tale significato della farfalla è stato avvertito in tutti i tempi e da tutti i popoli. E’ un emblema sia dell’effimero, sia di ciò che dura in eterno. E’ un simbolo dell’anima. “
Farfalle, Herman Hesse

Conoscevo questo pensiero di Hesse ma, sopratutto,  l’amore con cui mia madre mi chiamava la ‘mia farfallina’  è la ragione del mio tatoo

 

“Gioca il giusto”

Questo video che sta passando a tappeto a tutte le fasce orarie e su tutte le reti televisive è profondamente disonesto (come del resto quelli che inneggiano a marche di liquori piuttosto che a sigarette “che procurano la morte”). Ci dice che la razionalità dei calcoli che prevedono la perdita quasi certa di 1 euro (ma sappiamo bene di quante persone – senza distinzione di sesso o di età-  sempre di più stiano dilapidando anche miseri stipendi nel gioco d’azzardo)  in questo particolare  periodo di crisi non viene confrontata con il ‘valore atteso’ statistico di 15 centesimi, ma con il valore molto più alto che si attribuisce al ‘SOGNO’ di una casa, di una macchina, magari d’un viaggio mentre la disoccupazione, il precariato, la svalutazione del potere di acquisto logorano la vita ‘reale’.
Che tristezza, che raggiro disonesto, promuovere i sogni attraverso il gioco d’azzardo con la chiosa di  quel paternalistico avvertimento:
“Gioca il giusto!”

 Un po’ di dati
La Sisal è l’azienda privata italiana che ha in concessione dal Monopolio di Stato la gestione di giochi d’azzardo e scommesse. Più di 19.000 terminali installati in locali pubblici di ogni tipo, dai bar e tabaccherie alle edicole e ai centri scommesse.

Il SuperEnalotto è il più difficile gioco al mondo con una possibilità di indovinare i 6 numeri di 1 su 622.614.630

La teoria delle scelte razionali (TSR) insegna come decidere razionalmente se fare o meno una data mossa.
Nello specifico poniamo il caso che con una giocata da 1 euro al Superenalotto si possano vincere 90 milioni, la scelta è comunque irrazionale perché la probabilità di azzeccare tutti e sei i numeri estratti sui 90 possibili è meno di 1 su 600 milioni circa.  La vincita che ci si può aspettare giocando, la cosiddetta vincita attesa, equivale a questa probabilità moltiplicata per i 90 milioni: cioè a 0,15 euro (=90/600).
Dell’incasso (vincita) complessivo:
 8% è trattenuto dal punto vendita,
 3,73% va al concessionario (attualmente la Sisal)
 34,648% costituisce il montepremi
 53,6% (e in Sicilia il 41,1%) va allo Stato Italiano.
 Le vincite, in contanti, non sono tassate.

A tutto il  2009 che è l’anno preso in considerazione lo tzunami dei soldi  che girano  e di cui lo Stato italiano è il beneficiario principale (53,6%) è inimmaginabile.
 ai punti vendita  3.300.000.000 x 8% pari a 264 milioni di euro
 Il montepremi totale è stato di 3.300.000.000 x 34,648% pari a 1.143.384.000 euro
 alla Sisal sono entrati 3.300.000.000 x 3,73% pari a 123 milioni, 90 mila euro
 allo Stato, fatti i debiti conti,  nel 2009 sono entrati circa 2milioni   (1.769.526.000) di  euro. Io lo definirei uno Stato matrigna: basterebbe che regolamentasse il gioco senza lucrarci con il 53,6%.
 

Fantasie ero(t)iche di una nonna americana

In questo mondo immacolato, supportata da ben alt(r)o evento, voglio finalmente farvi una confessione.

In tempi lontani ho fatto anche io uno stage full immersion.  Sì, al Cremlino, presidente Nikita Krusciov. Ricordo poco o niente però.

Gli anni, quasi settanta, non hanno offuscato anzi probabilmente hanno fatto rifiorire la memoria un po’ spudorata di Mrs Mimi Alford, americana morigerata, amministratrice di una parrocchia di New York, oggi in pensione e nonna.
“..ho taciuto per mezzo secolo per non imbarazzare personaggi ancora vivi…”
Credeteci o no, fatevi due conti, ma a quanto pare questo è il nuovo protagonismo di chi con ingiustificata morbosità  fa emergere delicatissime rivelazioni personali che vanno a scoperchiare tombe e segreti di persone da lungo tempo defunte.

Mrs Mimi, dopo una gestazione di due anni ha dunque dato alla luce una sua memorietta nella quale scodella i giochini ero(t)ici – lei sempre consenziente, anzi “onorata” – con il presidente Usa, J. F. Kennedy, suo fratello e i suoi collaboratori più stretti.  Una dovizia di particolari che la signora avrebbe – forse – più pudicamente  dovuto serbare per sè  non per proteggere i morti ma piuttosto i suoi figli e i suoi nipoti perché se è vero che gli americani hanno un forte senso patriottico è altrettanto vero che sono fortemente puritani e le questioni di sesso, non come in Italia, mettono a dura prova sia i governanti che i loro ‘complici’.

Nel libro la signora rispolvera suoi atti da crocerossina come quando una sera in piscina il presidente le chiese “…perché non lo aiuti a scaricarsi?” riferito a David Powers visibilmente accigliato.  Lei acconsenti e “…il Presidente rimase a godersi lo squallore del quadretto”.
Racconta la signora, questo sì un particolare agghiacciante (sarà vero e chi lo potrebbe supportare?) che nel novembre del 1963 a ridosso della partenza per Dallas,  il Presidente Kennedy le telefonò annunciandole con tono annoiato: “Tra qualche giorno sarò a Dallas.  Quando torno ti chiamo e ci rivediamo”.
Poi è andata come è andata; mrs Mimi non ha rivisto il Presidente e a noi ha consegnato questi brutti episodi di un uomo, il più potente del mondo, assassinato il 22 novembre 1963, che irretisce con il suo fascino una giovane stagista, e ci consegna una donna-nonna che non ha saputo elaborare in solitudine uno spazio della sua vita dal quale lei per prima ne esce malamente, oggi.

Negli Usa hanno ottimi psicanalisti ma..
PECUNIA NON OLET

(non) lavorare stanca

Leggo su Affari & Finanza un articolo di Marco Panara che titola “Il lavoro del futuro sarà poco e povero” sottotitolo ‘Salute, istruzione e benessere le frontiere del lavoro che verrà’.

In sintesi dice quel che tutti sappiamo e cioè che bisogna aumentare la produttività per tornare a crescere ma per contro aumentare la produttività vuol dire produrre con un minor numero di persone; che liberalizzare i mercati aumentata le potenzialità dell’economia e dello sviluppo globale ma che più si aprono i mercati più aumentano le diseguaglianze.

Oggi la disoccupazione è al massimo storico e di questo ‘dramma’ i paesi industrializzati sono il cuore: il 55% dell’aumento della disoccupazione globale tra il 2007 e il 2010 è avvenuto nella parte più “ricca” del pianeta. E la percentuale di disuguaglianza in Italia tra i redditi più ricchi e quelli più poveri è di 10 a 1 ( per gli Stati Uniti 14 a 1).

C’è di mezzo, ovviamente, la crisi ma il succo è che i paese industrializzati non riescono a creare tanto lavoro quanto sarebbe necessario per dare a tutti i cittadini delle prospettive dignitose di vita.
Creare posti di lavoro il punto centrale ma a monte è indispensabile la ‘domanda’ ma se le famiglie non hanno di che spendere per acquistare beni e servizi le imprese non investiranno e dunque non assumeranno.

Secondo gli ultimi studi dell’Ocse e dell’Organizzazione int. del lavoro (Oil) anche una crescita più sostenuta non creerebbe i posti di lavoro necessari: causa principale le tecnologie in grado di produrre tutta una serie di cose in brevissimo tempo e con pochissime persone.

Dunque con grande competenza, e io aggiungerei con un pizzico di maggiore umiltà, è necessario che il nostro attuale Governo in concertazione con le parti sociali valuti e velocemente applichi tutte quelle modifiche di indirizzo (‘Salute, istruzione e benessere le frontiere del lavoro che verrà’) necessarie per reinventare l’occupazione e dare quelle risposte per le quali è stato posto in essere: tirarci fuori velocemente dlla crisi, affrontare temi spinosi e impopolari per qualsivoglia partito avvinghiato al proprio consenso elettorale

E qui non posso non riagganciarmi alla ‘freddura’ del Presidente Monti che invitava i ‘giovani’ a essere ‘creativi’ e autonomi e lasciar perdere il lavoro a tempo indeterminato (santa monotonia che mi ha permesso di programmare e migliorare la mia vita lavorativa e non!). Molto bene ma con quali garanzie? Non è che ci si inventa una professione se non si ha una base economica di partenza. E le banche, quelle che spolpano i correntisti ma se si tratta di dare un fido di 5mila euro te lo negano?

La ministra Cancellieri da parte sua ha ribadito che ‘questi giovani cercano solo il posto fisso e magari nella stessa città, vicino a mamma è papà’. Certo non si riferiva al ‘caso’ della figlia – classe 1976 – della sua collega Fornero che a 26 anni associata all’università di Chieti fu prontamente richiamata all’università di Torino con Babbo e mammà  con secondo posto FISSO alla Fondazione San Paolo sempre a Torino. Cmq quella della ministra Cancellieri  è stata una battuta ‘snob’ e superficiale, neppure originale perché ricalca quella sui ‘bamboccioni’ di Padoa-Schioppa.
Espatriate ragazzi viziati dall’idea anacronistica di una prospettiva di vita. L’Italia è già un paese ‘vecchio’ siate moderni. Il prof. Monti ha anche detto che in Italia Mark Zuckerberg non avrebbe inventato FB: ti credo ma qui non inventeremo neanche il mocho vileda! con il suo bene placet ad andarsene in un non meglio identificato paese del bengodi. Un Paese vecchio il nostro destinato a invecchiare e impoverirsi ancora di più.

Credo purtroppo che questo Governo dei tecnici (età media 63 anni) formato da baroni e da banchieri, che da sempre hanno occupato i ruoli chiave della nostra società stiano facendo un lavoro demagogico e – mi permetto di dire – di forzatura, senza essere supportati da un mandato elettorale. E’ vero che il tempo è poco o già oltre ma la supponenza con la quale rivendica l’autonomia di ‘andare avanti’ a dispetto della contrattazione e sulla pelle delle classi svantaggiate della società, ebbene era inaccettabile prima e lo è oggi.

Ecco, l’ho detto e su di me gli strali divini.

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