molestie ambientali *(quando il sole brucia?)

*avv.  Giulia Bongiorno

Ofelia Con chi potrebbe meglio accompagnarsi
la bellezza, se non con l’onestà?
Amleto Oh, sì! Ma la bellezza ha tal potere
da far dell’onestà la sua ruffiana,
più di quanto non possa l’onestà
fare a sua somiglianza la bellezza.
Questo un tempo pareva un paradosso,
ma ora i tempi provano che è vero.

“Ma la bellezza ha tal potere…”

Quando tutto quello cui sottendo sarà affrontato e  discusso seriamente senza clamori e con il rispetto dovuto a una moltitudine di donne che non hanno palcoscenico né voce… allora sarebbe Buona cosa affrontare alla radice non già il (fantasioso) abuso ambientale ma i rapporti affettivi che costituiscono la trama del nostro tessuto sociale.

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Il dubbio è scomodo ma…

…ma la certezza è ridicola. (Voltaire)

Da quattro anni, gli anni di Sally, ho un’amica al parco nello spazio riservato ai cani.   Si chiama Patrizia e di cani ne aveva otto.   Poi Mafalda è morta  a vecchiaia inoltrata e Rocco anche lui di 13 anni di tumore.

Qui apro una parentesi per segnalarvi  che  di anno in anno aumentano i cani che muoiono di cancro: alla prostata, al fegato, alle mammelle. Perché ormai vanno dal veterinario ogni tre per due e ‘una volta’ non usava?

No,  penso che l’inquinamento e i miasmi della città abbiano colpito anche loro che ormai umanizzati sono soggetti a molte nostre malattie. MI documenterò meglio.

Patrizia è una bellissima donna,  alta e bionda un’immagine che ricorda Botticelli, di quasi sessant’anni, che arriva con la sua biga di cani al guinzaglio intorno alla mezza perché prima, ogni giorno, lava e disinfetta casa e terrazzo. Era  indossatrice assai richiesta e la sua vita è stata molto movimentata finchè ecc..ecc..

Questo spazio piuttosto ampio riservato ai cani all’interno del Parco delle Valli è molto ben tenuto e pulitissimo perché da prima che arrivassi io è stato autogestito da un gruppo fisso di persone: ci autotassiamo per quando alcune sedie vanno sostituite, abbiamo comprato una tosaerba, diamo un tot ad un ragazzo che provvede a tagliare l’erba, abbiamo piantato tre mimose, due melograni oltre agli alberi che già c’erano. Un bel percolato con tavoli in legno e panche ricoperto daPlumpago, edera e vite americana e altre piante verdi ornamentali.

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Naturalmente si parla principalmente di cani trovati, avuti, da adottare e a volte si fanno delle collette per casi più ‘disperati’ ove ‘disperate’ a volte sono le persone e il loro cane.

L’altro ieri però P. se ne è uscita con una richiesta che mi ha fatto restare a bocca aperta.

‘Partecipi a una colletta?’

‘Per chi?’

‘Dobbiamo salvare un vitello dal macello…’

‘No, mi pare una vera assurdità.  Un vitello su miliardi ed io che cmq anche se  con i molti distinguo nn sono vegerariana’

‘Va bene, ma anche se è uno  tra un miliardo è pur sempre  un vitello salvato.’

‘E a quanto dovreste arrivare?’

‘A 1200 euro.’

A oggi sono stati raggranellati 150 euro perché la maggioranza di noi frequentatrici del parco con ha contribuito.

Ho appreso in seguito che il vitello(ne) da riscattare appartiene  a un tizio che lo ha comprato e cresciuto  per fare mangiare buona carne al figlio piccolo…

A me pare ovvio che questo signore consegnato, secondo me con un buon margine di guadagno,  il vitello, ne alleverà subito un altro e allora? Andrà riscattato anche questo secondo animale? E il seguito?

Allora a me  viene alla mente Don Chisciotte e la sua lotta contro i mulini a vento.

Eppure continua a frullarmi un dubbio e vorrei che insieme lo sciogliessimo :

‘Meglio la vergogna sul viso che una macchia sul cuore. ’  

Don Chisciotte                    

Mio fratello che guardi il mondo

Avevo in mente una deliziosa ricetta fresca fresca perché qui a Roma il tempo si è messo al molto bello e viene voglia diccose stuzzicanti…  Rimandiamo perché un ronzio occupa la mia testa da un paio di giorni e devo sapere cosa ne pensate voi.

Mi giunge notizia di un nuovo follower  su Twitter. Bene,  mi fa piacere perché per seguire me che sono abbastanza incostante ci vuole coraggio.  Vado a vedere il profilo e la pagina del baldo giovinotto del 1992  e sì, insomma leggo:

“Pretendo per tutti noi un’#Italia migliore, forte, giusta, onesta, sicura, meritocratica. E voglio crearla, arrestando crisi e decadenza.”

Idee chiare che esprimono buona volonta e determinazione.  Vado oltre ed ecco una sua risposta ad un altro tweet:

“Chi è quello scemo che sceglie di combattere per il proprio Paese quando all’estero gli danno vitto e alloggio gratis?”

Non mi sento di tacere e controbatto:

reny ‏@renyrome  1 lug   “Forse non  le donne forse i bambini forse i vecchi forse i perseguitati? Brutta bestia il qualunquismo..”

 

@renyrome     “Il qualunquismo lo fa lei. Son tutti vecchi, tutti bambini o donne? A me non pare. Non dimentichi, esistono donne combattenti”

‘Esistono le donne combattenti’! Ecco cosa mi era sfuggito o cosa sfugge ai più,  le donne combattenti. Purtroppo noi, in Italia, siamo più avvezzi alle donne combattenti tra le lenzuola dei potenti o dei taroccati piuttosto che a quelle col kalashnikov.

Noi siamo ancora in grado, per nostra fortuna, di piangere una  singola donna oltraggiata dal ‘suo’ uomo proprio perché non ha saputo combattere.

Ora questo scambio  ad alto livello avveniva tra gli ultimi due gravi atti terroristici quello all’aereoporto di Istambul ( poca roba ormai siamo abituati ai morti al sangue, alla disperazione, alla paura…quella degli altri, all’ora di cena, prime time).

 

E’ possibile un mondo diverso? Questo mi sto chiedendo da tre giorni se il pensiero striscinate che si insinua è ‘restatevene a casa vostra, furbastri?

E  provocatoriamente penso anche ai nostri giovani, ai tanti  ‘cervelli in fuga’ che supportati dalle proprie famiglie partono a cercare il loro futuro altrove, non si può dire anche per loro che sono dei codardi e che dovrebbero restare e ‘combattere’ per la loro Patria?

La crostata della Memoria

Roma, simbolo universale della cattolicità, in realtà è una città anche ebraica. Da più di duemila anni vive qui una comunità, la più antica, di ebrei della diaspora e non come ospite ma parte integrante della vita, della storia e della cultura di questa città. Senza la loro presenza Roma non sarebbe più la stessa.

Persino la tradizione gastronomica più antica e verace che unisce la cucina giudaico-romanesca ne risentirebbe. Niente più passeggiate fino al Forno del Ghetto per andare a comprare la crostata di ricotta e visciole, così amata dai tutti i romani che amano cenare in uno di quei ristorantini senza tralasciare le squisite polpettine al sedano che le insaporisce al posto del parmigiano essendo vietato mescolare carne e latte (parmigiano).

Il pane, ne vogliamo parlare?,  che  ha un posto speciale nella tradizione culinaria ebraica poiché considerato pietra miliare dell’alimentazione, quindi fondamento della vita, e che  richiede speciali benedizioni quando si consuma. Il pane del sabato si chiama challah e  di norma si prepara in casa e portarlo in tavola è una festa.

Io vorrei quest’anno ricordare e raccontare gli orrori dell’Olocausto attraverso il ‘piacere’ delle piccole cose quotidiane che dovrebbero fare da collante tra le genti e niente unisce di più del rituale del cibo. Il piacere dello stare insieme, del condividere l’ospitalità.

L’Olocausto ci ha restituito brandelli di uomini e donne, pochi bambini, scheletri baudelaireiani occhi affamati.

Ricetta originale della Crostata di ricotta e visciole (6 – 8 persone)

400 g farina;  240 gr di zucchero;  200 gr.di burro;  4 tuorli d’uovo;  scorza di limone;  un pizzico di sale,  400 gr di ricotta di pecora;  2 uova intere; 2 cucchiaini di sambuca o rum; 350 gr. confettura di visciole.

per la frolla:
400 g di farina;  200 g di zucchero;  200 g di burro;  4 uova, solo i tuorli; scorza di limone;
sale.
Preparare la frolla con gli ingredienti sopraelencati, farla riposare
per il ripieno:
400 g di ricotta romana di pecora; 140 g di zucchero; 2 uova ;2 cucchiai di sambuca o rum , a piacere; 1 barattolo di confettura di visciole, 350 g circa

Mescolare insieme tutti gli ingredienti per la crema di ricotta fino ad ottenere una crema perfettamente liscia.         Con parte della pasta frolla rivestire il fondo e i bordi di una tortiera (diametro 26 cm), fare uno strato di confettura quindi versarvi sopra la crema di ricotta. Con la pasta rimasta ricavare, con l’aiuto di una rotella dentellata, le strisce per la copertura.        Far cuocere la torta in forno a 170°C per circa 1 ora quindi aspettare che sia ben fredda prima di tagliarla e servirla spolverata di zucchero a velo.

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Il cielo cade – Negli anni della seconda guerra mondiale, due sorelline orfane vivono un’infanzia felice presso una villa toscana, insieme agli zii ebrei tedeschi, Katchen e Wilhelm, lo zio cugino di Albert Einstein, che le hanno prese in custodia. Nell’estate del 1944 arriva nella villa l’’esercito nazista e i soldati trucidano tutta la famiglia lasciando loro vive perché ‘non ebree’. Questo non essere ebree e sprezzantemente  ‘vive’ ha segnato la loro vita.

Queste due bambine di allora, morta la loro mamma di parto ed essendo mio nonno e loro padre grandi amici, furono accolte in casa e cresciute fino a sei anni da mia nonna con mia mamma e le mie due zie.  Oggi sono le uniche persone care della mia famiglia – di quella generazione – ad essermi rimaste e in questi giorni Lori sta, come sempre tutti gli anni, girando l’Italia a raccontare il suo Il cielo cade che è anche un libro ripubblicato da Sellerio Editore.

Per non dimenticare, insieme.

come spada di ghiaccio

“ …Quando il quarto uomo indica cinque minuti di recupero Mancini si alza dalla panchina per protestare; Sarri lo affronta e, come dirà poi Mancini con la conferma dello stesso Sarri, lo apostrofa dandogli del

«frocio» e del «finocchio». Questo avviene nella partita Inter-Napoli di domenica scorsa.

Non seguo il calcio se non di rimbalzo ma questo episodio nn poteva passare inosservato.

Per una distorsione professionale tutta mia e per quel minimo che comporta vivere all’interno di una comunità fatta di persone con esigenze e obiettivi tanto diversi ma sempre frutto di un comune denominatore ( la realizzazione di sé e  – azzardo – la ‘felicità’) seguo gli accadimenti politici non precisamente quelli criptici di economia ma piuttosto di diritti che si inseriscono nel tessuto sociale collettivo.

Nello specifico tra le prime pressioni che risalgono alla fine del secolo scorso, il Novecento, le comunità omosessuali finalmente hanno potuto, seppure timidamente e con sempre grandi pregiudizi, venire allo scoperto tant’è che dalla segregazione e dall’anonimato – oggi – sono in grado di chiedere venga riconosciuto il loro status di coppia e dunque gli usufruire di uguali servizi e diritti delle coppie canonicamente riconosciute uomo-donna…

Ma lo Stato italiano nicchia e tra un no e un ni  dopo avere abortito le leggi prima sui ‘Dico’ e poi sui ‘Pacs’ adesso si sta dilaniando con un balzo in avanti sulla ‘step child adoption’ (cazzo, detto all’italiana! ma che cazzo ci vuole a parlare italiano?) cioè azzerando il pregresso il Parlamento sta discutendo sul’adottabilità dei figli di un solo membro del nucleo.

E mentre il Governo gioca di fioretto e rimanda all’infinito  ecco che ricompaiono le ormai desuete bollature di frocio e finocchio.

Avrei preferito sorvolare ma proprio oggi Leggendo tra la posta il modulo che mi è arrivato dalla mia Social Security americana leggo :

“Benefits for same-sex Couples”     Traduco: ‘Una recente decisione della Corte Suprema riconosce su tutto il territorio il matrimonio tra coppie dello stesso sesso. Invitiamo dunque a contattarci per definire se essi o i loro figli abbiamo diritto all’Assicurazione o possano farne richiesta con altre modalità’.

Questo succede negli Stati Uniti e la domanda che mi pongo è:

“Ma come mai anche in questo caso da esterofili filo americani quali siamo, una volta tanto non prendiamo esempio?”

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Cavoletti, oggi il freddo che persiste nel nostro condominio  (mistero doloroso) mi rende puntuta come la spada di ghiaccio fatta dalla pipì del Barone di Münchhausen  quando dall’albero uccise l’orso!

Il dubbio dei vincitori

Pensando.

Qualcuno disse-scrisse, allora, in quell’11 settembre che ogni anno tentiamo di ricordare in modo plateale senza averne imparato se non marginalmente la lezione : “nulla sarà più come prima”. Eppure tutto è dannatamente ‘come prima’ se non ulteriormente ammantato dal falso buonismo e dall’arroganza di credere , e fare credere, di contenere (in modo inadeguato e spesso strumentalizzato) guerre, sangue, dolore, morti, e morti viventi che portati dalle correnti, la vita come solo salvagente, approdano seminudi sulle nostre spiagge.
Fino a quando, oggi, ci faremo suggestionare dalla paura dell’ altro da noi che fugge? e ci chiede approdo?
Si dice: ‘Dobbiamo porci dei limiti!’ ma quale è, e se è quantificabile, il limite per il dolore da accogliere?

“II rumore degli assedi
è lampo soffice.
Scalzo
chiusa la bocca
riposa tremando.”

… e sotto l’ombrello onnicomprensivo dell ‘ ‘esportazione di democrazia’ cui si è aggiunto negli anni il riverbero nefasto della ‘globalizzazione’ e dell’egemonia dei mercati tout-court… 11 settembre 2015
L’Occidente con la sicumera di essere portatore di una unica verità.

“Trema la nostra vita
percossa dal bisogno.
Si spacca nella sete.

Precipita
la vita nostra.
Senza appello.

Gridi, dubbio,
paura
abbracci: tutto
è nel conto.

Ma trema,
domanda
la nostra vita.

Muore.
Morendo
domanda:
quale legge?”

Avranno mai un dubbio, si guarderanno mai dentro i vincitori?

“Pensammo una torre
scavammo nella polvere”

L’ indicibile dei vinti ricadrà pesantemente sulle loro spalle?

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Pietro Ingrao e memedesima alla chiusura del XIX congresso del Pci a Rimini

“Lindicibile dei vinti, il dubbio dei vincitori.” , 1986 – Pietro Ingrao

Ieri oggi e domani?

“Se volete c’è una convinzione più di fondo che mi porto dentro da lungo, assai lungo tempo: che noi ci trasformiamo con gli altri, gli altri sono diversi, e sparsi e in cerca. Tutti siamo sparsi. La liberazione la si costruisce insieme.
Se mi permettete uno scherzo, a me piacerebbe molto, e da tempo, andare in convento. Ma poi è successo che non ci sono andato. Perché sono stato trascinato nelle città, nel tempo delle metropoli.
E lì si è in tanti, di tanti luoghi e di tanti colori.
E la libertà si costruisce là dentro persino il pensiero della solitudine.
Ce l’ha insegnato il vecchio Marx che bisognava costruire nel gorgo.
E lui di comunismo un po’ se ne intendeva.”
Pietro Ingrao – 29.o9.90

 

vietato

1990- 2015, e siamo ancora qui a guardare indignati e rattristati lo squasso del mondo che travasa nella nostra piccola Italia e la politica discutere chi e quante persone accogliere. 40mila? Di più no e come suddividercele manco fossero merci. Com’è facile dimenticare la nostra storia di migranti non laggiù in America ma semplicemente a come venivamo trattati noi, italiani, in Belgio a fare il lavoro sporco in miniera, o in Germania.

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«Rosie Passeralla, 5 anni [di] Philadelphia. Raccoglie qui da due anni. Whites Bog, Browns Mills, N.J. 28 sett. 1910».

Insieme alla piccola Rosie, moltissimi italiani di ogni età si trasferivano dalle loro residenze nelle grandi città del Nord-Est per raggiungere i campi del New Jersey, della Pennsylvania e di altri stati orientali durante la stagione del raccolto.

Abel Meeropol scrisse con Billie Holyday Strange Fruit seduti al tavolino di un bar ” con ancora negli occhi la fotografia del linciaggio di due neri nelle piantagioni del sud”.

Una sera, il giornalista Harry Levin ascoltando Billie Holyday cantarla si senti improvvisamente accomunato a un generale, forte e nello stesso tempo confuso sentimento di impotenza dolorosa che aleggiava nella sala e addebitò questo stato d’animo al momento storico che l’ASmerica stava vivendo : “Billie ci stava dicendo che c’erano alcune cose inconpiute con le quali l’America doveva confrontarsi”.