Addio pene d’amore

C’era una volta.

 

L’estate gioca brutti scherzi, in tutti i sensi.
C’ero io che avevo vent’anni ed una storia appena iniziata con l’amico di un mio amico, di dieci anni più grande di me, che viveva a Bologna.
Ci telefonavamo moltissimo e facevamo progetti per l’estate e come stare finalmente insieme un po’ più a lungo, andando oltre i minuti contati, quei lunghi baci da apnea, quei palpeggiamenti che ci lasciavano le gambe molli e la testa svaporata.

Arriva inaspettato l’invito di una comune amica svizzera a passare da lei qualche giorno nella sua casa sopra Berna. Un posto stupendo con piscina, sauna e tanto verde intorno.

Tappa a Bologna. Viaggio notturno perfetto, arriviamo a destinazione.
G e suo marito e gran parte dei loro amici praticavano il nudismo e dunque… a mezzogiorno eccoci tutti nudi , ammettiamolo un po’ vergognosetti noi, sul prato davanti alla piscina. Uno spuntino, tuffi, tanta euforia, anche un po’ di stanchezza.

Vermi bianchi sul verde, G. avvisa soprattutto i due italiani a stare attenti a non prendere subito troppo  sole ‘ là’ anzi, ecco un caso in cui scoprirsi poco alla volta.
Il mio baldo compagno fa spallucce e impavido si espone ai raggi e si addormenta.
Alla sera alle cinque con il pisello in fiamme e vesciche di corsa al pronto soccorso di Berna dove gli viene diagnosticata una ustione grave.

Ho passato la mia prima estate d’amore a spalmare unguenti con la punta del dito e fare impacchi  a quel esserino  raggrinzito con garza e acido borico avendo come ringraziamento solo spasmi  di dolore. Una grande intimità, un vis -à –vis ravvicinato, il mio cuore da crocerossina batteva forte. La donnina che era in me alzava gli occhi al cielo e lamentava la sua sfortuna.
Dopo cinque giorni, passata la fase critica, decidemmo di riprendere la strada del ritorno .

Questa è stata la mia trepidante prima volta che non c’è stata ma che non scorderò mai.

Che ne è dei due ‘lui’? Uno a volte lo incontro quando viene a Roma, dell’altro così desiato e tanto amorevolmente curato più nessuna notizia. Penso si sia perfettamente ripreso visto che ho conosciuto anche i due pargoli.

Addio pene d’amore.

Forever young

“Avete mai avuto la fortuna di incontrare qualcuno che in una notte d’estate vi ha detto:
“ricordati che dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera.”?

Siamo di nuovo ai nastri di partenza. L’estate ricca o povera di aspettative, impastata di sogni, sole, luna, tempi morti che ci dedichiamo, lontano dalle scadenze monotone o frenetiche di ogni giorno, dagli assilli che portano padri e madri amorevoli a dimenticarsi il figliolino nell’auto che si arroventa.
Troviamo nel sole il coraggio di dare un calcio allo scoramento lasciandoci prendere dall’ allegria dei colori e tornano a fare capolino i desideri riposti e si sprigionano nel traffico come alfabeto morse piccoli brividi sorretti dal profumo acre del caldo che evapora in goccioline di sudore e deodorante alla vaniglia.

“Ricordati che dentro di me…”

Luceombra

E’ stato proprio così in una estate romana, in una notte stellata, nel per sempre di un amore poi scaduto e quietamente accantonato.
Ma quello che affiora in quelle parole è la consapevolezza  di riconoscere non la sua (che ne è – oggi – di lui? ) ma la mia immutata capacità di essere ancora io, per me sola, la “persona che sono stasera” capace di ritrovare nel profondo, senza pregiudizi, il significato vitale di quelle parole.
Si può essere amati e amare in mille modi con intensità che ogni volta ci sembrano irripetibili, provare sempre un nuovo dolore lacerante che potrebbe non  rimarginarsi mai… ma credo che avere fiducia in sé stessi, nelle proprie capacità di essere ‘la persona che sono stasera’.restituisca alla vita un senso anche nelle notti d’inverno. L’inverno della vita

E dunque che Estate sia.



Forever young.

(foto sherazade)

Smiles & The bridge series

No, non è che io mi sia rincoglionita. Non credetelo, oppure sì.
E’ che quando ero giovane, più giovane, ero arrabbiata con tutto e sbranavo il tempo. Non quello dedicato al lavoro o a mio figlio. No, parlo del mio tempo interiore quello che a rotazione era corroso dal mio odio. Mi ci sono voluti anni per capirlo. MI è servito anche l’aiuto di una brava psicoterapeuta.
Lei mi ha insegnato a guardarmi con tenerezza, a non pretendere di essere sempre perfetta preparata al giudizio degli altri.
Lei ha valorizzato il mio pianto permettendomi di farlo uscire allo scoperto.
Lei mi ha fatto scoprire il valore terapeutico del sorriso, almeno un sorriso al giorno poco per volta sono diventata una dispensatrice di sorrisi perché anche se la vita resta difficile, è vero, basta aprire gli occhi e non è impossibile trovare tra le pieghe di una giornata ‘no’ un piccolo refolo di speranza, un altro sorriso che incrociamo, o che ci viene strappato come pochi minuti fa dalla telefonata che, inaspettata, mi ha fatto di mia cognata per chiedermi come stavo invitandomi a pranzo domani.
Ed io naturalmente ora sto molto meglio, anzi bene.

Continuo quindi a vedermi la 10 puntata della seconda serie di The Bridge che mi prende tantissimo e, sempre per tornare dove il dente (non) duole, a godermi quel bel tocco che è Demián Bichir mentre altri si rifaranno lo spirito con l’algida bellezza di Diane Kruger ottima a sottolineare , mi ripeto, la rude bellezza del mio detective messicano Marco Ruiz.
Altro sorriso, ma questa volta è il vostro! Tenetelo da conto.

Cattivi pensieri (Mickey Rourke)

Apriamo il carnet ed ecco San Valentino reclamare il primo giro di danza
Anche io come Francesca http://tersiteblog.wordpress.com/     la mia primissima associazione continuo a farla con il massacro, appunto di San Valentino, messo in atto dal mitico Al Capone che in un garage di Chicago nel 1929 fece sterminare la banda di Bugs Moran ( se poi andiamo a guardare un po’ il lessico tra crampi allo stomaco, colpo al cuore, morir d’amore, sembra proprio che anche l’amore se non è un massacro poco ci manca).
Però va bene così. Si è giovani una volta sola, ci si innamora tante volte, molti dicono della stessa persona (!) a me capita di persone diverse, chi lo vuole sempiterno, chi vive la notte come se fosse un’eternità.
Festeggiamo questo ennesimo San Valentino come (ri)festeggeremo a giorni la Festa della donna e allora tutti a regalare fiori e mimose con buona pace di quelle donne a cui la festa viene fatta ad ogni ora del giorno per fortuna dei palinsesti televisivi che si fanno più agevolmente. I carnefici o presunti tali diventano attori, i parenti hanno la loro parte di notorietà, la categoria degli opinionisti gonfia il torace e conciona.

San Valentino. All’inizio si sono cascata anch’io e svariate volte prima di dire ‘Basta’.
Uno in particolare.
Lui non era Richard Gere né io Julia Roberts (niente male però, io) ma a lui venne in mente di organizzare la serata al ristorante dell’hotel Hilton dalle cui vetrate vedi Roma notturna, luccicante, i ghirigori luminescenti dei fari delle auto, il Tevere un segno di pennarello scuro a dividere i colori della notte. Solo quello valeva il paradiso.
Quando arrivammo, davvero ‘ a mio insaputa’ nella hall dell’albergo io stavo per fare una delle mia alzate di testa (“ma come, quasi manco ci conosciamo e questo prenota una camera da letto? Hilton quanto ti pare ma chi glielo ha detto”). Stetti fortunatamente zitta.
L’ascensore per il ristorante. Elegantissimo luci soffuse, racchiudeva quei pochi eletti come gioielli in una bomboniera.
Perfetto, forse, ma inadatto. Quel bisbigliare ossequioso dei camerieri, i gesti indescrivibilmente lenti dei presenti dove l’espressione dei sentimenti è volgarità caciarona. Io bevevo e mi scioglievo, lui mi guardava e mi toccava sotto il tavolo. Ridevamo. Avevamo solo voglia, tanta voglia, di fare l’amore ed invece eravamo imbrigliati in quella recita.
Quanto tempo sprecato|
Julia Roberts? No! Kim Basinger, non Nove settimane e mezzo, bastava una notte, il grande lettone, fragole e champagne e, a dirla tutta quella canaglia di Mickey Rourke …ossignor che cattivi pensieri. O forse no?

BUON SAN VALENTINO

La patata tra Cultura e arte culinaria.

 
“Che fai?”
“Leggo il mio Artusi.”

Non che io sia una cuoca provetta ma sono senz’altro molto attenta al cibo, alla sua presentazione, alla sua storia e per questo l’Artusi è perfetto. Mi piace rileggerlo spesso e sognare cene semplici, o dolcemente complicate, per me irraggiungibili, fantasiose.
‘La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene’, appunto di Pellegrino Artusi, scrittore e gastronomo, fu pubblicato la prima volta alla fine dell’Ottocento dopo la riunificazione dell’Italia ed ebbe, ed ha, il merito di racchiudere con accenti a volte ironici e riferimenti storico-culturali ricette culinarie di tutte le regioni italiane da lui visitate una ad una tanto da attribuirgli il merito di aver posto le basi per la formazione della cucina nazionale italiana.
Il libro ebbe alterne fortune ma divenne molto conosciuto nel mondo, dopo la pubblicazione nel 1970 a cura della casa editrice Einaudi.

Perché l’Artusi per poi selezionare una ricetta straniera o, peggio ancora, dei nostri eterni antagonisti in fatto di cucina e di vini, i cugini francesi?

E’ in uscita un libro del giornalista e imprenditore gastronomico Craig Boreth che si intitola ‘ A tavola con Hemingway’ una sorta di guida di ristoranti, bar, bettole, ricette messe insieme seguendo le tracce di Hemingway in giro per il mondo da Cuba a Parigi, a Venezia, nel Vecchio e nel Nuovo mondo.
Si va dalle ricette più macchinose alle più elementari tipo le patate all’olio che Ernest H. mangiò a Parigi nel 1924 alla brasserie Lipp e che così ci descrive:

“La birra era molto fredda e meravigliosa da bere.Le pommes à l’huile erano sode e marinate, e l’olio d’oliva delizioso. Macinai del pepe nero sulle patate e inzuppai il pane nell’olio di oliva.Dopo la prima lunga sorsata di birra mangiai e bevvi molto lentamente…raccolsi con il pane tutto l’olio e tutta la salsa e bevvi la birra lentamente fino a che cominciò a diventare meno fredda, e allora la finii e ne ordinai un’altra mezza e guardai mentre la spillavano”.

Pomme de terre à l’huile
2 porzioni, 500grammi di patate
6 cucchiai di olio extravergine di oliva; 2 cucchiai di vino bianco secco; 2 cucchiai di aceto rosso, 2 cucchiai di brodo di manzo, uno spicchio di aglio,sale e pepe.

Lavate e sbucciate le patate e mettetele a cuocere in acqua fredda e salata. Portate a ebollizione finche nonle ritenete cotte
Scolate le patate e appena sono abbastanza fredda tagliatele a fettine, quindi mettetele in una terrina e mescolate delicatamente con l’olio, l’aglio, sale e pepe.
In un pentolino scaldate il vino, l’aceto e il brodo. Quando il tutto è ben amalgamato e ben caldo versate sulle patate e mescolate il tutto con mano leggera.
Pane in abbondanza per assicurarsi quella che a Roma è ‘fare la scarpetta’.

Semplici patate? Bene ma come si facevano alla brasserie Lipp, a Parigi, nel 1924, e per compagno a tavola Ernie Hamingway!
Scusate se è poco.

io sono farfalla

A giorni sarà il mio compleanno.
Dribblato il mezzo secolo continuo a festeggiare
con entusiasmo bambino soffiando su candeline che doppiano la circoferenza della torta.
E’ la mia festa che condivido da sempre con gli amici più cari e qualcuno più recente. Non siamo una folla ma un gruppo nutrito e alla fine bevutello.

Il 21 luglio, prendete nota!, anticipa di pochi giorni quello di mio figlio e da quando lui è ‘grande’ uniamo le nostre due feste e la situazione volge al caotica nell’incrocio tra generazioni entusiasticamente non così distanti. Degli amici è interessante il cambiamento strutturale delle coppie. A. e C. sembravano inossidabili ma due anni fa il patatrac. I. single granitica è la ‘zia’ per noi tutti. Daniele, l’amico di sempre di mio figlio, dall’anno scorso si presenta con moglie e figlietta.

Di questi stravolgimenti io sono campione ma la cosa riguarda me e lo sventurato che con me si accompagna e dunque non faccio testo.

Ci sono stati degli anni che a riunirci ci è voluto coraggio. Certamente l’anno che è venuta a mancare mia mamma e che ho comunque festeggiato perché lei era la nostra più cara ospite, con quel suo modo dolcissimo di sorridere, l’empatia che si ricreava con tutti noi che in qualche modo aveva visto crescere e crescere.
Oggi comincio a riconoscermi in lei perché a dispetto dell’età biologica che mi rende grazia, del mio essere pimpante e perfortuna sana (oddio qualcosuccia di piuttosto gave ha fatto rendere a tutti una bella paura) guardo mio figlio, i suoi ed i miei amici e, perbacco, altro che pimpante mi sento arzilla come la famosa casa di riposo, Villa Arzilla, di non ricordo quale film.

Questo post un po’ sbilenco l’ho pensato stanotte ma le considerazioni erano, perdonatemi, più personali e avevano a che fare con i miei dare-avere, le somme dei miei comportamenti, i risultati e le prospettive che vanno a stringersi ad imbuto, mentre a voi posso solo dire che ci sono anni che ho vissuto malamente in forte sofferenza con me stessa e che la mia ancora di salvezza, la mia bussola, sono stati mia mamma e mio figlio.
Ho passato momenti in cui aspettavo la notte che il bambino dormisse per piangere a dirotto. L’ angoscia di essere sola. Non senza un uomo ma sola.
Asciugare le lacrime, lavare il viso, un bel sorriso per il buongiorno e poi via fino a sera senza che nessuno, o soltanto pochi, immaginasse.
Ora, gli anni mi hanno insegnato a ridimensionare e prendere le cose per il loro ponderato valore, non sono rassegnata ma rasserenata, ho imbrigliato la mia ipersensibilità, non cerco di tenere tutto sotto controllo, se sono felice lo sono senza pensare a quando finirà, e se qualcosa di brutto accade cerco di guardare oltre, alla soluzione.
Mia madre diceva che ero Eleonora Duse e che aggrappata ad una tenda in lacrime sarei stata perfetta. Oggi mi avvicino di più alla leggerezza di Meg Ryan in Henry ti presento Sally. Non ho finto con gli uomini, almeno non troppo, perché per me l’amore continua ad essere aspettative e scoperta, significa (ancora) essere in equilibrio sul mondo.

Una farfalla, quella farfalla raccontata da Hermann Hesse “… emblema sia dell’effimero, sia di ciò che dura in eterno… un simbolo dell’anima.” (o almeno ci provo).

It’s all over now, baby blu

Viaggio nella memoria. Quelli collettivi hanno una valenza politica e sociale, aiutano a non dimenticare, sono un monito, un esempio, esprimono un momento alto di aggregazione.
Sia che si organizzino con grande anticipo sia che vengano messi in piedi in pochi giorni, soprattutto con internet la notizia vola e il desiderio di esserci fà il  numero.
 
Poi c’è un altro viaggio  nella memoria, quella insidiosa, quella personale che scava dentro, della quale temiamo le reazioni perché è difficile anticiparle mettendoci a nudo d fronte a una memoria  che sfuggiamo  giorno dopo giorno, anno dopo anno.
 

Io ho fatto così, tenendomi dentro desiderio e paura, primavera dopo primavera da quando mamma non si è presentata al nostro appuntamento, al nostro momento di intimità che allora io le facevo cadere dall’alto, quasi  una concessione  di cui solo dopo ho apprezzato l’immensa ricchezza.

Tra maggio e giugno noi ci prendevamo quattro, cinque giorni e partivamo per Sperlonga dove le nostre giornate passavano  senza orologio  tra  le passeggiate mattutine nei paesi limitrofi, al tavolino del paese

 

a leggere i giornali sgranocchiando un panino guardando anche  il via vai  di umani tanto diversi tra loro, ma soprattutto sdraiate davanti al mare del pomeriggio

 

 e del tramonto a raccontarci ed ero sempre io che ribollivo come una pentola sul fuoco scavando nei perché e nei percome del mio ultimo amore o..o..e magari tutto restava com’era ma l’importante era aprirmi al confronto, al suo pensiero, alle sue molteplici esprienze di donna a tutto tondo.

 

 

Sono tornata a Sperlonga quest’anno, compiendo il rito del mio primo viaggio nella memoria  apparentemente  sola ma non c’è stato un secondo che io lo fossi tanto ogni cosa, ogni singola curva della via Flacca, lo stesso Ristoro nel punto più alto della strada non mi ricordassero che c’eravamo state fisicamente insieme.
 
E’ stato un riappacificarmi con le mie paure cancellando il  malefico  tarlo della sua assenza, riprendere, come farò, la consuetudine di tornare in quei posti serenamente senza scoppiare in un pianto dirotto che non sono riuscita a nascondere guardando dall’alto quel mare, quei gerani   


 

funamboli intrepidi e lussureggianti sulla ringhiera tra due azzurri che si (con)fondono, e in bocca il sapore vero della mozzarella di bufala, che ci deliziava entrambe.
 


 

Un ragazzo seduto dietro di me mi ha toccato la spalla chiedendomi se stessi bene.
“It’s all over now.. (baby blu) ”.  
Da oggi non succederà più. L’anno prossimo Sperlonga mi aspetta e qui

 

ho i miei due amori.

 

Cara AAAmica ti scrivo,

 

 

Carissima Aurora….
 

Qualcosa di buono l’ho fatta.

Una riconcilazione , uno stringersi quasi per mano con la cruda terra, anche se per poco è una buona cosa , è rigenerante, ed ha del riconciliante. Gli alberi di ulivo sono strani, se li osservi con attenzione da vicino vedi il tronco che comicia ad alzarsi verso il cielo si biforca in altri rami come tutti gli alberi , ma la stranezza sta nel vedere rami in salute e rami svuotati dentro, quasi privi di vita che a malapena si reggono e in un’intreccio assomigliante a coppe pronti a brindare invitano chi li degna d’ attenzione.  Il raccolto c’è stato, non è stato un granchè per la magra dell’annata ,ma c’è stato, col solito spasso,  col solito tornare ad essere fanciulli ,con le chiacchiere più strampalate fra una risata un monito e sproni alla mia lentezza . Per i bambini è stato un toccasana. Rotolarsi per i campi ,sporcarsi di terra, liberarsi da ogni rimprovero  ”non fate questo e non fate quest’altro ,attenti che vi fate male”  li rinvigorisce e poi vederli inseguirsi fra di loro con canne,  legni, tirarsi olive è un salto ai ricordi della mia infanzia.

Si aspettava la vendemmia come un evento sacrale  e quella fenomenale  ballata sull’uva dentro i tini per la spremitura, compito che spettava a noi piccoli ed alle donne. Poi c’erano le vespe,  le api,  i pungiglioni,  i pianti, i rimproveri,lo scappare di continuo , il mangiare per i campi,bere di nascosto il vino degli adulti, i quali portavano dei  fazzoletti annodatiche si calavano in testa  fieri come generali in alta uniforme,.E poi dormire tutti insieme, con i nonni,  gli zii , su letti preparati sopra la paglia con l’anziano del gruppo che faceva l’ultimo giro di ronda con le candele in mano per controllare tutto e tutti e poi il soffio sulla candela  che metteva fine alla giornata.

Tutto adesso è finito , non è rimasto nulla. Solo ricordi .

 Con un po’ della mia tristezza voglio augurarti una buona domenica.
 

F