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calzenere

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Costantino Kavafis

(foto sherazade)

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saluti e un bacio ai pupi

Ieri , 24 marzo al Parco delle Valli di Roma

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giallo

Oggi, 25 marzo al Parco delle Valli di Roma

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nero
ovviamente a casa e non già al Parco delle Valli 🙂

15 - 1

Domani

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Detto ciò non senza una certa ritrosia e nicchiando con la formula “questioni personali” vi lascio per un po’… Il tempo di riorganizzarmi e magari fare il cambio di stagione.

Omnia vincit amor

Da qualche giorno ad una certa ora della sera qualcuno comincia a suonare il pianoforte. Un nuovo inquilino? Un ritorno di fiamma? Suona bene e passa indifferentemente dalla musica classica alle canzoni, Un repertorio non banale che incontra il mio assenso saputello.

Ecco che, attraverso uno di questi collegamenti che partono senza senso ho pensato a quando da piccola mia madre decise che da brava bambina dovessi prendere lezioni di piano. E da queste mie lezioni sono arrivata a rivisitare un film tra i miei preferiti, tragico e romantico, una bellissima avvincente storia d’amore. Ebbene sì, amore.

Lezioni di piano della regista Jane Campion

Ada (una formidabile Holly Hunter) muta per sua decisione dall’età di nove anni, giunge in Nuova Zelanda, sposata per procura con Stewart, un piccolo possidente. Con lei ci sono la figlioletta Flora, i bauli, un pianoforte. Stewart fa abbandonare il pianoforte sulla spiaggia perché difficile da trasportare lungo gli impervi sentieri dell’isola.
George Baines (Harvey Keitel) un bianco inviso alla comunità perché attratto dai costumi maori, affascinato dal mistero di questa donna silenziosa e caparbia, si accorda con Stewart per comprare il piano al solo fine di proporne ad Ada la restituzione tramite … uno scambio “indecente”: un tasto per ogni cosa che lei gli lascerà fare sul suo corpo mentre suona.

“Sono infelice perché ti voglio, perché la mia mente pensa solo te e non sa pensare ad altro… sono malato di desiderio”.Questo è George Baines, al cui patto Ada decide di sottostare pur di continuare a suonare.

Baines le restituisce il pianoforte; tra i due si stabilisce, gioco forza una relazione che sfugge al loro controllo sembra che tutto rientri nell’ordine dell’ Omia vincit amor ma con un coup de theatre  tornerà a presentarsi nuovamente la  tragedia.
Nelle ultime sequenze,infatti, mentre Ada, Baines e Flora sono su una barca in partenza, Ada sente l’irresistibile bisogno di disfarsi del suo amato pianoforte, che fa gettare in mare; una corda però le si attorciglia alla caviglia (forse volontariamente?) trascinandola sott’acqua. Con sua grande sorpresa  riesce a districarsi e a risalire in superficie.

«Che morte! Che occasione! E che sorpresa!
La mia volontà ha scelto la vita. […)
C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci. Nella fredda tomba del profondo del mare.»
(versi tratti dal sonetto Silence di Thomas Hood).

Uno dei film più sontuori e visionari della Campion, uno dei pochi esempi cionematografici di sguardo femminile consapevole sull’eros. Splendido uso dei paesaggi neozelandesi e musica ipnotica di Michael Nyman.
Palma d’oro a Cannes ex-aequo con “Addio mia concubina” ed Oscar per la protagonista Holly Hunter ma, ma signore mie non avete, o forse sì, idea della sensualità animalesca che sprigiona Harvey Keitel in una scena di  nudo che fece ‘storia’.

Amiche belle non vi accalorate troppo potrebbe cogliervi  un collasso e voi signori uomini up and down rassodate questi muscoli la prova costume vale anche per voi….

 

gazpacho

DOMENICA 15 GIUGNO…PIOVE NEL MIO GIARDINO

Nella cucina spagnola, il GAZPACHO (pronuncia: gazpàcio) è una zuppa fredda a base di verdure crude, molto apprezzata d’estate in regioni calde come l’Andalusia. Gli ingredienti principali sono tradizionalmente peperoni, pomodori, cetrioli e cipolla, arricchiti di volta in volta con erbe aromatiche differenti. Immancabile il pane raffermo, ammorbidito in acqua, che rende cremoso il composto.
Una gaffe piuttosto comune per i profani, particolarmente sfruttata in film e fiction, è lamentarsi perché “la zuppa è fredda”.
Nel film “Soul Kitchen” di Fathi Akin un cliente chiede testualmente di scaldarlo. Il gazpacho torna al cliente portato dallo chef che, “gentilmente”, spiega come nella ricetta tradizionale spagnola vada servito freddo.
Il GAZPACHO e comunque un piatto prettamente estivo e va mangiato freddo talvolta addirittura con cubetti di ghiaccio e accompagnato crostini di pane con uova sode. Viene anche usato come aperitivo servito in bicchiere, come energetico rinfrescante ed è questa la versione che io preferisco perché mi ricorda un bellissimo, indimenticabile per odori, ardori e colori, viaggio in Andalusia o meglio a Granada ovvero la città tra le altre città oltre Roma dove credo potrei volere andare a vivere.
Aperitivo al GAZPACHO
Ingredienti per 6-8 persone:
8 pomodori
2 cetrioli
1 peperone rosso grande
1 cipolla piccola
1 spicchio d’aglio grande
1 bottiglietta da 250 gr di salsa di pomodoro
1 cucchiaino di salsa piccante Westchester-
¼ di bicchiere di succo di limone
½ bicchiere di aceto di vino rosso
3 cucchiaini di sale
1 cucchiaino di peperoncino
1 cucchiaino di paprika
1 avocado
Affettate cetrioli, pomodori, peperoni e cipolla. Tritate nel mixer l’aglio. Aggiungete poi i restanti ingredienti e frullate il tutto fino ad ottenere una crema morbida da conservare in frigo dalle 4 alle 8 ore.

Cesaria Evora non manca mai perchè è una delle mie cantanti preferite dalla voce dolorosamente suadente, ambasciatrice mai altezzosa del suo Paese, Capo Verde. E’ morta un paio di anni fa ma perfortuna ho avuto modo di sentirla a Roma incontra il mondo un paio di volte.

Voilà| per quasi l’ ora di cena, quando il sole comincia a cedere all’arietta della sera e gli amici arrivano freschi e ringalluzziti dal pensiero della buona compagnia, il GAZPACHO fa il suo ingresso trionfale servito come aperitivo, in un bicchiere anziché in un piatto fondo o in una ciotola.

Tutto il resto è gioia (mentre a Roma la pioggia evapora prima di toccare terra)

Il “Per sempre” e Ben Harper

Not talkin’ ‘bout a year
no not three or four
I don’t want that kind of forever
in my life anymore
forever always seems
to be around when it begins
but forever never seems
to be around when it ends
so give me your forever
please your forever
not a day less will do
from you

ma io no, io no
non dirò ‘’per sempre ‘’ a caso
e ora spero di trovare
al mio ‘’per sempre ‘’ una casa

allora dimmi tu ‘’per sempre ‘’
per favore, dimmi ‘’per sempre ‘’
non un giorno di meno starò
da te”

Non so quanti di voi conoscano Ben Harper. Io l’ho (ri) visto questa sera a Che tempo che fa e mi sono ricordata il ‘nostro’ incontro di luglio del 2012
perchè con una mia amica che compie gli anni un giorno prima di me ci siamo regalate il suo concerto. Succede ogni anno da tanti anni e che concerti!

Il padre di discendenza afroamericana e Cherokee, la nonna materna russa, ebrea immigrata dalla Lituania, Ben Harper è quello che si può definire figlio del grande melting pot americano.
Cominciò ad appassionarsi alla chitarra lavorando nel negozio di musica della madre diventando via via, a partire dal primo album del 1994, un chitarrista e compositore originale senza troppi fronzoli (almeno a detta di mio fratello Francis, musicista anche lui) spaziando dal folk al reggae e al funk e proponendo nei suoi concerti versioni originali dello stesso testo con parecchie improvvisazioni.
E’ un artista impegnato, riservato, attento agli ‘umori’ sociali.
La mia personale fogorazione avvenne con il suo secondo album ‘Fight for your mind’

Ora sapendo bene che tutto puo’ essere approfondito su Wiki io aggiungo, da donna frivola qual sono, che è anche un bravissimo surfista e – ça va sans dire –
nel surfing indispinsabile è avere un bel fisicaccio e Ben…
oh quanto Ben di Dio!

E adesso musica.

Pensieri a ruota libera

Oggi, era l’ora di pranzo che pranzo non è, diciamo piuttosto un momento di svago all’aria ancora tiepida e lucente che questo settembre regala a noi romani.
La città non è dinuovo caotica, poche auto, meno frenesia in giro, e se i nostri rappresentanti politici anziché arrivare in Parlamento su auto dai vetri oscurati e occhiali griffati ancor più scuri, camminassero a piedi per le strade adiacenti si renderebbero subito conto senza troppi numeri che le orbite vuote di sei negozi su dieci, in pieno centro, denunciano una crisi irreversibile, il tracollo economico della città eterna.
Ho incontrato un vecchio amico americano de Roma che avevo perso di vista da anni. No, a me del libro faccia non me ne frega niente e chi c’è c’è nella mia vita e non credo proprio a ritrovamenti pilotati, a coup de théatre alla Raffaella Carrà.
Però quest’amico mi ha fatto molto piacere ritrovarlo tant’è che si siamo scambiati i numeri di cellulare e ci siamo ripromessi di riallacciare i ricordi di quando eravamo due scapestrati senza famiglia al seguito e vedevamo sorgere l’alba, il cielo tingersi di rosa e bianco e infine l’azzurro incredibilmente vivido del cielo che si intravedeva netto attraverso i grattacieli di Manhattan, Twin towers incluse. Due folli imbacuccati ma col tettuccio della sua Mustang abbassato anche in pieno inverno.
New York è unica anche perché io continuo a vederla con lo sguardo entusiasta di quella ‘piemontesina bella’ ventenne che atterrava dall’Italia-Italietta che cominciava a fare capolino nei film di Alberto Sordi.
E se a bruciapelo qualcuno mi chiedesse:
“…ma tu dove vorresti vivere?”
ancor più, oggi, guardando al disastro morale e politico del mio povero Paese non avrei esitazioni:
“New York, senza ombra di dubbio”.
Eppure adesso che ho oltrepassato, la metà del mio cammino , e me lo auguro perché non voglio proprio morire centenaria, ho dei ripensamenti sentimentali e so per certo che vorrò morire a Roma e ci tengo che le mie ceneri riposino nel nostro tempietto al cimitero del Verano, proprio accanto a mia mamma che fu la sola grande ragione per la quale, potendo, non mi stabilii oltre oceano.
Non sono pensieri tristi e non è mia intenzione rattristarvi.
Certamente bisogna guardare avanti ma poi, un po’ più avanti c’è anche lei.
Lei chi? My mama, of course,  ed è un bellissimo appuntamento   in qualunque modo lo si veda.

Tutti questo nasce  da un imprevedibile, inaspettato,  incontro che ha innescato non solo questi ma tanti pensieri e la prospettiva di un buon bicchiere di rosso. Salut!  e

Buon fine settimana!

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Ford Mustang

io sono farfalla

A giorni sarà il mio compleanno.
Dribblato il mezzo secolo continuo a festeggiare
con entusiasmo bambino soffiando su candeline che doppiano la circoferenza della torta.
E’ la mia festa che condivido da sempre con gli amici più cari e qualcuno più recente. Non siamo una folla ma un gruppo nutrito e alla fine bevutello.

Il 21 luglio, prendete nota!, anticipa di pochi giorni quello di mio figlio e da quando lui è ‘grande’ uniamo le nostre due feste e la situazione volge al caotica nell’incrocio tra generazioni entusiasticamente non così distanti. Degli amici è interessante il cambiamento strutturale delle coppie. A. e C. sembravano inossidabili ma due anni fa il patatrac. I. single granitica è la ‘zia’ per noi tutti. Daniele, l’amico di sempre di mio figlio, dall’anno scorso si presenta con moglie e figlietta.

Di questi stravolgimenti io sono campione ma la cosa riguarda me e lo sventurato che con me si accompagna e dunque non faccio testo.

Ci sono stati degli anni che a riunirci ci è voluto coraggio. Certamente l’anno che è venuta a mancare mia mamma e che ho comunque festeggiato perché lei era la nostra più cara ospite, con quel suo modo dolcissimo di sorridere, l’empatia che si ricreava con tutti noi che in qualche modo aveva visto crescere e crescere.
Oggi comincio a riconoscermi in lei perché a dispetto dell’età biologica che mi rende grazia, del mio essere pimpante e perfortuna sana (oddio qualcosuccia di piuttosto gave ha fatto rendere a tutti una bella paura) guardo mio figlio, i suoi ed i miei amici e, perbacco, altro che pimpante mi sento arzilla come la famosa casa di riposo, Villa Arzilla, di non ricordo quale film.

Questo post un po’ sbilenco l’ho pensato stanotte ma le considerazioni erano, perdonatemi, più personali e avevano a che fare con i miei dare-avere, le somme dei miei comportamenti, i risultati e le prospettive che vanno a stringersi ad imbuto, mentre a voi posso solo dire che ci sono anni che ho vissuto malamente in forte sofferenza con me stessa e che la mia ancora di salvezza, la mia bussola, sono stati mia mamma e mio figlio.
Ho passato momenti in cui aspettavo la notte che il bambino dormisse per piangere a dirotto. L’ angoscia di essere sola. Non senza un uomo ma sola.
Asciugare le lacrime, lavare il viso, un bel sorriso per il buongiorno e poi via fino a sera senza che nessuno, o soltanto pochi, immaginasse.
Ora, gli anni mi hanno insegnato a ridimensionare e prendere le cose per il loro ponderato valore, non sono rassegnata ma rasserenata, ho imbrigliato la mia ipersensibilità, non cerco di tenere tutto sotto controllo, se sono felice lo sono senza pensare a quando finirà, e se qualcosa di brutto accade cerco di guardare oltre, alla soluzione.
Mia madre diceva che ero Eleonora Duse e che aggrappata ad una tenda in lacrime sarei stata perfetta. Oggi mi avvicino di più alla leggerezza di Meg Ryan in Henry ti presento Sally. Non ho finto con gli uomini, almeno non troppo, perché per me l’amore continua ad essere aspettative e scoperta, significa (ancora) essere in equilibrio sul mondo.

Una farfalla, quella farfalla raccontata da Hermann Hesse “… emblema sia dell’effimero, sia di ciò che dura in eterno… un simbolo dell’anima.” (o almeno ci provo).