Brividi caldi

Il Kamasutra è il libro erotico per eccellenza. Tutti indistintamente, non conta età o cultura,  lo nominano ammiccando ma salvo le tavole delle varie ‘posizioni’ pochi lo hanno davvero letto. Questo è un vero peccato perché, sì, il K è un libro erotico ma  è soprattutto un trattato filosofico scritto nel VI secolo  che ha come obiettivo di cercare e fare trovare l’armonia del sé in quattro punti principali: il benessere fisico economico, il desiderio, il Dharma cioè l’equilibrio fra i due precedenti,  e la liberazione dal legame materiale per giungere alla coscienza dell’individuo.

Facciamo un balzo temporale al 1792

Una perfida Marchesa di Merteuil per umiliare un suo ex amante fa ricorso a un altro ex, il visconte di Valmont, cinico seduttore, che si incarica di sedurre la timisa ed innocente Cécile de Volanges prima del matrimonio  con l’ex  di cui sopra. Valmont assolve l’incarico, ma la faccenda gli costa l’amore dell’unica donna cui tiene veramente.

E qui mi fermo…

“Ho urgente bisogno di avere questa donna per salvarmi dal ridicolo di esserne innamorato.” 

Ma un libro così non poteva sfuggire al rifacimento cinematografico e nel 1988 Stephen Frears lo diresse, accaparrandosi il Premio Oscar nel 1989, con due attrici di grande carisma quali  la antastica Glenn Glose e l’ adorabile  Michelle Pfeiffer

1791-92

Justine ovvero le disavventure della virtù  è un romanzo che si concentra su una bella ragazza di nome Justine. Nella sua vita ha raccolto una serie di incontri sessuali con esplicite richieste estreme, incluse le scene in cui lei è costretta ad essere una schiava del sesso. L’autore, il Marchese de Sade, da cui il termine “sadismo” era ben noto per il suo abuso e maltrattamento delle donne, soprattutto per gratificazione sessuale “La sottomissione più completa è la tua sorte, e questo è tutto.” Nato come racconto Justine venne pubblicata in tre versioni a causa del progressivo sviluppo delle avventure della protagonista.

1928  –

Chatterley è una donna dell’alta borghesia sposata con un baronetto invalido, ma si invaghirà del ruvido guardiacaccia che si prende cura della tenuta. La storia era rivoluzionaria a suo tempo perché comprendeva l’uso di alcune parole che vennero ritenute “non stampabili”. In Inghilterra  venne pubblicato solo dopo il 1960. Dopo quasi un secolo, mantiene ancora il suo fascino sensuale ricco di simbolismi

“Aveva fatto incetta di fiori: aquilegie, violette selvatiche, fieno appena tagliato, ciuffi di quercia, boccioli di madreselva. Intrecciò alcuni ramoscelli di quercia intorno ai seni di Connie e poi vi unì qualche campanella e qualche violetta. Sistemò una violetta rosa sull’ombelico e fra i peli del pube qualche nontiscordardimé e alcune asperule.”

Lawrence già nel 1915 scandalizzo i benpensanti con il romanzo L’ arcobalenoritirato dopo pochi mesi perché considerato osceno. Una saga familiare con personaggi che ardono di desiderio sessuale.

1967


Emmanuelle venne pubblicato clandestinamente nel 1959 e firmato sotto pseudonimo bisognerà aspettare il 1967 per uscire pubblicamente a causa del contenuto – in quegli anni – ritenuto troppo esplicito. Una giovane moglie di un diplomatico subisce una serie di avventure erotiche e sensuali che comprendono tutto, edonismo, autoerotismo reciproco, amori saffici, una sorta di simbolo della rivoluzione sessuale che all’epoca era agli inizi.
Ritenuto un classico erotico del suo tempo vi è stato anche tratto un  film  di successo nel 1974 che generò diversi sequel cinematografici.

Qui la bella canzone leitmotif del film del 1974 con una giovanissima ed eterea Sylvia Kristel di cui si è persa traccia.

1973  –

Paura di volare è la storia di Isadora Wing, una delle più spregiudicate antieroine della letteratura contemporanea. Isadora è bella, appassionata e sessualmente infiammabile, ma ha una terribile paura di volare, paura della sua forza e della sua libertà…

Che razza di donna eri mai? Come potevi continuare a innamorarti di uomini che non conoscevi nemmeno? Come potevi fissare a quel modo la patta dei loro pantaloni? Come potevi startene lì, a una riunione, e immaginare come dovevano essere a letto tutti gli uomini presenti?

Ecco. Per ora mi fermo e spero di avervi dato,  seppure in modo sommario confidando sulle vostre capacità di reparire dettagli dettagliati,  sui questi primi cinque libri a mio gusto tremendamente sensuali ed erotici perchè l’erotismo  aleggia in ogni pagina per quella capacità dell’autore di farci entrare nei sentimenti che animano i personaggi attraversando tempi e luoghi.

Sosso, erotismo, sensualità :  leggerne in modo ‘elegante’, può aiutare a ridimensionarli a un concreto brivido caldo tutto nostro.

E se questi libri non vi bastassero e volete …avanti con le vostre proposte.

Margarita per me, e VOI?

Blue Jay

E improvvisamente è stato Blue jay arrivanfoci per altre vie ma vale la pena ricordarle.

La ghiandaia azzurra americana. La cinciallegra per noi è   Il nome inglese di questo uccellino  deriva dal verso stridulo che emette ‘ jay jay jay’ e dunque blue per il colore e jay per la voce.     E’ un uccellino che predilige i boschi di latifoglie, i giardini ed i parchi; non ama  l’alta montagna. Possiede  ali corte ed arrotondate e non intraprende  lunghi voli. La cinciarella è vivace e vispa e allo stesso tempo tranquilla, ad eccezione del periodo riproduttivo  quando l’amore la rende combattiva.

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La squadra canadese di baseball nazionale ha adottato il Blue Jay(s) a simbolo.

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Blue Jay è anche il primo film nato dall’accordo fra Netflix e i Duplass Brothers  una coppia di registi/sceneggiatori molto quotati all’interno del panorama del cinema indipendente americano.

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Un uomo e una donna, due ex innamorati dei tempi del liceo,  s’incontrano per caso in un supermercato  quando entrambi ritornano nella loro piccola cittadina natale in California. Con un certo imbarazzo si riconoscono.

Dopo aver preso un caffè al bar  Blue Jay, altro storico monumento alla loro giovinezza,  Jim e Amanda si recano a casa di lui  e passano le 24 are successive ragionando su ciò che ne è stato della loro vita da quando, ancora giovanissimi, hanno deciso di lasciarsi.  Vengono a galla verità nascoste e si percepisce che alla base della loro separazone, soprattutto quella di lei che ha cambiato città, c’era un problema non condiviso che ognuno di loro ha interpretato in modo diverso riferendosi all’altro/a.

Un film dal sapore retrò, una storia semplice, ambientata ai giorni nostri, proiettata in un raffinato bianco e nero che sfuma o incupisce e che contribuisce a creare un’atmosfera poetica e malinconica. Bellissima la scena del ballo, autoironico,  apparente spensierato ma carica di emozioni anche erotiche,  e la canzone di Annie Lennox cantata a squarciagola guardandosi fisso negli occhi sottolinea il rimpianto inespresso di due vite insoddisfatte del presente.

Meravigliosamente Sarah Paulson interpreta il ruolo principale, affiancata da Mark Duplass (doppio ruolo di attore e regista) a volte un po’ troppo sopra le righe, gigionesco ma va bene.

Un film da non perdere perché la sua malinconia si fonde tra sorrisi e tenerezze.

Potremmo essere o non essere noi ma se vogliamo trovare un messaggio per me è quello che non possiamo ritornare al nostro passato ( e se ciò avvenisse il risultato sarebbe disastroso)  ma quando è possibile riappacificarci con esso è salvifico, liberatorio.

Blue Jay è attualmente nelle sale ma si trova facilmente anche in rete.

Un sereno week-end e teniamoci stretti stretti

Ritorno al passato

Mentre dalle Alpi alle Piramidi, forse no, ma certamente dall’America, intesa come iu es e, amplificati in Italia dal querulo Fabio Fazio(so) pensiero, arrivano i clamori dei 30 anni di ‘Ritorno al fututo’ e gli oramai maturi protagonisti fanno il giro degli show americani a bordo della DeLorean Machine, rivestendo i panni dei due protagonisti…
io timidamente in questo lunedì dove lo scuro si è presentato un’ora prima stranendomi non poco e portandomi ad inevitabili bui richiami, vorrei segnalarvi,  o farvi conoscere, un piccolo gioiello (diamante tagliente) di Wim Wender: The million dollar Hotel, anno 2000. Ritorno al passato.

Film molto premiato ma nonostante ciò la sola presenza di un ‘cantante’ così partecipe nella produzine, ha fatto accigliare parecchi (snob).
Nasce infatti da un progetto di Bono che oltre ad averne scritto e interpretato la colonna sonora  ne ha anche curato la sceneggiatura e lo ha prodotto. Ne è valsa la pena!

Siamo a Los Angeles, Il Million Dollar Hotel è un albergo fatiscente, Marc Augé non avrebbe avuto problemi a identificarlo come il ‘non luogo’, per eccellenza, destinato alla demolizione. Lì gravitano sbandati e vagabondi,  residuati di persone che non hanno più nulla da chiedere, tempo scaduto, e della vita non sanno più cosa farsene.
Tra questi fantasmi  anche Tom Tom (Jeremy Davies), un ragazzo innamorato, sprovveduto come un bambino, perso dietro una ragazza che sembra venire da un altro mondo e per raggiungerla dopo molti tentativi si lancia da una finestra dell’Hotel e muore.

“Dopo aver spiccato
il salto ho capito tutto: la vita è perfetta, la vita è il massimo, è
piena di magia e di bellezza e di sorprese, solo che non resci a
capirlo bene finchè ci sei dentro.
Tutto quello che avevo sempre
desiderato era di raggiungere Eloise, di avvicinarmi a lei, l”ho fatto
e ho finito per capovolgere il mondo nel farlo, anche se per un solo
momento. Wow! ”

Eloise è la fanciulla anche lei con non pochi problemi (Milla Jovovich ‘the hearth beneath her feet’ canta Bono).

“Tutta la mia vita, ho adorato lei
La sua voce d’oro,  la sua impalpabile  bellezza
Il modo in cui ci faceva sentire
Il modo con cui mi rese vero
E la terra sotto i suoi piedi
E la terra sotto i suoi piedi”

A scuotere la routine quotidiana ci penserà l’ agente FBI Skinner (Mel Gibson) che indaga su un omicidio avvenuto nell’Hotel in cui ha perso la vita il ricco Izzy Goldkiss.
Film ampiamente premiato, d’accordo,  e nonostante io l’abbia visto più di una volta,  per me ogni volta rappresenta un momento lungo 120 minuti di grande musica poesia dove Wim Wenders torna ad essere quello dei tempi migliori di ‘Così lontano così vicino’ e Milla Jovovich è – passatemi l’aggettivo – sublime,  affiancata da Jeremy Davies altrettanto bravo seppur diversamente bello. Insieme in una rappresentazione corale riescono a suscitare grandi emozioni che raggiungono il momento più alto in ‘Satellite of love’ che è comunque una canzone scritta da Lou Reed nel 1972 (più passato di così) che io preferisco nella versione drammatica di Milla Jovovich.

Il satellite è salito su per i cieli
cose come questa mi fanno impazzire
L’ho guardato per un po’
mi piace guardare le cose in TV

(Tieni le mani in alto sennò) il cielo cade

“Vi sono due tipi di testimoni: quelli che assistono, guardano e tacciono e quelli che assistono, vedono e parlano. Questi ultimi sono vicini ai martiri (a coloro che si sono sacrificati e sono morti per un’idea), poiché testimoniano con i fatti ciò a cui hanno assistito, a rischio della loro incolumità. Martiri e testimoni «giusti» si accomunano e vivono per
sempre attraverso le generazioni, mentre i testimoni «silenti», come i morti «inutili», dopo qualche generazione scompaiono dal ricordo dei vivi.”. Pietro Kuciukian

Anticipo questa giornata dedicata alla Memoria dell’Olocausto del 27 gennaio (1945) giorno in cui l’Armata Rossa entrò a Auschwitz e liberò gli stremati superstiti del campo perché desidero sottoporvi alcuni film che forse incuriositi vorrete cercare in rete in questi giorni.

L’ordine è quello che io ho scelto per assonanze personali.
Ho parlato di bambini ma per fortuna il mondo del cinema – di cinema qui parlo – è sempre stato, e per fortuna resta, sensibile e attento nel documentare dalle diverse angolature la tragedia immane quanto assurda che ha prodotto tanto orrore e strazio di vite umane e che taluni, ancora oggi, osano negare.

Il cielo cade – Negli anni della seconda guerra mondiale, due sorelline orfane vivono un’infanzia felice presso una villa toscana, insieme agli zii ebrei tedeschi, Katchen e Wilhelm, lo zio cugino di Albert Einstein, che le hanno prese in custodia. Nell’estate del 1944 arriva nella villa l’’esercito nazista e i soldati trucidano tutta la famiglia lasciando loro vive perché ‘non ebree’.

Queste due bambine di allora, neonate,  morta la loro mamma di parto, essendo mio nonno e loro padre grandi amici, furono accolte in casa e cresciute fino a sei anni da mia nonna e condivisero la loro primissima infanzia con le tre ‘Sorelline’ : mia mamma e le mie due zie. Oggi sono le uniche persone care della mia famiglia – di quella generazione – ad essermi rimaste.

Il bambino col pigiama – Berlino, anni Quaranta. Bruno è un bambino di otto anni e una passione sconfinata per l’avventura, che divora nei suoi romanzi e condivide coi compagni di scuola. Il padre di Bruno, ufficiale nazista, viene promosso e trasferito con la famiglia in ‘campagna’ o meglio a dirigere un campo di concentramento in cui si pratica l’eliminazione sistematica degli ebrei. Bruno, costretto ad una noiosa e solitaria cattività nel giardino della villa in cui vivono, trova quotidianamente una via di fuga sconfinando dal giardino,  oltre il bosco e al di là di una barriera di filo spinato elettrificato incontra Shmuel, un bambino ebreo là detenuto insieme al padre.

la vita è bella – Orefice Guido, cameriere e poi libraio nell’Italia del ventennio, ha sposato una maestrina ricca, ed è ebreo. Esattamente come il suo vecchio zio, e come Orefice Giosué, il suo bambino. Come tutti gli ebrei, i tre sono stati caricati su un camion, poi su un treno, e portati in un campo di concentramento

la chiave di Sara – Julia Jarmond, giornalista americana che vive in Francia da 20 anni, indaga sul doloroso episodio del rastrellamento nazista del Vel d’Hiv a Parigi. Il soggetto di un possibile articolo giornalistico diventa per Julia qualcosa di più personale, fino a svelare un mistero familiare

il diario di Anna Frank – Un film a cartoni animati giapponese che in un modo diverso, al passo con i tempi, con i nuovi linguaggi, eppure altrettanto efficace nell’ insegnare alle nuovissime generazioni ormai lontane anni e anni, a ricordare l’infamia dell’Olocausto o Shoah nel lessico biblico di distruzione.

 

Omnia vincit amor

Da qualche giorno ad una certa ora della sera qualcuno comincia a suonare il pianoforte. Un nuovo inquilino? Un ritorno di fiamma? Suona bene e passa indifferentemente dalla musica classica alle canzoni, Un repertorio non banale che incontra il mio assenso saputello.

Ecco che, attraverso uno di questi collegamenti che partono senza senso ho pensato a quando da piccola mia madre decise che da brava bambina dovessi prendere lezioni di piano. E da queste mie lezioni sono arrivata a rivisitare un film tra i miei preferiti, tragico e romantico, una bellissima avvincente storia d’amore. Ebbene sì, amore.

Lezioni di piano della regista Jane Campion

Ada (una formidabile Holly Hunter) muta per sua decisione dall’età di nove anni, giunge in Nuova Zelanda, sposata per procura con Stewart, un piccolo possidente. Con lei ci sono la figlioletta Flora, i bauli, un pianoforte. Stewart fa abbandonare il pianoforte sulla spiaggia perché difficile da trasportare lungo gli impervi sentieri dell’isola.
George Baines (Harvey Keitel) un bianco inviso alla comunità perché attratto dai costumi maori, affascinato dal mistero di questa donna silenziosa e caparbia, si accorda con Stewart per comprare il piano al solo fine di proporne ad Ada la restituzione tramite … uno scambio “indecente”: un tasto per ogni cosa che lei gli lascerà fare sul suo corpo mentre suona.

“Sono infelice perché ti voglio, perché la mia mente pensa solo te e non sa pensare ad altro… sono malato di desiderio”.Questo è George Baines, al cui patto Ada decide di sottostare pur di continuare a suonare.

Baines le restituisce il pianoforte; tra i due si stabilisce, gioco forza una relazione che sfugge al loro controllo sembra che tutto rientri nell’ordine dell’ Omia vincit amor ma con un coup de theatre  tornerà a presentarsi nuovamente la  tragedia.
Nelle ultime sequenze,infatti, mentre Ada, Baines e Flora sono su una barca in partenza, Ada sente l’irresistibile bisogno di disfarsi del suo amato pianoforte, che fa gettare in mare; una corda però le si attorciglia alla caviglia (forse volontariamente?) trascinandola sott’acqua. Con sua grande sorpresa  riesce a districarsi e a risalire in superficie.

«Che morte! Che occasione! E che sorpresa!
La mia volontà ha scelto la vita. […)
C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci. Nella fredda tomba del profondo del mare.»
(versi tratti dal sonetto Silence di Thomas Hood).

Uno dei film più sontuori e visionari della Campion, uno dei pochi esempi cionematografici di sguardo femminile consapevole sull’eros. Splendido uso dei paesaggi neozelandesi e musica ipnotica di Michael Nyman.
Palma d’oro a Cannes ex-aequo con “Addio mia concubina” ed Oscar per la protagonista Holly Hunter ma, ma signore mie non avete, o forse sì, idea della sensualità animalesca che sprigiona Harvey Keitel in una scena di  nudo che fece ‘storia’.

A volte piangere fa bene

Ho visto un film.
Ho pianto un bel po’ ma, insomma, bello e struggente come ogni film dove metti nello shaker ‘un amore tanto grande’, una figlioletta malata terminale, l’impossibilità di ritrovare l’unione all’interno della coppia, il dilaniarsi reciproco fino al gesto estremo di lei e la decisione del marito di darle, finalmente, una dolce morte.
E’ stato fantastico mescolare le mie lacrime con quelle dei protagonisti, un po’ meno essere estranea alle scene iniziali di amplessi molto passionali tra il vedo non vedo ma sento, oh da quel che intravedevo e sentivo… ancor più ad arrovellarmi e a chiedermi come fossi il confessore di me stessa: ‘Quante volte figliola’.

E fino a qui ho scherzato ed adesso arriva il peggio destreggiandomi sul giudizio degli attori, la trama e i miei perché. Forse tralascio i miei perché. Devo andare dal dentista e già sono in fibrillazione sul count down.

Il film è “The Broken Circled Breakdown” ovvero Alabama Monroe per noi in Italia.
Racconta la storia d’amore totalizzante tra Elise e Didier (Johan Hendelberg, musicista e autore della pièce treatrale da cui è stato tratto il film) che si conclude in tragedia con la morte per cancro della loro figlioletta.
Ognuno reagisce al dolore a modo suo ma Elise sceglie di buttarsi sul misticismo. In un piccolo uccello che si poggia sulla finestra vede la sua bambina, le stelle diventano i suoi occhi che la portano sempre più lontana da Didier, che assai più pragmaticamente lotta contro il dolore  e cerca per entrambi  una via di uscita. Il divario diventa incolmabile anche nei recital del gruppo di  bluegrass in cui continuano ad esibirsi insieme. Disarmante  impotenza  difronte al male che inevitabilmente  si infliggono. pur non volendo.

Nel film parte integrante è la musica: the way of life insisto in quel tipo di musica che spazia dal blues al country. Musica che a torto viene considerata old style e che invece è piena di vigore moderno. L’America che ha affascinato Didier:    “Quello che mi ha appassionato tutta la vita è l’America. Da qualunque parte vieni arrivi tu e puoi ricominciare da capo ..è un Paese per sognatori…” .
Praticamente ogni scena è enfatizzata,meglio, accompagnata da una musica ora allegra ora piena di tristezza tra tutte spicca The Wayfaring Stranger.

Veerle Baetens ha fatto completamente suo il personaggio di Elise ed è di una bravura mozzafiato. Un esemio questa canzone.


…e ora scappo dal dentista, dolore, dolore ma senza red carpet 🙂

donne e cinema

In Afghanistan una giovane donna accudisce il proprio marito, ormai in stato vegetale a causa di un proiettile che gli ha oltrepassato il collo, abbandonati entrambi al loro destino dai famigliari e dai compagni della Jihad.
Nelle lunghe ore di solitudine, tra incursioni di truppe nemiche e macerie che piovono sulla loro testa, lei inizia a parlargli, a raccontarsi dal giorno che quasi bambina fu data in sposa  a lui, eroe di guerra,  sempre assente. Gli ricorda la brutalità dei rari rapporti sessuali (“Che cos’ero io per te? Un pezzo di carne?”),  gli confida le sue sofferenze, il timore di essere sterile e di essere gettata in strada come un animale malato in pasto ai maschi della famiglia e non, dà voce alle sue sofferenze e alle sue umiliazioni, spera che lui inerme, come morto, spossa essere la sua ‘pietra  paziente’,  che secondo la tradizione persiana, finita la confessione si frantuma in mille pezzi, cancellando infelicità e miserie e che, nel suo caso, possa restituirle un marito riconoscente che le dia amore.
Con una trama scarna e apparentemente statica ma denso di emozioni esterne, questo film afghano molto intimistico concentra la sua attenzione soprattutto e profondamente sulla condizione femminile nella società musulmana (e le sue guerre fratricide) trovando redenzione e riscatto attraverso le confessioni della protagonista (potente la metafora “dell’apertura degli occhi” tra la sura coranica ed il risveglio del marito dal coma).
Pregevole la regia senza sbavature che alterna punte di grande tensione a momenti di parziale leggerezza. Particolarmente suggestiva l’interpretazione di Golshifteh Farahani la giovane attrice, bellissima, dai lineamenti di una madonna. raffaellita.

Un film di cui non basta dire solo ‘bello’;  un film che tiene il fiato sospeso; un film che fa nascere sentimenti contraddittori tra parziale  sollievo per noi donne occidentali e nello stesso tempo mette tutti, donne e uomini, difronte alla necessità di non ‘abbassare la guardia’ e  guardare con altruismo  a questo nostro mondo dove, davvero, legalità e rispetto per i più deboli sono costantemente a rischio.

Buon fine settimana il più possibile sereno (metereologicamente parlando, of course 🙂  )