un arancione che scaccia il freddo

Gennaio 2012.
Pochi commenti e di due persone carine (Azalea e Sonia (Ideeintavola) che non scrivono più.
Mi sento fuori fase, avrei sulla punta della lingua, dei tasti, troppi mugugni ed allora mi taccio per non unirmi al coro di quelli che sanno tutto e tutto è il loro pane quotidiano…

Fa molto freddo, a Roma tre forti scosse di terremoto di due giorni fa hanno ulteriormente inciso su un mio retrogusto di malumore verso troppi avvenimenti.

La vellutata di zucca, quella di Modena è la più ambita, vi riscalderà senza richiedere troppa “arte”.

Un abbraccio circolare a tutti voi. Sally vi aspetta per la colazione…

sallymandarinetti

 

sherazade2011

La vellutata di zucca è una zuppa allegra e delicata preparata con polpa di zucca gialla, una o due piccole patate, un bicchiere e mezzo  di acqua,  sale qb (a chi piace facendo precedere la bollitura da un piccolo soffritto di cipolla o  profumandola con un  pizzico di cannella prima di servirla ); a cottura ultimata (in pentola  a pressione bastano venti minuti) il tutto viene messo nel frullatore per ottenere una crema abbastanza solida.  Personalmente ammorbidisco il sapore aggiungendo agli ingredienti due sottilette di formaggio fuso (kraft, per capirci).


La vellutata di zucca fatta alla mia maniera, si serve adagiandola su una bella fetta di pane abbrustolito, cospargendola di abbondante parmigiano grattugiato   oppure – una leccornia con qualche caloria in più! –  accompagnata da dadini di pane, sempre casereccio, fatto saltare in padella con poco olio.

 

Ingredienti per 4 persone:
zucca gialla 1kg

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e andando a ritroso

 

Due volte all’anno soprattutto dopo l’estate dove le finestre aperte (e Sally) fanno entrare una doppia dose di polvere e foglioline che non sempre restano sul pavimento, occorre spolverare tutti i libri e soprattutto quelli della libreria in ingresso che si trova tra due fuochi: la porta di casa e la finestra che dà sul giardino.

finestrasoggiorno

libreriasalli

Per i piani che toccano il soffitto serve la scale e un aiuto,  scendendo mi piace farlo da sola ed è un’occasione per accarezzare i libri , miei e di mia madre, uno ad uno.   Di mia madre, e prima ancora di mia nonna, ecco qui

artusi

La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, scritto alla fine  dell’Ottocento da Pellegrino Artusi; è uno dei libri più importanti della cucina italiana perché è ricco di dissertazioni, lega spunti linguistici a una prosa limpida e le sue ricette diventano discorso che si snodano semplici.

Vado a cercare la ricetta degli spaghetti alla Carbonara mangiati la sera prima e  ottimamente cucinati. Pecorino o Parmigiano oppure misto o?  Trovo qui la ricetta e poi, non contenta, volendo confrontarla in rete spuntano alcune teorie sulla sua origine e ve le riporto perché forse vi piacerà conoscerle.

“La pasta alla carbonara è una delle ricette più storpiate fuori e dentro i confini italiani. La maggior parte dei ricettari non ne testimonia la presenza sino al 1930. . . .   tra le possibili versioni della sua origine, ci piace credere a una stretta parentela con gli Stati Uniti: si inizia a vederla menzionata dopo la liberazione di Roma del 1944. Forse fu proprio in quel periodo che comparve il bacon (pancetta affumicata) insieme alle buste liofilizzate di uova portate dalle truppe USA.

Ma i più nazionalisti – e romantici – non sono d’accordo. Secondo loro la carbonara sarebbe l’evoluzione del “cacio e ova”, di impronta laziale e abruzzese, e prenderebbe il nome dai boscaioli che andavano sugli Appennini a fare carbone con la legna. Di certo nessun esperto di ricette tradizionali userebbe bacon o la pancetta (entrambi ricavati dal ventre dell’animale): la vera ricetta prevede il guanciale, proprio la guancia del suino, con alta quantità di muscolo e bassa quantità di grasso pregiato.”

La ricetta originale prevede l’utilizzo del guanciale (e non della pancetta), tagliato a listarelle non troppo fini e messo a rosolare fino a che non diventa croccante.

Poi bisogna mettere in una ciotola e sbattere quattro tuorli d’uovo (per quattro persone)  un uovo intero, il pecorino grattugiato, il sale e il pepe, aggiungere il guanciale appena fatto e mettere a riposare il composto in una ciotola.

Dopo avere cotto gli spaghetti,  scolarli al dente e metterli nella ciotola con un cucchiaio di acqua di cottura,  visto che il calore della pasta appena scolata farà addensare il composto. Il tocco finale è l’aggiunta di altro pecorino grattugiato a fresco e un ulteriore pizzico di pepe che  a tutti gli effetti è ingrediente essenziale.

Personalmente sposerei la mia Carbonara esperimento riuscito!) con un vino laziale come il  Bianco Capena Siperiore Secco o se vi piace il friccicore in bocca penserei a  un Cerveteri Bianco Frizzante entrambi rigorosamente Doc. 

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Sally è già pronta con la sua ciotolina per un assaggio! Ordunque cosa aspettate?

Un abbraccio circolare e un sereno fine settimana.

(foto sherazade)

La crostata della Memoria

Roma, simbolo universale della cattolicità, in realtà è una città anche ebraica. Da più di duemila anni vive qui una comunità, la più antica, di ebrei della diaspora e non come ospite ma parte integrante della vita, della storia e della cultura di questa città. Senza la loro presenza Roma non sarebbe più la stessa.

Persino la tradizione gastronomica più antica e verace che unisce la cucina giudaico-romanesca ne risentirebbe. Niente più passeggiate fino al Forno del Ghetto per andare a comprare la crostata di ricotta e visciole, così amata dai tutti i romani che amano cenare in uno di quei ristorantini senza tralasciare le squisite polpettine al sedano che le insaporisce al posto del parmigiano essendo vietato mescolare carne e latte (parmigiano).

Il pane, ne vogliamo parlare?,  che  ha un posto speciale nella tradizione culinaria ebraica poiché considerato pietra miliare dell’alimentazione, quindi fondamento della vita, e che  richiede speciali benedizioni quando si consuma. Il pane del sabato si chiama challah e  di norma si prepara in casa e portarlo in tavola è una festa.

Io vorrei quest’anno ricordare e raccontare gli orrori dell’Olocausto attraverso il ‘piacere’ delle piccole cose quotidiane che dovrebbero fare da collante tra le genti e niente unisce di più del rituale del cibo. Il piacere dello stare insieme, del condividere l’ospitalità.

L’Olocausto ci ha restituito brandelli di uomini e donne, pochi bambini, scheletri baudelaireiani occhi affamati.

Ricetta originale della Crostata di ricotta e visciole (6 – 8 persone)

400 g farina;  240 gr di zucchero;  200 gr.di burro;  4 tuorli d’uovo;  scorza di limone;  un pizzico di sale,  400 gr di ricotta di pecora;  2 uova intere; 2 cucchiaini di sambuca o rum; 350 gr. confettura di visciole.

per la frolla:
400 g di farina;  200 g di zucchero;  200 g di burro;  4 uova, solo i tuorli; scorza di limone;
sale.
Preparare la frolla con gli ingredienti sopraelencati, farla riposare
per il ripieno:
400 g di ricotta romana di pecora; 140 g di zucchero; 2 uova ;2 cucchiai di sambuca o rum , a piacere; 1 barattolo di confettura di visciole, 350 g circa

Mescolare insieme tutti gli ingredienti per la crema di ricotta fino ad ottenere una crema perfettamente liscia.         Con parte della pasta frolla rivestire il fondo e i bordi di una tortiera (diametro 26 cm), fare uno strato di confettura quindi versarvi sopra la crema di ricotta. Con la pasta rimasta ricavare, con l’aiuto di una rotella dentellata, le strisce per la copertura.        Far cuocere la torta in forno a 170°C per circa 1 ora quindi aspettare che sia ben fredda prima di tagliarla e servirla spolverata di zucchero a velo.

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Il cielo cade – Negli anni della seconda guerra mondiale, due sorelline orfane vivono un’infanzia felice presso una villa toscana, insieme agli zii ebrei tedeschi, Katchen e Wilhelm, lo zio cugino di Albert Einstein, che le hanno prese in custodia. Nell’estate del 1944 arriva nella villa l’’esercito nazista e i soldati trucidano tutta la famiglia lasciando loro vive perché ‘non ebree’. Questo non essere ebree e sprezzantemente  ‘vive’ ha segnato la loro vita.

Queste due bambine di allora, morta la loro mamma di parto ed essendo mio nonno e loro padre grandi amici, furono accolte in casa e cresciute fino a sei anni da mia nonna con mia mamma e le mie due zie.  Oggi sono le uniche persone care della mia famiglia – di quella generazione – ad essermi rimaste e in questi giorni Lori sta, come sempre tutti gli anni, girando l’Italia a raccontare il suo Il cielo cade che è anche un libro ripubblicato da Sellerio Editore.

Per non dimenticare, insieme.

Ricette d’amore

Una ricetta ‘al bacio’ 

Ponete nella terrina del cuore un pizzico qb di follia, aggiungete a piacere qualche parola appena sussurrata, come farina attraverso il colino,  amalgamate con 2 al massimo 3 carezze tra i capelli, indugiate con una leggera pressione dietro la nuca, controllate che gli ingredienti si fondano pur mantenendo la loro fragranza,  ponete cura a che il tremore interno non vi renda goffi,  sorridete con gli occhi dell’anima, attraverso il ventaglio delle ciglia. Adesso il più è fatto e allora cominciate a gustarne lentamente il sapore, con un intimo guizzo di fiamma, non lasciate assolutamente riposare .

Il bacio, dice la qui presente,  l’Artusina  dell’amore,  è fragranza appetitosa sulle  nostre labbra. Leggero e delicato amche solo di sfuggita  non dovrebbe  mancare mai. Il bacio notoriamente non ingrassa, tuttaltro!,  è terapeutico, ridona energia e aiuta il ‘sogno’ tranuillo.

 Sapore di bacio. Che buon sapore.

Bon Appétit!

locandina

 Bon Appétit è anche un film grazioso di David Pinillos definito ‘una commedia romantica tra amori e dissapori’  che ho visto in un giorno piovoso di qualche anno fa e che mi fece sorriredere. Racconta l’educazione sentimentale di Daniel, un giovane basco che trova la prima importante esperienza di lavoro in un ristorante d’alto rango di Zurigo, con cuochi di ogni nazione e una sommelier, Hanna,  tedesca innamorata del titolare. Le scelte nella vita sono sempre difficili e dal risultato incerto. Anche per Daniel, ma imparerà a scegliere.

Il buon cibo per me

 

E’ proprio vero quando si è sfaticati come lo sono io al di là del lavoro dove assomiglio  davvero alla signorina  Rottermaier

pensierosa

mettere insieme la cena e fare sì che sia un minimo appetitosa, ebbene le cose si complicano.

Fondamentalmente,  nonostante io apprezzi moltissimo il buon cibo cucinato e presentato con grazia,  quando è il mio turno il pensiero va prosaicamente alla cucina ridotta a un campo di guerra dove olio, sale e pepe si sono scontrati all’ultimo spruzzo di aceto balsamico  con la cannella sussiegosa e il curry spalleggiato da tutte le altre spezie.

Ebbene? Ho perso il filo…ecco,  poi ci si siede a tavola e ogni cibo seppure con sinceri convenevoli viene ‘spazzolato’ un quattro e quattrotto. Tanto lavoro per …no! Tutto superlativo ma intanto chi ti ridà il pomeriggio passato a spadellare?

Però anche io ho qualche anelito di orgoglio e qualcosa so cucinare benino.  Ne volete una prova?

Sole su Roma ma freddo rigido la sera. Scaldiamoci con una zuppa che mi si dice romanesca.

domani

Zuppa di fagioli e cozze.

Dosi per 4 persone.

°  300 grammi di fagioli (io uso quelli surgelati che non si devono mettere a bagno x ore)

°  Una carota, una cipolla, una grossa patata, un gambo di sedano,  aglio,  un barattolo      di passata di pomodoro, olio qb

°  4 fette di pane casereccio

°  1 kg di cozze

Per il brodo soffriggere le verdure tritate finemente
Aggiungere circa 1 l e 1/5 di acqua con la passata di pomodoro e la patata. Portate ad ebollizione
Versate i fagioli e fate cuore circa mezz’ora a fuoco basso mantenendo il bollore.
Tirate fuori la patata, schiacciatela e rimettetela nel brodo in modo che gli dia consistenza.

Nel frattempo in una padella con poco olio uno spicchio di aglio (dopo averle ben lavate) mettete le cozze. Fatele aprire,  levate ad ognuna il mollusco lasciando però integre (3×4) 12.

Spegnete il brodo, versatevi le cozze sgusciate, lasciate riposare per qualche minuto.

Ponete alla base del piatto fondo una fetta di pane ben abbrustolita versatevi sopra la minestra e guarnite ogni singolo piatto con tre o quattro cozze col guscio, un poco di prezzemolo fresco e un filo di olio.

L'appetito vien guardando

Presentatevi con un buon vino rosso e sarete doppiamente ben accetti.
In vino veritas.

 

 

La mia ricetta per stare insieme

Le mie ricette sono molto semplici e descritte sommariamente però non è detto che anche io ogni tanto non ve ne renda partecipi.

Questa volta ‘tocca’ al povero pollo al curry , una portata molto diffusa e apprezzata in Asia (soprattutto in India) e negli ultimi anni arrivata anche da noi Italiani. Ci sono vari modi per cucinare il pollo al curry, questo che vi propongo è certamente il più semplice e il risultato è molto simile a quello originario che ho assaggiato in Thailandia….bellissimo viaggio da bissare.

POLLO AL CURRY
Pollo petto 800\ 1 kg (io preferisco il tacchino) a cui vanno aggiunti :
Aglio 2 spicchi Cipolle 2 (circa 200 gr) Peperoni 1 verde (circa 230 gr) Carote 2 (250 gr circa)
Curry 2 cucchiai (20 gr) Mele 2 (circa 400 gr) Pomodori ramati 3 (circa 200 gr) Zucchine 2
Olio di oliva extravergine 40 ml Pepe q.b. Sale q.b. Farina q.b. Brodo veg

Tagliate a pezzetti piccoli come una noce il petto di pollo e infarinatelo soltanto qualche minuto prima della cottura; °° sbucciate le mele e riducetele a tocchetti e per non farli annerire trasferiteli in una ciotola e lasciateli a bagno con acqua fredda e limone; °° iniziate quindi a pulire e tagliare le verdure: i pomodori eliminandone la buccia, le carote spellandole, le zucchine, private le cipolle del rivestimento esterno e tritatele finemente; °° lavate il peperone verde, pulitelo internamente e tagliate anche lui a dadini.

In una padella antiaderente fate scaldare l ‘olio e aggiungete i pezzettini di pollo preventivamente fatti passare nella farina, fateli rosolare per un 15 minuti con l’aggiunta di un cucchiaio di curry; °° metteteli quindi in una terrina mentre nella stessa padella fate appassire a fuoco basso la cipolla tritata aggiungete anche l’aglio a pezzettini o intero.
Aggiungete i pezzetti di pomodoro e un bicchiere di brodo vegetale o di acqua e fate cuore per circa 5 minuti, passati i quali aggiungete i pezzetti di pollo mescolando bene gli ingredienti. °° Fate stufare per altri 15 minuti aggiungendo acqua (p brodo) q.b. per mantenere il sughetto denso e abbondante quindi unite prima le carote poi dopo qualche minuto le zucchine e infine i peperoni continuando ad aggiungere brodo. °° Infine sgocciolate e versate nella padella i pezzetti di mela scolati dall’acqua e limone, salate, pepate, aggiungendo un altro cucchiaio di curry .
Lasciate stufare per una buona mezz’ora. Et le voila.

Il pollo al curry si accompagna con il riso basmati o pilaf o cous-cous ed è il piatto unico che io servo di più nelle cene quando il tempo è freddo e sedersi intorno a un bel piatto di portata fumante rallegra tutti i convitati.
Di convitati io venerdì sera ne avrò una decina e dunque, ça va sans dire…Pollo al curry come piatto forte che mi riesce assai bene (non lo dico io!)

E voi, cuochette o cuochi provetti come coccolate i vostri ospoti, con quali sapori?

Siamo arrivati, quasi, a martedì sera e abbiamo tempo a pensarci e dunque un abbraccio circolare in attesa di altri suggerimenti.

sally a tavola

Sally a tavola, convitata convinta.

Mani di fata

Tra un acquazzone e una grandinata sono riuscita a superare la prova costume anche in virtù di una dieta abbastanza ferrea che mi ha portato a dimagrire invidiabilmente di circa 600 grammi.
Un colorito nocciolino ha tra il vedo e non vedo regalato una vernice di buona salute che ha giovato alla scollatura, su cui inciampano soprattutto sguardi maschili, e alle ‘belle spalle rubate all’agricoltura’ così come mi veniva rinfacciato ad ogni cattivo voto.
Sdraiata sul lettino al sole, trattenendo un poco il respiro, le gambe leggermente sollevate faccio la mia figura che poi per quanto soggettiva possa essere è passabile.

Qualche rotolino ci stà ma alla fine nessuno è perfetto e comunque molte donne (e anche uomini) sono infelici perché stare a dieta è uno dei castighi peggiori al mondo , sì, in quella parte opulenta e bacata del mondo che spende molti soldi per non mangiare.

Uff che pallette!
no, volevo dire polpette!
o meglio ancora :

Polpette di tonno in salsa di zucchine

Ingredienti per 4 pp: 200 gr. di tonno sgocciolato; 250 di patate lessate; 150 gr di ricotta; ! zucchina di media grandezza; 3 cucchiai di olio extravergine; un po’ di rucola, qualche foglia di menta; sale e pepe bianco.

Lessare la zucchina intera per 8 minuti, scolatela senza eliminare l’acqua di cottura e fatela intiepidire. Quindi tagliatela a tocchetti e riducetela in crema col il frullatore insieme alle foglie di menta, un po’ dell’acqua di cottura mescolandovi quindi l’olio il sale.

A parte schiacciate le patate sbucciate, mescolateci insieme il tonno spezzettato ed amalgamate bene ; aggiungete la ricotta e la rucola tagliata finemente con un pizzico di sale e pepe.

Con il composto formate tante piccole polpette rotonde da servire in un piatto di portata che a me piace sguarnito con altri contorni a parte, così come a parte sarà la salsa  di zucchine a far bella mostra in una ciotola ,diciamo, cinese!

VLUU L100, M100  / Samsung L100, M100

Un’altra variante potrebbe essere quella di passare le polpette nel pangrattato e mettere nel grill per 10 minuti. Ci sarebbe anche la versione ‘fritta’ ma meglio sorvolare. Comunque a voi scegliete come preferite.

Fidatevi, un secondo fresco, appetitoso e niente affatto pesante. Il piatto giusto per poi chiudere in bellezza con una coppetta di gelato o…no non ve lo dico, è eccessivo! Massì mi riferivo a una bella fetta di crostata di albicocche con marmellata casalinga appena fatta con poco zucchero meravigliosa anche a colazione sulle fette biscottate.

Mani di fata! Se mi ci metto ho le mani di fata.

Con tigo

Con tigo la vida

es

un festìn

pulpa de coco

y anbrosìa…

Al mare rinasco, ogni estate è come la prima volta, quando lo vidi e chiesi a mia madre, vocina esile che saliva dal basso:
‘Dove finisce?’
Il mare è il mio elemento, mi place, mi mette allegria, mi aiuta a stemperare la tragicità di certi miei atteggiamenti.
Ieri e oggi le prime due giornate godute pienamente.
Un tuffo e poi stesi al sole, silenzio intorno. Solo Cesaria per regalarci le melodie del suo Paese Capo Verde

Per tutti era praticamente la prima uscita dunque alle due quando il sole era più alto noi stavamo nella veranda di un noto ‘pesciarolo’ di Sperlonga vecchia

a gustare tra tante lecornie un profumatissimo :

Tortino di sardine
Ingredienti per 4 pp
700gr di sardine (fresche!) – 1 patata grandicella – 150gr di pachino – 50gr di pangrattata – 1 cucchiaio di pecorino, 1 di origano, 1 spicchio di aglio, olio di oliva.

Lavate le sardine accuratamente deliscate e private della testa e ponetele ad asciugare.
Mescolate in una ciotola il formaggio con il pangrattato, l’origano, lo spicchio di aglio tritato e un po’ di pepe.
Tagliate a fettine sottili come ostie la patata e i pomodorini.
Versate sul fondo di una teglia rotonda 3 cucchiai di olio.
Sistematevi, a strati prima le fettine di patate poi i pomodorini e infine le sardine cospargendo questo primo strato con parte del composto di pangrattato.
Seguite lo stesso metodo per un secondo strato.
Irrorate con un filo d’olio e ponete in formo a 180° circa per una mezz’ora.

Due bottiglie fredde di Lentisco di Terra delle Ginestre a ‘staccare’ da un sapore all’altro.

Un piatto semplicissimo, di pesce azzurro un po’ la Cenerentola tra pesci più rinomati, ma che mangiato sotto le fresche frasche in ciabattine, lo scintillio del mare di fronte prende tutto el sabor de l’alegria. Un’allegria che mi piace condividere con voi con le spalle che scottano e il naso rosso come quello di un clown.

Domani 2 Giugno. Alzerò lo sguardo al cielo all’arrivo delle frecce tricolori e ancora una volta i ricordi della mia prima infanzia verranno ripescati all’amo. Ma questa è un’altra storia.

Tanto per gradire!

Non è che alla fine nei giorni di festa si mangi più del solito. Sicuramente si mangia con più gusto e, forse – questo sì – si beve qualche bicchiere in piu, per chi beve e sennò, detto alla romana, ‘ciccia’!  semplicemente una questione di tempo, di gusto, si sta a tavola per stare insieme in santa pace e non già perché è la conclusione di una giornata magari più gravosa delle altre.

Oggi ero ospite da una coppia di amici molto cari, fraterni, e lui è un cuoco pieno di inventiva, siciliano trapiantato a Roma da sempre mantiene i gusti semplici e saporiti della sua terra.
Cose buonissime, magari cucinate per tempo in modo da stare a tavola tutti insieme.
Il mio voto massimo lo ha avuto la

Frittata di fiori di zucca
10 fiori di zucca – 6 uova – farina bianca – olio d’olica – sale e pepe.
Si puliscono con cura i fiori di zucca levando il picciolo e cercando di non rompersi, si sciacquano e si asciugano delicatamente du carta assorbente;
Il passo successivo è infarinarli ben bene e metterli a friggere con un buon dito d’olio in una padella antiaderente.
Quando i fiori di zucca sono dorati da entrambi i lati, a padella ben calda, si aggiungono le uova precedentemente sbattute con l’aggiunta si sale e pepe. Al momento opportuno si rivolta come una normale frittata e si fa cuocere ancora qualche minuto.

Sara stato il sole tiepido del mezzodì, sarà stato il buonumore, sarà stato l’ottimo Frascati freddo al punto giusto, spudoratamente ho fatto il bis.

Buona settimana e siate saggi (prendete esempio da meheheh)

pensierosa

Foto sherazade2014

“il lusso è il pane

…di coloro che vivono di brioche.” André Suarès

Allarmismi e clamore su una notizia incompleta :
“Consumo di pane, Coldiretti: in Italia è al minimo storico”.
“Sempre meno pane. Le abitudini degli italiani stanno cambiando e tra i primi a farne le spese è proprio l’alimento per eccellenza, ma al quale sempre più nella Penisola si rinuncia. Stando alle rilevazioni della Coldiretti nel 2014 si sarebbe addirittura arrivati a un record storico negativo dai tempi dell’Unità del Paese, con un consumo giornaliero procapite sceso a 90 g, meno di due fettine o piccole rosette.”

A questo punto il concetto è entrato in orbita e quel che segue è lasciato all’iniziativa individuale non senza aver lanciato l’inquietante domanda:
“Un’altra delle conseguenze drammatiche della crisi?”

Ero a cena e il mio primo pensiero è andato al filoncino fragrante di grano duro che ogni sera non manca mai frutto del lavoro professionalissimo del nostro gioielliere e che si paga a caro prezzo. Ma esistono molti tipi di pane e la ciriola romana viaggia intono a 1,80 euro al chilo e da che mondo è mando in tempi di crisi la fetta di pane con cipolla o alici, oppure olio, a seconda della regione, non è mai mancata.
E allora? A dispetto della crisi (o in virtù della crisi) tutti a dieta e come si sa la prima cosa da fare è mantenere la dose di pane giornaliera sui 60/80 grammi ma poi? due noci alla bisogna?
Informarsi in proprio è la cosa migliore.
Dunque ho scoperto che a contribuire a questa tendenza, oltre al mutamento dei regimi alimentari e della pessima situazione economica, ha contribuito in buona parte il diffondersi di una cultura del non spreco per cui, sempre dati Coldiretti alla mano, il 42% degli italiani mangia il pane avanzato del giorno prima e solo un residuo 2% che butta nell’immondizia il pane del giorno prima.
Nella mia famiglia e in tempi non sospetti fin da piccola io ricordo che a tavola, tornava, senza sbocconcellature, il pane del mezzogiorno, altro pane veniva grattugiato e utilizzato per le pietanze, e gli inevitabili avanzi di giorni venivano messi in una busta che la domestica portava in campagna per le sue galline.
Dunque lontano da me il pensiero di buttare un pezzetto di pane così come rarissimamente arrivo a buttare qualsiasi altro tipo di avanzo.
Mi è stato insegnato il rispetto per il cibo ed è per me naturale riciclare gli avanzi, sempre.

Va aggiunto che nel vistoso calo di consumo di pane deve essere calcolata anche la percentuale di famiglie che con costi contenutissimi e facilitati da piccole impastatrici, il pane preferiscono farselo da soli ‘divertendosi’ a speziarlo in mille modi (olive, noci, sesamo ecc) .
Senza nulla togliere al lungo periodo di crisi che stiamo vivendo almeno in una cosa stiamo riuscendo: a non sciupare un bene nobile, ricco di significati nella cultura del mondo : il pane.

Piove, è tornato l’inverno con gli stivali e le calze pesanti, io voglio essere scaramantica e pensare che a giorni arriverà definitivamente il bel tempo e allora conservate per quel giorno i pezzetti di pane raffermo e preparatevi come contorno una romanissima

Panzanella a la romana ( anche se la paternità della Panzanella è rivendicata dai toscani )

“E che ce vo’
pe’ fa’ la Panzanella?
Nun è ch’er condimento sia un segreto,
oppure è stabbilito da un decreto,
però ‘a qualità dev’esse quella.
In primise: acqua fresca de cannella,
in secondise: ojo d’uliveto,
e come terzo: quer divino aceto
che fa veni’ ‘a febbre magnerella.
Pagnotta paesana un po’ intostata,
cotta all’antica, co’ la crosta scura,
bagnata fino a che nun s’è ammollata.
In più, pe’ un boccone da signori,
abbasta rifini’ la svojatura
co’ basilico, pepe e pommidori.”

…così come ce la consiglia il grande attore Aldo Fabrizi.
Naturalmente questa potremmo chiamarla la “versione base” perché a gusto proprio ognuno ci può aggiungere da due capperi, qualche oliva, un uovo sodo, del tonno, insomma ‘chi più ne ha più ne metta!

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Fiducia, e cominciate a riporre il pane duro.