come nelle epoche remote

Figli dell’epoca
Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.

Il componimento è tratto dalla raccolta Vista con granello di sabbia di Wislawa Szymborska, Adhelphi Edizioni, 1998

Non è indispensabile essere ‘dentro’ alla politica o chiamarsene fuori, per capire che la vita che tutti viviamo è “un problema politico” :
“…Basta che tu sia petrolio, mangime arricchito o materiale riciclabile…”
indicano che tutto in noi ha una valenza politica che ci chiede di porci con consapevolezza di fronte ai problemi della vita, alle sue contraddizioni, di farci delle domande, di confutarle e alla fine di scegliere e quale che sia la nostra scelta essa “è” una scelta politica.

Wislawa Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1º febbraio 2012) è una poetessa che amo molto e che ho scoperto troppo tardi . Negli anni quaranta la pubblicazione di un suo primo volume venne rifiutata per motivi ideologici: il libro, che avrebbe dovuto essere pubblicato nel 1949, non superò la censura in quanto «non possedeva i requisitisocialisti». La sua prima poesia, Szukam słowa (Cerco una parola), fu pubblicata nel marzo 1945.
E morta nel febbraio del 2012 lasciandoci le sue bellissime poesie, lucide e attuali , senza ‘fronzoli’ come quella che ho scelto oggi.
Wislawa Szymborska è cresciuta negli anni della seconda guerra mondiale, ha lavorato e si è dovuta piegare per anni al socialismo, per poi prenderne le distanze negli anni successivi.
Nel 1996 ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà”.
Wislawa Szymborska non è una poetessa che si studia a scuola penso anche che passato il clamore del Nobel – quasi sconosciuta, come spesso accade soprattutto se si è donna – sia stata nuovamente ‘riposta sullo scaffale. Ed è un vero peccato.

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Dimenticavo, ovvero WP ha saltato: è un uscita una biografia  su Wislawa Szymborska Cianfrusaglie del passato ad opera di Anna Bikonr e joanna Szczesna, Adelphi editore.

Il mio premio è esserci

E’ tempo di raccolta e per la blogsfera di ricevere ma soprattutto di elargire  premi.

Gli ultimi in ordine di  tempo il Wonderful Team Member Readership Award”,  quanti ne conoscono la traduzione italiana?,   “Il Blog 100% affidabile”,  qualcuno mi illumini sul senso – in questo caso – di ‘affidabile’, e poi il  terzo: il Reality Blog Award,  cui ogni blog deve ispirarsi : “Reale, Energetico, Divertente, Bello,  Stimolante, Toccante”.  Scusate chi si metterebbe a leggere più di una volta, essendoci capitato per caso,  qualcosa che a suo personalissimo giudizio non corrisponda a questi desiderata ed invece lo vorrebbe “Scurrile, Hard, Politically scorrect”?  Giusto un autolesionista.

Dopo di che ci puo’ stare di tutto.

 Il Premio prevede, inoltre,  che si debba rispondere a cinque domandine piccine picciò che a me son parse carine nella loro leggerezza e che sono state prese senza alcuna immaginazione da quelle poste a rotazione  a personaggi vagamente noti,  dall’inserto Donna de La Repubblica.

Ve ne sottopongo alcune a caso e sta a voi giocare,  gratis et amore dei.

Che cosa ti ha spinto, e oggi ti motiva, ad avere un tuo blog? (La mia risposta è: la condivisione)

Se tu fossi un libro, quale libro saresti?  (Anna Karenina)

Se tu potessi essere qualcun altro per un giorno, chi vorresti essere?  (a pari merito SpartacusMadame Curie)

Cosa  ti spaventa davvero? (la solitudine “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera”, Salvatore Quasimodo)

Chi senza ordine di tempo o ruolo salveresti e chi butteresti giù dalla torre?  (Mahatma Gandhi  e Adolf Hitler)

A voi cimentarvi, per il mio e il vostro piacere.

Il museo dell’innocenza


“Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora lo avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo. Quell’istante prezioso che avvolse il mio corpo in un abbraccio profondo e sereno forse durò pochi istanti, è vero, ma la felicità di quel momento parve proseguire per ore, estendersi per anni.
Era il 26 maggio 1975.”

Questo è l’incipit de “Il museo dell’innocenza”, primo romanzo dello scrittore turco Orhan Pamuk dopo il Premio Nobel nel 2006.
Istanbul, l’antica Bisanzio e poi Costantinopoli, è il luogo e nello stesso tempo la co-protagonista, di una grande, eterna, storia d’amore. Un amore che si dipana tra privazioni e sconforto, certezze sconfinate appese a suoni o immagini o oggetti apparentemente insignificanti. Una passione che rende fino in fondo il detto popolare “forte come l’amore”.
Però il Museo esiste davvero, lo scrittore lo ha allestito (e recentemente inaugurato) su tre piani in una vecchia palazzina di fine ottocento di Istanbul nel cuore della città vecchia, avendolo pensato e posto in essere nell’arco di 15 anni di lavoro.
Orhan Pamuk ha scovato un po’ ovunque, tra rigattieri e mercatini oltre 1100 oggetti e quelli che non è riuscito a trovare li ha fatti riprodurre come erano allora da artigiani della città e sono tutti esposti nelle 83 vetrine, una per capitolo del libro,
Dunque romanzo e museo raccontano l’intensa storia d’amore tra Kemal, figlio di una ricchissima famiglia di Istanbul, a un passo dal matrimonio, con un fastoso fidanzamento all’Hilton, e Fusun, una lontana parente povera impossibile da sposare secondo i criteri della società turca di allora ( e oggi?).

Un libro ‘corposo’ denso di sentimenti, di personaggi, di ambienti avvolgenti ma soprattutto un libro dove l’amore e la passione legano ogni cosa, impermeano la città
mentre passano gli anni e le stagioni.

Sono stata a Istanbul quasi di fretta nell’ansia di ‘solcare’ il mare su un caicco turco, ma, letto questo libro, sento il bisogno di tornarci, visitare in punta di piedi, senza disturbare l’amore che serba, il Masumiyet Muzesi, camminare piano e guardare la città con lo sguardo attento e innamorato di Orhan Pamuk.

Come direbbe ‘il’ critico: “Da non perdere” e parlo, possibilmente, del binomio libro-museo.

 

Siviglia. Sì, viaggiare

Siviglia è stata una toccata e fuga posta in essere per seguire un carissimo amico maestro di Tai Chi al meeting internazionale delle scuole che ogni anno si svolge in città (per me) di grande interesse e dunque quando posso mi accodo con piacere.


 

Tra le viuzze strette e i quartieri aristocratici dai cortili silenziosi, Siviglia si espande  divisa in due dal grande Guadalquivir delle stelle, come lo definì Garcia Lorca, il fiume  che da sempre ne ha segnato la vita: grazie infatti al Guadalquivir la città divenne il punto di snodo per i commerci fiorenti fin dai tempi della Scoperta dell'America ed ancora oggi resta l'unico porto fluviale spagnolo.
La lunga presenza dei musulmani, che si estese in quasi tutta la Spagna, ha disseminato  tracce indelebili  di bellezza e di cultura  come la Giralda, la torre simbolo della città che una volta era il minareto della moschea che oggi è  l’attuale Cattedrale, edificata –appunto –  sulla Moschea.

 

 

Il tempo era primaverile, i turisti razza quasi estinta, e l’unica sera che siamo stati un una delle tipiche taverne del barrio Santa Cruz
 


sono riuscita a non vedere un solo italiano, salvo noi, naturalmente!, e a immedesimarmi in una serata di quotidiana allegria spagnola.
No, non voglio toccare il tasto della politica ma a me è sembrato, scambiandoci idee essenziali a causa della lingua, e parlando con alcuni italiani che vivono da alcuni anni lì, che gli spagnoli mantengano una grande dignità anche in questo momento di grande confusione e preoccupazione economica generale. Di Zapatero apprezzano molto quello che ha fatto e soprattutto, oggi, la sua tempestiva  decisione di dimettersi e di andare ad elezioni anticipate.

Purtroppo, non con voluta cattiveria ma in modo ludico, è stato più volte toccato l’argomento Italia/Berlusconi e per noi non è stato comunque piacevole.
I giorni a disposizione erano soltanto tre e tra esibizioni, cena di gala – sissignori abito preferibilmente lungo per le signore e smoking per i signori –  e conseguente premiazione..il tempo è stato tiranno.
Per mia fortuna Siviglia la conosceva già altrimenti sarei rimasta, anzi lo sono, con il desiderio di tornarci, sempre fuori stagione perché è tutto un altro viaggiare.

Bene! Cominciamo con le prenotazioni?
 

 

La premiazione.Al centro il Maestro. Il mio amico ovviamente è il più bello! Chi???
 

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Canne(s) al vento

 

 

 

Elio Germanofaccetta pulita e quasi timida da ‘bravo ragazzo’ ossequioso,  premiato a Cannes  come miglior attore per il film di Daniele Luchetti  ‘La nostra vita’  (ex aequo con Javier Bardem,  per ‘Biutiful’ di Gonzalez Inarritu). nel ritirare il premio ringrazia il suo regista, la produzione e con queste parole dedica il riconoscimento a tutti gli italiani:

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"Siccome la nostra classe dirigente rimprovera sempre al nostro cinema di parlare male della nostra nazione dedico il premio all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente”

 

Chapeau Elio!

 

(una lezione naturalmente mal recepita dall’esimio Sandro Bondi, nostro ministro della CULtura cui personalmente rispondo con un intercalare che piace molto al Pdl:

 

“Si vergognii! " (signor ministro)