Il colore di un ricordo

Molti ottimi film sono usciti già in questo inizio del 2015 mentre gli Oscar hanno un po’ ingarbugliato le carte accennando appena ad alcuni film passati in sordina al ‘grande pubblico’.

Confesso di avere visto e recensito Still Alice su richiesta di una cara amica che si occupa di problematiche della vecchiaia e dunque di pazienti affetti da Alzheimer.

Alice Howland è una donna alla soglia dei cinquant’anni, orgogliosa degli obiettivi raggiunti.
È un’affermata linguista, insegna alla Columbia University di New York, ha una bella famiglia composta dal marito e tre figli non più piccoli : Anna, Tom e Lydia.
Ad un certo punto, nella vita di Alice, qualcosa comincia a cambiare, dapprima qualche dimenticanza ed in seguito veri e propri momenti di “vuoto” durante i quali non riconosce il posto in cui si trova. Questi eventi sempre più ravvicinati convincono Alice a ricorrere ad accertamenti medici e le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer di matrice genetica.

“Posso vedere le parole che galleggiano davanti a me ma non riesco a raggiungerle, e non so più chi sono e cosa perderò ancora. Odio quello che mi sta succedendo.”

Still Alice: il bello di questo film e’ che non cerca la pietà dello spettatore con facili picchi emotivi ma consolida il rispetto per la malattia e il malato. E’ un bel esempio di come l’amore, la volontà e l’ intelligenza di tutta una famiglia possa aiutare ad accettare e non isolare il proprio caro che pian piano scolora.

“Non sto soffrendo. Io sto lottando. Sto lottando per rimanere parte della vita. Per restare in contatto con quella che ero una volta. Così, vivi il momento, è quello che mi dico. E’ davvero tutto quello che posso fare, vivere il momento.”

Un film che colpisce ‘duro’ nel rappresentare con sguardo lucido l’ ineluttabilità del processo degenerativo dell’ Alzheimer, che può cancellare la memoria, ma non le emozioni, che sopravvivono lasciando un’impronta indelebile in fondo all’ anima e dunque Still Alice ci porta a riflettere ancora una volta sull’importanza dei ricordi come bagaglio ‘salvifico’ dell’esistenza. Nel bene e nel male.

Still Alice vive ed emoziona grazie soprattutto all’ interpretazione di Julianne Moore, attrice straordinaria, che cerca di gestire, di comprendere, di venire a patti, di sottrarsi a un male inesorabile che sembra cancellarle il mondo e tutto ciò non passa solo attraverso le parole, le dimenticanze e gli scatti d’ira, ma sopratutto attraverso uno sguardo smarrito e sempre meno vivido che diventa espressione di sgomento.
Bravissimo Alec Baldwin, il marito, e tra tre figli spicca Kristen Stewart, completamente affrancata da Twilight.

Dunque un film da vedere, intenso e triste senza la pretesa di trovare un lieto fine, esattamente come non ne ha la malattia di cui racconta e della quale non dovremmo avere paura se saremo stati capaci di costruirci nell’arco della vita una rete di protezione affettiva e tante immagini dei nostri migliori attimi.

Per quel che mi riguarda, io penso ai ricordi come a cioccolatini da scartare e gustare nei momenti di solitudine, quando succede di sentirsi tristi o soli e dubitare della propria vita (passata). Come sottolinea il film : senza ricordi non c’è presente.

Scheda film
Still Alice è un film americano del 2014 scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, con protagonista Julianne Moore, che ha vinto l’ Oscar per la migliore attrice.
La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo Perdersi (Still Alice) scritto nel 2007 dalla neuroscienziata Lisa Genova e pubblicato in Italia da Edizioni Piemme

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Scrivevo questa recensione pensando ai lunghi, dolorosi e faticosissimi anni in cui la mia più cara ed ‘antica’ amica di Blog, più di dieci anni – prima ancora di WP e di Spinder, Kathy http://viracconto1.blogspot.it/ ha seguito senza sosta, casa – lavoro – casa, il lento progredire della malattia che aveva colpito sua mamma. E come nel film ha avuto il supporto di suo marito e suo figlio. L’esempio di una famiglia unita e combattiva. Un abbraccio Kathy.

Il vento forte dei ricordi

Ho la febbre da due giorni e sono completamente afona.

Voi direte ‘poverella’, invece no più o meno tutti quelli che mi sentono di primo acchitto mi dicono di non fare la scem(n)a perché mentre riesco a tirare fuori un ‘Pronto’  abbastanza normale poi a seconda di come è ostruito il naso o urticante la gola mi viene fuori una voce a falsetto che non ricordavo da quando mio figlio si trovava nella fase di passaggio della pubertà.

Alle solite telefonate a un certo punto ieri me ne arrivata una davvero inaspettata, impensabile anche perché nei miei ricordi la chiusura non era stata da parte mia un invito a risentirci.

Un vecchio amico di oltre trent’anni fa con il quale per arrotondare  gli spicci da studentelli, il padre era un pezzo grosso di una importante agenzia di viaggi,  facevamo  gli interpreti-accompagnatori nei pullman di stranieri che volevano visitare la costiera amalfitana con sosta a Pompei.

C. non è mai stato un adone ma non vuole dire niente ho avuto uomini decisamente meno attraenti fisicamente ma che mi piacevano un sacco.  Lui non mi è mai piaciuto, quando si dice ‘a pelle’ vuol dire proprio questo,   oltre qualche bacio rubato o concesso per sfinimento.     C.  è quello che in un momento di tira e molla, mi disse: “…almeno una volta  fallo per amicizia”.  Ci rimanemmo diversamente malissimo.

Separato e risposato, ci aveva tenuto a dirmi con una sua laureanda ‘molto bella’ (come a dire che l’unica stronza che non lo aveva preso in considerazione era stata sempre io), era definitivamente sparito.

La telefonata di ieri mi ha lasciata di stucco.

La mia voce doveva essere talmente irriconoscibile che per due volte ha ripetuto il mio nome e mi è parso comunque sollevato dalla mia  risposta affermativa. Non ci siamo detti nulla,  stavo come sto e l’ho pregato ‘eventualmente’ di richiamarmi: “No, al cellulare no perché in casa prende male”.

Stavo ripensando  alla mia totale indifferenza, in fondo perche?   Una persona che ha condiviso con me momenti divertenti, spensierati, tutto sommato una bella persona,  avrebbe potuto essere un’amicizia importante ed invece, a quanto pare, il sesso , o l’amore, negati possono condizionarne la riuscita. A volte, come i bambini, ci si impunta sul ‘Non mi piace’ ma in questo caso nessuno aveva facoltà di insistere perchè se una persona in quel senso lì non ti piace, a meno che non sia di mestiere, mica  te la devi far piacere per educazione.

Non so cosa succederà ma spero di mantenere il giusto à plombe per non ferirlo,  spero che abbia una buona vita,  anche se questa seconda affermazione è vagamente ipocrita.

Sono stati giorni di grande fermento questi. La Grecia e andata ad elezioni ed ha vinto la sinistra radicale di Alexis Tsipras.  Lo stesso giorno ci ha lasciato Demis Roussos, un cantante greco molto conosciuto in Italia e questa canzone, non mi vergogno a dirlo mi ha davvero strappato qualche lacrima, il perchè è tutta un’altra storia.

 

Chiedimi se sono felice

“Ecco qualcosa di eccitante, si disse Larry McCaslin e la seguì in una libreria dove nessuno dei due guardò i libri.
Rahel si lasciò attrarre dal matrimonio come un viaggiatore si lascia attrarre da un sedile libero nella sala d’aspetto di un ereoporto. C’era la sensazione di Mettersi Giù Comodi. Andò a Boston con Larry McCaslin.
Larry era così alto che quando stringeva la moglie tra le braccia, la guancia di lei contro il suo cuore, le vedeva il cocuzzolo, lo scuro groviglio dei capelli….
La stringeva come se fosse un dono. Dato a lui per amore. Qualcosa di piccolo e silenzioso. Di insopportabilmente prezioso.”
Questo piccolo gioiello di scrittura è tratto da “Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy.

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Leggo e mi soffermo, sillabo, queste parole ‘ in sop por ta bil mente pre zio so’. ‘Qualcosa di piccolo e silenzioso’.

Quante volte ho avuto questa sensazione immensa, dilagante, in cui un attimo o qualcosa di piu’ durevole di uno, forse due, mi ha chiuso a morsa lo stomaco costringendomi a riprendere fiato lentamente e profondamente mentre quel ‘piccolo e silenzioso’, immenso e roboante, sentimento mi invadeva rubando spazio al respiro?
Un amico ieri mattina, per posta, augurandomi il buongiorno senza una ragione apparente all’interno di un discorso aggiunse ‘…sei felice?’ scontrandosi senza saperlo con quel mio ruminare la domanda giorno dopo giorno.

Felicità.
Credo vi siano gradazioni diverse di quello stato di benessere, che impropriamente definiamo grosso modo felicità. Se ne dovrebbero distinguere le sfumature di serenità, o contentezza, o appagamento.
La felicità vera e propria, a mio giudizio, è l’incanto di un momento raro e irripetibile, una sensazione così alta che a provarla si avverte persino un dolore sottile, uno struggimento da consapevolezza dell’attimo fuggente.

“C’è una predisposizione
‘naturale’ alla felicità? Non saprei. A me manca questa capacità che era di mia madre, prima, e in parte di mio figlio Eleonora Dusa, il mio soprannome a sottolineare enfatizzandola la mia indole drammatica. Io tendo a elucubrare, a pormi troppe domande, a non lasciarmi andare.
Io mi ci devo impegnare, sillabarla, trattenere il respiro quando mi coglie all’improvviso.
A volte percepisco il mondo così lontano ed estraneo, un inutile ingranaggio zoppicante che mi ruba spazio vitale e trovo improbo restare in sintonia, stare al passo con la serenità di uno sguardo amoroso.

Ah, Il dio delle piccole cose!

Mozart ‘Le nozze di Figaro’

Due scimiette (e la terza?)

Ultimo colpo di coda per chiudere questa strana estate che ha portato poco sole e tante nuvole e, anche dal punto di vista politico nessuna schiarita ma anzi con la forte probabilità di un ‘autunno caldo’.

Dunque senza allontanarmi troppo mi sono spiaggiata in una nota località del litorale romano dove c’è un mare incredibilmente blu e qualche stabilimento ,diciamolo, esclusivo e esclusivo per me significa niente casino, possibilità di prendere il sole, fare il bagno, leggere, insomma stare in santa pace. Silenzio parlano le onde.

Poca gioventù. Signore di mezza età ben tenute anche con l’aiutino di qualche tagliando dal chirurgo plastico; mariti tondeggianti la crapa pelata e quel tanto di pancetta che definisce lo status di un portafoglio ben messo.

A metà pomeriggio passano davanti a noi tutti due belle ragazze senegalesi (penso io perché i corpi alti e slanciati il viso dai tratti gentili mi ricordano il senegalese per eccellenza, grande musicista e cantante impegnato politicamente nel e per il suo Paese, parlo di Youssou N’Dour dal 2012 ministro della cultura).

Questi due giunchi in pantacollant colorati ridevano eccitati forse perché la giornata era andata bene oppure perché almeno per oggi avrebbero smesso di intrecciare stupide treccine a annoiate bagnanti in vena di stranezze.

Erano già passate oltre quando sento dietro di me come in un sospiro lamentoso uscire queste parole dalla bocca di una attempata romana che si e no era alta una spanna e pesava quanto le due ragazze messe insieme:

“essì! c ’ hanno proprio la faccia da scimmiette, porelle!”.

Ecco. Se crediamo che l’italiano medio non sia razzista e che il razzismo sia frutto di una società conflittuale e ignorante che tira una banana, per dire l’ultima, a un giocatore n.e.r.o, bene NON è così.

“I feel like a bird today
I’m gonna show you, I’m gonna make it
Set me free”

Ma voi perchè mi leggete?

Qualche giorni fa trionfalmente WP mi ha comunicato che ho superato i 200 followers (niente per quasi tutti voi! ) ed io ho sbarellato, detto alla romana, intendendo quel senso di ottundimento che prende a una notizia al di là delle nostre aspettative e neppure messa in conto.

C’è anche l’imperativo maligno posto in essere da WP di conquistare una parte di ‘visibilità nel numero dei Mi piace in modo che stimoli lo spirito della competizione con te stessa e con gli altri blogger. In questo Splinder era più ‘umano’.
Cerco di ribellarmi; premere quel tastino per me è un controsenso: se sto leggendo vuol dire che mi piace e se mi permetto in allegria o seriamente di concorrere a dire il mio pensiero è proprio perché Mi piace. Tant’è! è una regola e rispettiamola.

Leggo voi perche, questo è semplice: perché realmente mi piace il modo di scrivere di rapportarsi a me di ognuno di voi.
Trovo nei vostri scritti tenerezze inaspettate, lucidità utilissima ,spesso cinica, fragilità che emergono timidamente, rabbia e confessioni tanto profonde che entro ed esco in punta di piedi, laddove scrivere diventa terapeutico, trovo ricette abbellite di pensieri quotidiani un po’ alla Artusi.
Poi ci sono tutti quei maestri che senza arroganza scrivono in modo superlativo e che regalano a tutti noi veri e propri racconti o poesie o romanzi completi, immagini che diversamente non arriverebbero.
Per.so.ne che girando per Roma non avrei l’opportunità di avvicinare e che neppure viaggiando altrove ho avvicinato con quella semplicità di un’ amicizia un po’ complice che nasce solo in questo ambito magico e pericoloso insieme che si nutre di pezzettini di noi. Un coloratissimo caleidoscopio, Gravatar.

Leggo voi perché mi fate sentire bene quando magari mi sto massaggiando il collo del piede, quello che una volta rotta la caviglia mi dà ciclicamente dolore e non è solo perché segna il cambiamento del tempo.

Leggo voi perche vi siete presi l’onere di ricevere una e-mail di preavviso ogni qual volta, inopinatamente mi metto a ticchettare su un pensiero che si fa strada e chissà come finiscerà e – mai come ora – mi chiedo cosa di me Mi (vi) piace di quel che scrivo.

Leggo voi perché:
“Gli scrittori nascono con un’eccezionale capacità di osservazione: guardano le persone, le cose, la vita, se stessi in modo incessante e piano piano cominciano a interpretare certi tratti, certe scene che non sono ovvie, che non sono in superficie.”
E’ un pensiero della grande scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, assai poco conosciuto prima che nel 1991 le fosse assegnato il Premio Nobel per a letteratura e ancora nel 2007 il Premio Grinzane Cavour per la Lettura. Una donna forte, una bella figura di donna,  moderna e lucida,  dell’inizio del secolo scorso.

Ma la mia domanda resta tra il faceto e il serio, timida e sfrontata:

“Ma voi perché leggete me?”

 

(Who wants to live forever?)
David Garrett reinterpreta i Queen

Freddy Mercury è sempre lui inimitabile

Oscar 2014

‘Dallas Buyers Club’, di cui – mi cito, abbiate pazienza – ho parlato in un precedente post, sicuramente e il film migliore tra quelli che ho visto candidati agli Oscar.

Adesso mi vedo costretta ad ammettere che questo mio giudizio vacilla dopo ‘12 years a slave’ che li bypassa tutti, incluso l’osannato Scorsese di ‘The wolf of Wall Street’, diventando nella mia personale classifica miglior film dell’anno valendosi di due interpretazioni impeccabili come quella di Micheal Fassbender, schiavista schizzofrenico preda di crisi mistiche, (splendida forma recitativa che certo non emergeva in Shame) e Lupita Ngonyo, schiava ‘oggetto’ delle foje bestiali del padrone. Purtroppo per loro non potranno vincere l’Oscar perché si dovranno misurare con due mostri sacri come Jennifer Lawrence e Jared Leto in stato di grazia suprema. Forse potrebbe farcela, invece, Chiwetel Ejiofor nella parte del protagonista.

‘12 years a slave’ (per fortuna che si comincia sempre più a mantenere il titolo originario chè molti film stranieri vengono tradotti con formule improbabili e respingenti). Un racconto crudo/crudele basato sul romanzo autobiografico di Solomon Northup, interpretato, appunto, da un bravissimo Chiwetel Ejiofor che concorrerà all’ Oscar per il miglior attore protagonista con Leo Di Caprio ‘The wolf of Wall street, e il mio favorito Matthew Mcconaughey ‘Dallas buyers club’.

Vorrei aggiungere, qui, una mia personalissima considerazione rispetto a ‘12 years a slave’. Dopo aver visto questo film credo che ognuno di noi dovrebbe interrogarsi ancora sul concetto di ‘morale’, quella che attiene a quei valori non confutabili oggi e che sono il frutto di conquiste spesso dolorosissime operate nel tempo e non sempre e non ancora universalmente riconosciuti. Nessuna analisi può essere dogmatizzata ma soltanto analizzata, perché semplicemente non può esistere una scala di valori slegata dal momento storico in cui la si decifra. L’orrore, la violenza, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, il tema della schiavitù viene qui riletto alla perfezione sottolineando l’ineluttabilità del ‘ruolo’ in cui, ‘bianco’ e ‘negro’ si ritrovano a misurarsi.

Solomon, nato libero cittadino nello Stato di New York (anno 1841) rapito e venduto come schiavo al Sud, improvvisamente deve fare i conti con la sua sopravvivenza di schiavo e dunque adattarsi alla bestialità del nuovo status, fingersi ignorante, non fare trapelare la sua cultura e soprattutto non lasciare trapelare di sapere leggere e scrivere.
La regia di Steve McQueen (Shame e Hunger ) con qualche lentezza, è perfetta nei silenzi e dunque inutile e fuorviante anche solo parlare di fare un paragone con Django di Tarantino, dove la spettacolarizzazione della schiavitù riconduce il film, appunto, al mo(n)do di vivere e realizzare i suoi progetti (di Tarantino!).

Che sia basato su una storia vera non importa. Nessuna morale né un finale consolatorio come ci si potrebbe aspetterebbe.

Il processo intentato da Salom Northup contro i suoi rapitori e aguzzini ha una conclusione desolante, nessun colpevole affidato alla giustizia ma una sola  grande imputata:  la Storia e fu proprio la ‘questione morale’  sullo schiavismo uno dei motivi scatenanti  che portarono  alla guerra di secessione americana e, a seguito della vittoria degli Stati dell’Unione,  lo schiavismo divenne illegale in tutti gli USA,  praticato ancora qualche anno clandestinamente   e poco dopo definitivamente abolito.

Sappiatemi dire. Non lasciatemi sola con i miei concioni.

 moderne schiavitù

Cure compassionevoli

Forse The wolf of New York  di Martin Scorsese con il magnifica Leo Di Caprio si accaparrerà molti Oscar perchè è un film routilante che ti tiene legato alla sedia e non ti lascia riprendere fiato e, tanto sono sempre stra ‘fatti’ i personaggi  che  alla fine esci dalla sala più sballato di tutti loro.

ma…

Dallas buyers Club per me è sicuramente molto più avvincente. Niente affatto pesante o palloso o – peggio – strappalacrime.
Racconta una storia realmente accaduta negli anni Ottanta e la lotta spesso borderline del protagonista di potersi curare oltre il lecito per avere accesso alle cosi dette cure compassionevoli.
Matthew McConaughey il ‘bello’ delle commedie americane, il fidanzato d’America per girare questo film è dimagrito di 15 chili ed è perfetto nell’irruenza da macho insospettabile e fragile nei momenti della verità.

La questione che si dibatte in questi giorni in Italia è attualissima ( cura Stamina, lasciando da parte le scorrettezze e i dubbi sui ritardi di giudizio o suoi giudizi affrettati del Ministero della Salute e sui detentori del non brevettato metodo): lo Stato ha l’autorità di vietare la cosiddette cure compassionevoli ai malati terminali sopratutto se queste pseudo cure (placebo) ritardano la morte spesso a vantaggio (illusorio, forse, del malato) della qualità della vita?

Andate a vedere questo film senza essere prevenuti come lo è questa recensione di Mymovie:
“Dallas buyers club è infatti un racconto sentimentale molto ruffiano, che cavalca l’esaltazione della reale battaglia per la conquista del proprio diritto alla vita da parte di un uomo che compie tutto il percorso da deprecabile fino ad adorabile, un eroe pieno di difetti e dunque ancor più amabile, decisamente meno interessante, complesso o profondo di quanto l’interpretazione di McConaughey non cerchi di farlo apparire.”

Ma delle persone comuni a chi importa? e su Ron Woodroof  invece hanno fatto un film…

e comunque a me è piaciuto.

Co-parenting una spa chiamata figlio

HAPPY ANNIVERSARY

it’s almost 2 years 🙂  Splinder I do miss you yet

‘Scusi vuol fare un figlio con me?’

Si chiama “co-parenting”: diventare genitori senza fare coppia fissa, senza formare una famiglia (sia quella che sia): scegliersi sul web.

Una sorta di parternership la cui ragione sociale per contratto, ripeto per contratto, sono la gestazione, la nascita e la successiva co-gestione del figlio, il tutto avendo come premessa precisi accordi finanziaria e abitativi. (per inciso di solito ci si arriva attraverso la via crucis della separazione e del divorzia, ma qui si gioca di anticipo!!!)

“…e dopo qualche settimana di convivenza mi ha consegnato un campione del suo sperma. Ci siamo abbracciati e poi sono andata in camera mia e mi sono inseminata…”.
E l’amore? Non è contemplato. Potrebbe scoccare la scintilla e allora tanto meglio.

Il sito più frequentato è “Coparents.com” ma visto il successo stanno ‘nascendo’ siti come funghi

In Italia?

Anche da noi si fanno prove di co-genitorialità e il primo sito alternativo alla famiglia è  http://www.co-genitori.it/ che conta quasi 100.000 iscritti:
“Collgeghiamo i genitori o futuri genitori che desiderano crescere un bambino. Ci rivolgiamo agli omosessuali ma anche a tutti coloro che non desiderano (o non vogliono più) vivere in coppia per altre ragioni.” Ho dato uno sguardo e a me gli annunci suonano un poco ‘stranucci’….

Personalmente esprimo il mio MAH grande come una casa.
Certo è difficile, traumatico, concepire un figlio con amore e poi scannarsi nel divorzio. Ma perchè essere pessimisti, peggio, egoisti, quando il figlio, potrebbe essere un collante fortunato su cui investire sé stessi insieme con sentimento?
No al seme anonimo e allora meglio un contratto ‘de visu’ che abbia come oggetto un essere umano in co-gestione ‘costi quel che costi’?
Ma si può desiderare un figlio, così in termini disimpegnativi e al tempo stesso contrattuali?
Non è forse questa una evidente, delirante, forma di anaffettività che si produce nel degrado malato dei sentimenti in una società mercificata dove il ‘mio è mio’ ma – insomma – la co-gestione economica è auspicabile?

IO non ho messo mai minimamente in discussione l’iniziale amicizia da cui è nato, inaspettato, mio figlio. Non rimpiango il successivo matrimonio finito in poco più di un anno e le ferite profonde che mi sono portata dentro. Quell’amore che abbiamo condiviso nella ‘nostra’ gestazione, l’abbraccio e la gioia reciproca nel tenere quel miracolo  delicatamente stretto tra noi,  insieme,  resta ‘il’  patrimonio che ha fatto lamia ricchezza.
Ma la vita è imprevedibile, difficile da programmare,  e penso vada vissuta con generosità perchè  i sentimenti sono un bene inalienabile che si sperde e si riproduce intatto.

SUVVIA! nessun ‘mi piace’ ma il vostro parere, come genitori, felici o separati, come single, o come persona.

One Billion Rising (sebben che siamo donne)

In tempo di canzoni : ‘La sola cosa bella’ ‘In questo mondo di ladri’ in una Roma inondata dal sole a Piazza di Spagna eravamo in tanti e dico tanti perché c’erano donne, bambini e molti uomini che nulla hanno, ne vogliono avere, a che fare con le belve feroci che al chiuso nelle nostre case, o negli angoli più deserti delle città, con modalità diverse ma ugualmente dilanianti, usano violenza ad una donna, ad una bambina ad una vecchia.

‘ La sola cosa bella’ non è stato l’efficace discorso seguito dalla bella coreografia del balletto della Litizzetto da quello stesso palco che la sera prima aveva contestato Maurizio Crozza nella sua parodia a Berlusconi,  impenitente e laido dileggiatore delle donne, ‘fruitore ultimo’ e  ‘a sua insaputa’ di una catena di montaggio di parti anatomiche assemblate tutte allo stesso modo e in uguale misura, specchio deformante di un’immagine delle donne italiane, e delle donne in genere che ha preso di mira, che non è quella.

Significativa la data di questa colorata iniziativa mondiale : il 14 febbraio, giorno degli innamorati. Il giorno dell’amore di ogni coppia, il giorno che dovrebbe rinnovare quel patto d’amore che – malgré nous,  non è detto che duri in eterno ma che comunque deve essere scevro da ogni violenza: non ci si ama più ed è possibile convivere civilmente, come lasciarsi altrettanto civilmente.

Quando l’amore degenera ‘Bisogna saper perdere’. Che ognuno riprenda in mano le redini della sua  esistenza a testa alta per amore della vita.

Se il sangue scorrerà, quando la spada incontrerà la carne,
seccandosi al sole della sera,
la pioggia di domani laverà via le macchie
Ma qualcosa rimarrà per sempre nelle nostre menti

Forse questo ultimo atto è destinato
a ribadire una fondamentale verità:
che dalla violenza non può
e non è mai potuto nascere nulla
Per tutti quelli nati sotto una stella arrabbiata
per paura che ci dimentichiamo quanto siamo fragili

La pioggia continuerà a cadere su di noi
come lacrime da una stella
La pioggia continuerà a dirci
quanto siamo fragili, quanto siamo fragili

io sto con gli ippopotami

‘Tra finte liane e rocce di cartapesta, in antri umidi o recinti assolati, in stagni dove scarseggia l’acqua, in teche di plastica troppo piccole, vivono ammassati migliaia di animali selvatici Ci sono leoni, tigri, lemuri, scimpanzé, giraffe, boa, coccodrilli, cicogne, cammelli.’
In questi veri e propri lager diseducativi, sia che si chiamino zoo-safari, parchi natura, acquari, mostre faunistiche, fattorie didattiche, zoomarine, bioparchi, gli animali si trascinano in movimenti ripetitivi e nevrotici o guardano nel nulla,depressi, a volte in ‘carne’ ma  molto più spesso macilenti e sofferenti fino alla morte per mancanza di sovvenzioni.
In Italia sono 88 le strutture che hanno fatto richiesta per diventare giardini zoologici, dieci soltanto sono state autorizzate mentre le altre, a 12 anni dalla direttiva europea che doveva regolare il sistema, non sono (ancora!) a norma di legge. Un mondo di sofferenza e soprusi abbandonato a sé stesso dove tante vite sono solo questione di leggi e di direttive (disattese).

Leggevo questa raccapricciante inchiesta ieri sul mio quotidiano e diciamo che d’estate come del resto avviene all’ora di cena,  non ci facciamo mancare nulla in fatto di magoni.

Poi vado oltre, supero lo spread, faccio una gimkana intorno all’ultima caxxata di Di Pietro, e mi soffermo sulla lettera di un medico di Medici senza frontiere che ricorda come in Sudan, nel quasi totale silenzio dell’informazione, sia in atto una vera e propria catastrofe umanitaria.
In quattro campi profughi (lager a tutti gli effetti) vivono oltre 170mila persone e tra queste ogni giorno 5 bambini muoiono di infezioni gastrointestinali e respiratorie a causa delle condizioni ‘fatiscenti’ e insalubri dei luoghi dove sono costretti a vivere per sfuggire alle guerre e alle persecuzioni.

Ecco, due fatti così diversi e così simili accomunano parti del mondo tanto lontane unendole negli stenti e nella sofferenza ad opera dell’uomo.
Io sono madre e so cosa vuol dire l’ansia, se non l’angoscia, del proprio bambino che brucia per la febbre ma possiamo onestamente dire quale sofferenza sia prioritaria?
Perché dobbiamo sempre più fare i conti con la malvagità umana? Perché se chiudo gli occhi non sento il respiro della notte ma vedo scorrere immagini di un incubo reale?