Oggi mi gira cosi

“- Da dove vieni?
– Vengo da Ksar
– Come ti chiami?
– Mohammed A’lladj
… e cosa sei venuto a fare?
– A fermare la latinizzazione della lingua araba.

– Grazie. “

Questo brano è tratto dall’album L’Arca di Noe del 1982 ed evoca le divergenze del mondo musicale occidentale rispetto a quello orientale «Voglio vederti danzare / come le zingare del deserto / con candelabri in testa» contrapposto a «Nell’Irlanda del nord / nelle balere estive / coppie di anziani che ballano / al ritmo di sette ottavi».

Oggi mi gira… storto? No o Bhooo? Ballare, allora, provare a ballare.

Elogio dell’amicizia

…più altre 293 persone per un totale di 302 followers!

Nulla accade senza motivo…
C’è un motivo perfino quando le persone
o gli avvenimenti sembrano entrare nella tua vita per caso,
solo che in queste situazioni non è immediatamente evidente.
Ruediger Schache

Non so se sia poco o un’enormità, bontà vostra! dove mi giro mi giro tutti i blog che leggo, chi per un verso chi per l’altro, sono imperdibili. E’ il mio tempo che difetta perché ognuno suscita riflessioni e altre opinioni a cascata e verrebbe davvero voglia di ritrovarsi per discuterne più approfonditamente vis-à-vis.

Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un pò di se e si porta via un pò di noi.
Ci sarà chi si è portato via molto,
ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
Questa è la più grande responsabilità della nostra vita
e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.
Jorge Luis Borges

Oggi sarò scorretta, o poco diplomatica, e dirò apertamente – soprattutto ancora a sua insaputa – quale blog ha scalato a subito sconquistato  il primo posto nel mio cuore.
Cuore, avete capito bene.

Quando nel 2000, curiosa come una volpe, totalmente incapace di gestire le varie funzioni dei quasi primordiali pc, decisi di mettermi alla prova e di aprire un blog. Senza una ragione precisa se non quello di sperimentarlo come eventuale mezzo di comunicazione, alternativo alle chat che cominciavano a dilagare e anche in senso negativo. Dunque il blog non funzione terapeutica e neppure esibizionista.

Approdai su Blogger con tutta la mia ignoranza : Htlm e che d’è? Head, inserisci link musica ma dove? Modifica sfondo ma come?

MI accolse e mi fu di grande utilità Kathy e inizialmente aveva ed ha avuto per un bel pezzo la mia password e lavoravamo in tandem. Kat, isegnante di musica nella vita, è stata la mia Maestra.

Blogger chiuse e ci trasferimmo su Splinder, intanto io mi ero sveltita e cominciavo anche a muovere le dita da sola ma Kathy che avevo imparato a conoscere non era solo la mia maestra ma era diventata una cara amica con la quale piano piano abbiamo cominciato a condividere i ‘problemi’ dei nostri figli adolescenti, la malattia del suo papà, mia mamma che se n’è andata e sua mamma malata di Alzheimer per lunghi dolori anni.

“Vi racconto” http://viracconto1.blogspot.it/ è il blog di Caterina e lei davvero racconta la vita, la sua, quella degli studenti che segue ben oltre il periodo scolastico, racconta di vicende umane che toccano tutti e lo fa con una semplicità delicata e profonda quale che sia l’argomento.

Non è mai venuta a Roma, o meglio sì una volta sola e non ci siamo potute incontrare ma questo è un fatto del tutto irrilevante quando si è da subito e sempre sé stessi. Quando non ci si inventa dei ruoli, quando non si tradisce la fiducia di chi ce la offre.

Ho stretto altre amicizie che sono diventate ‘vere’ e important, il blog è stato ed è, anche se con qualche piccolo dispiacere che si deve mettere i conto, una esperienza che mi ha arricchito e della quale devo ringraziare tutti voi, anche se non me lo nascondo, per taluni è stato solo un’ affascinazione mai approfondita.

Voglio mettervi in imbarazzo e chiedervi quale blog e perchè è, è stato, determinante  per voi?

Accidenti piove ancora! e tuona… Paradise where are you now?

vis-a-vis

Perchè mai insisti nel dirmi che
“è destino”
se ci incontriamo un giorno sì e l’altro pure?
Semplicemente
“percorriamo la stessa strada” anche adesso che di fatto si sono separate.

profilo

“Quando si guarda la verità solo di profilo o di tre quarti la si vede sempre male.
Sono pochi quelli che sanno guardarla in faccia.”
Gustave Flaubert

A me gli occhi please

Per il fine settimana, piovoso e freddo, speriamo non tragico negli eventi, vi affido “The Man with the Beautiful Eyes” tratto dal libro di poesie “The Last Night Of The Earth Poems” (1992) di Charles Bukowski, divenuto un cortometraggio di animazione nel 1999 aggiudicandosi numerosi premi.

…they had been
afraid of
the man with the
beautiful
eyes.
and
we were afraid
then
that
all through our lives
things like that
would
happen,
that nobody
wanted
anybody
to be
strong and
beautiful
like that,
that
others would never
allow it,
and that
many people
would have to
die.

(“Essi avevano avuto paura dell’uomo dagli occhi meravigliosi/…nessuno avrebbe voluto più/persone belle come quell’uomo,/che altri non lo avrebbero mai permesso/e che molte persone/sarebbero dovute morire.”)

Heinrich Karl Bukowski, Agosto 1929- marzo 1994 , statunitense, fu uno scrittore prolifico che riuscì ad usare la poesia e la prosa per descrivere la depravazione della vita urbana e gli oppressi nella società americana. Per il suo linguaggio diretto e immaginario, violento e sessuale alcuni critici ritengono che il suo stile sia offensivo, altri sostengono che Bukowski sia riuscito a dipingere in modo satirico il machismo attraverso i suoi riferimenti al sesso, all’abuso di alcol e alla violenza. La corrente letteraria cui è associato è quella del realismo ‘sporco’.

Questa poesia e questo video nella loro immediata e tragica allegoria sembrano dire altro. Ma noi sappiamo che la genialità dice e si contraddice nella sua poliedricità.

Buon fine settimana. Oppure, ai soliti ritardatari che la prossima settimana sia altrettanto buona.

la giustizia degli uomini

“Sembra di sentirli. Sono i “passi affrettati” di Lhakpa, Aisha, Civita, Juliette, Amina, Teresa e Viollca, sette donne che raccontano esperienze di dolore e discriminazione.”

Inizia così la prefazione del libro ‘Passi Affrettati’, diventato anche pièce teatrale attraverso la quale Dacia Maraini dà voce a donne che, nonostante le distanze geografiche, le differenze culturali e sociali, restano prigioniere di tradizioni culturali arcaiche, di un matrimonio non voluto, di una famiglia violenta, di uno sfruttatore…continuo? in un mondo privo di dialogo e di rispetto.
Un mondo dove ancora oggi, essere donna significa avere paura. Donne senza parola.

“Condannata per aver ucciso l’uomo che voleva stuprarla.” La Repubblica, 25 ottobre 2014.

Paura dello stupro che ha spinto Reyhaneh a uccidere il suo violentatore e che, proprio oggi, dopo essere stata ‘regolarmente’ processata, con stupida arroganza, il suo paese, l’Iran, si è affrettato a giustiziare, la giustizia degli uomini, sì degli uomini, impiccandola.
In un mondo che brucia e si autodistrugge il sacrificio punitivo di una giovane donna di 26 anni lo rende forse migliore?

“Sorry” – “Mi dispiace”
Is all that you can’t say – è tutto quello che non riesci a dire
Years gone by and still – gli anni passano e tuttavia
Words don’t come easily – le parole non vengono fuori facilmente
Like “sorry”, like “sorry”… come “scusa”, come “scusa”…

Elogio della gentilezza

Tenerezza e gentilezza non sono sintomo di disperazione e debolezza,
ma espressione di forza e di determinazione.     Khalil Gibran

«Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza»: è una celebre frase del Che a dare il titolo alla sua biografia scritta da Paco Taibo II utilizzando lettere personali e pubbliche, testimonianze, diari e documenti inediti conservati negli archivi di Cuba.
Questo è il libro che mi viene in mente partendo dal suono della parola. Tenerezza.

Mia madre era una donna tenera e gentile, io ho imparato da lei e mio figlio è gentile. Tante persone sono gentili e sanno esserlo sempre.

Il sor Renato il meccanico che, saputo che mia madre ogni domenica delle Palme mi regalava un rametto d’ulivo e che con la sua morte questo rituale mi mancava, ogni successiva domenica delle Palme mi faceva trovare immancabilmente un ramoscello d’ulivo sul parabrezza del motorino.
MI a amava il sor Renato? No, era una persona gentile.
Adesso che anche lui non c’è più io continuo a trovare il solito rametto di ulivo. Sapete chi è l’artefice di questa gentilezza? Il falegname! Forse a suo tempo ne avranno parlato.
Dunque il falegname con il quale a volte ci scambiamo un caffè e due parole mi ama? No siamo soltanto due persone gentili.

Quando di questa stagione, comprando il cocomero bello freddo ne portavo una fetta alla signora centenaria del terzo piano che non usciva da anni e viveva sola con la badante, l’amavo? No, non l’amavo ma le prodigavo un gesto gentile.

Mio figlio oggi è arrivato a casa verso l’una perché aveva dimenticato il portafoglio. Avevo comprato un etto di mortadella ‘per le emergenze’ e un pezzetto di pizza bianca. Cuore di mamma che lo a.m.a gli ha preparato una pizza ripiena saporita che lui si è portato via.
Quando dopo un’ora mi arriva sul cellulare un emoticon sorridente e un Grazie! mio figlio ha compiuto un gesto gentile perché avrebbe potuto anche sorvolare.
Oppure quando la domenica portava alla nonna il cornetto caldo e i giornali? Un gesto d’amore ma certamente anche gentile.

Amore. Tutti ci riempiamo la bocca con questa parola su cui gravano le aspettative dell’universo mondo.
Abbiamo anche imparato, come nelle commedie americane, a sciorinare sequele di ‘Ti amo’, ‘Anchio ti amo’ e poi?

Ma davvero il mondo ha bisogno di tutto questo amore che, onestamente, è impossibile provare per tutti senza distinzione?

‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ oh bella! e noi quanto ci amiamo?
‘Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te’ ecco! qui vedo maggiore coerenza. Non chiedo amore universale ma  tenerezza, rispetto, gentilezza.

Nel mondo c’è bisogno di gentilezza e se poi c’è o non ce l’amore, l’amore che indirizziamo a persone speciali, certo, per noi cambiano molte cose.  Ma non illudiamoci che l’amore così come lo vagheggiamo noi sia panacea ad ogni male.  L’amore, questo genere di amore non è onnicomprensivo, va e viene, fa bene e fa anche molto male. Noi lo sappiamo e accettiamo il gioco.

Datemi retta, al nostro prossimo mettiamo a disposizione tutta la gentilezza dicui siamo capaci e sforziamo a rincarare la dose: non basta mai.

E’ molto più difficile essere gentili che parlare d’amore a vanvera.

quello che noi (non) facciamo

Va bene, giusto o non giusto, equo o no che sia il mondo, ho una vita serena emotivamente ed economicamente.
Emotivamente è stata molto dura perché sono tragica, di natura pessimista, ho sempre avuto la capacità di incaponirmi nelle ‘cose impossibili’ non per arrivismo ma per mettere a me stessa l’asticella sempre un pochino più su perché è stato difficile accettarmi nelle mie debolezze e nelle mie paure ed i pregi vanno messi sempre sotto verifica.
Ho fatto anni di analisi e non posso che dire a chiunque si senta traballante che l’aiuto che si riceve –non gratuito ma anche quello fa parte del percorso – riesce a sciogliere molti nodi.
A volte basta poco. A volte passano anni però il più delle volte ci si sente come rinati ed allora la vita diventa meno grama. Non che cambi nulla se non l’ottica nella quale noi ci poniamo. Non tutto avviene ‘contro’ di noi ma semplicemente ‘intorno’ a noi.
E questo vale in ogni ambito.

Economicamente. Già, economicamente la mia generazione ha avuto la possibilità studiando e faticando di crearsi un futuro. Io da sola sono riuscita a dare anche gli strumenti a mio figlio, che ‘per fortuna’  lavora, ma il suo futuro è opaco e incerto come per il 66% dei giovani nelle sue condizione di pri.vi.le.gia.ti, mentre il restante 44% guarda il nulla. Questo mi sconvolge parecchio.

Perché questo ragionamento? Perché leggendo un post, giustamente, l’accusa era precisa:
‘certo il mondo va a rotoli, vi intenerite per i bambini, per le donne, per i morti ammazzati per gli animali per..per.. ma poi?
E ancora :
‘ Vi incazzate perché la vostra città è sporca, perché ogni cosa che si comincia non trova mai un punto di fine preciso. Perché tutti si riempiono le tasche con i nostri soldi di contribuenti…e poi?’
Poi dopo esserci indignati per benino tutto scorre.

Eppure io ricordo altro e dunque il cambiamento non sempre è sinonimo di miglioramento. Solo un esempio.

Quando ero piccola ed abitavo a Torino in un palazzo di cinque piani ricordo che in ogni appartamento nella colonna che corrispondeva al terrazzetto della cucina c’era uno sportello e li veniva gettato quello che oggi con molto sussiego chiamiamo umido. Finiva dritto in cantina in un contenitore che settimanalmente veniva svuotato da addetti del comune che, sempre settimanalmente raccoglievano il resto dei rifiuti. Poca roba. Niente plastica, niente ingombranti contenitori per una manciata di susine.
Le bottiglie fossero anche le più costose di vino venivano caricate del costo del vetro e il denaro veniva restituito quando si riportava la bottiglia vuota o serviva per comprane un’altra.
Il latte stessa cosa. Si andava dal lattaio con la propria bottiglia e sempre quella e se non la si aveva si pagava il vuoto.
Certo era il secolo scorso ma soltanto cinquant’anni fa.

Non so da voi ma Roma è allo stremo. La raccolta differenziata non funziona i cassonetti non vengono svuotati e il porta a porta suona come un mantra.
Eppure la cosiddetta AMA la municipalizzata per i rifiuti i prende bei soldoni per un servizio che non fornisce.
Certo dove c’è sporco e sciatteria tutto diventa più sporco e invivibile, territorio di nessuno.

C’è come un disprezzo per la cosa pubblica che in quanto pubblica non ci appartiene. Cicche sui marciapiedi, escrementi di cani che poveri loro si prendono gli improperi al posto di quegli incivili dei loro accompagnatori. Dalle macchine in corsa vola di tutto. Volano anche pesantissimi improperi se è per questo!

Mi sono persa. Ah, già, che fare oltre indignarsi? Agire. Agire correttamente a dispetto dei comportamenti degli ‘altri’, non pensare al proprio orticello ma al pianeta

E qui scatta la citazione perché ‘quanno ce vo’ e calza, ce vo’ ed è di Madre Teresa di Calcutta:

“Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.

Melassa terribile melassa…che faccio quale tasto pigiare?   ‘Pubblica’  o   ‘Spostare nel cestino’?

La scelta dell’inno alla gioia di Beethoven è mirata a controbattere a Grillo (sparlante) che non perchè fosse suonato da Hitler ai compleanni è meno apprezzabile così come Wagner rimane un grande compositore.   Nigel  Farange, eurodeputato britannico  razziste e xenofobo che ha voltato le spalle all’inno,   non mi tange:  un cretino in più che renderà conto al suo Paese.
David Garrett è una mia passione tardiva e se un appunto faccio al nuovo Parlamento è di non essere stato tanto ‘giovane’ da invitarlo a suonare. Me ne farò una ragione purchè questo nuovo Parlamento europeo più o meno ben accetto sappia lavorare bene e se guardiano ai nostri balletti, direi che basta proprio poco. Auguri.

Pepite d’oro

Tutti noi siamo dei navigatori, santi un po’ meno.
Ora qui ora là e ovunque, andiamo lasciando traccia del nostro navigare.
Pochi si soffermano più di tanto, guardano quel che vogliono vedere incuranti che i contorni sfuggano e sfumino ininfluenti.
Chissà cosa ha messo in moto, invece, il fiuto da segugio di Mark Slutsky, uno come noi , navigatore neppure troppo incallito e tuttavia “L’uomo che trovò la poesia nella vita degli altri” frugando nei post-it ai video delle canzoni , popolari e non, messi in rete e poi li ha raccolti dopo un anno di ricerche in un blog come fossero tante pepite d’oro scandagliate nella rete del paniere.
Lavoro faticoso quello di Mark novello cercatore d’oro in un fiume di parole che rotolano senza controllo, così come vengono, che senza perifrasi  definisce molto spesso ‘ mondezzaio di semianalfabeti’, terreno di scorridande protette da un quasi totale anonimato a differenza di altri social net.

La musica si incastra nei nostri pensieri e nei nostri sentimenti: La nostalgia indotta dalla musica, dicono gli psicologi, non è soltanto un sintomo di depressione ma ‘un meccanismo complesso di rafforzamento della nostra identità’.
Vi lascio sospesi fino in fondo ( se vorrete salterete, non senza un po’ di senso di colpa, al link del blog) e vi darò io un assaggio di quanto potrete trovarci.


“ Ci ho messo del tempo a trovare questa canzone e vi ringrazio. Era la preferita di mio padre che è stato ammazzato quando avevo sei anni”

 


“Una domenica pomeriggio dell’aprile ’89 ho lasciato il mio più grande amore Afroditi.
E’ la prima volta che riascolto questa canzone, è un pomeriggio nuvoloso, vedo il mare e Salonicco, sentimenti e ricordi. Perché tutto cambia in questo modo?”

 


“Mi ricordo di quando sono tornato dal Vitnam. Giungle, campi minati, sognare casa, la ragazza che avevo lasciato, la voglia di farcela, gli amici perduti, la paura, la sensazione di essere morto e già all’inferno.”

Cose banali e di apparente poco conto? Chi si nasconde in questi pensieri sollecitati da queste canzoni? Sarà così che  appesi al niente,  perché la cancellazione di un video ci potrebbe dare un colpo di spugna, un archeologo del futuro ricostruirà il nostro identikit?

Il blog di cui parlo è Sad You Tube http://sadyoutube.com/

C’è una canzone alla quale vorreste lasciare – o avete lasciato –  un vostro post-it e quale?

Non siate pigri! io a seguire.       O meglio,  a distanza di un giorno e grazie a una telefonata,  ho una canzone collegata a un momento molto negativo. Ascoltavo per la prima volta The dream Theatre  in macchina e questa canzone mi ha preso allo stomaco, ho pianto tanto forte e così a fondo.   Ho parcheggiato sotto casa e sono entrata in un altro giorno.

live another day
climb a little higher
find another reason to stay
ashes in your hands
mercy in your eyes
if you’re searching for a silent sky
you won’t find it here
look another way
you won’t find it here
so die another day
the coldness of his words
the message in his silence
“face the candle to the wind…”

Followers croce e delizia

‘Come briciole di Pollicino’

Il 26 aprile del 2012 scrivevo questo post che riporto, tagliato:

“Per un caro amico che se ne và alla chetichella.
(…..) Trasferirmi da Monte Mario a Monte Sacro fu per me un trauma.
(….)E proprio accanto al portone c’era il Sor Renato con la sua officina per motocicli, impagabile negli anni.
(…..)Noi prendemmo possesso della casa a febbraio e il 31 dicembre dello stesso anno suo figlio sedicenne, Davide, tornando a casa fu investito dall’ autobus e morì sul colpo. Questo fatto tragico fece da collante.
(…..) Morì mia mamma e non so come, erano i giorni di Pasqua) gli raccontai che lei, pur non credente, la domenica delle Palme dava a noi figli un rametto di ulivo benedetto che io custodivo di anno in anno nel portafoglio. L’anno seguente, e da allora ogni lunedì dopo la domenica delle Palme, io trovavo sul parabrezza del motorino o della macchina un rametto di ulivo. In silenzio ci abbracciavamo mentre lui grande e grosso si schermiva, entrambi presi dall’ emozione .
Anche quest’anno ho avuto il mio rametto d’ulivo ma me lo ha dato in mano burberamente perché non era riuscito a trovare la mia macchina.
Il lunedì successivo la serranda è restata chiusa.
Oggi ci sono stati i funerali e la chiesa traboccava di corone di fiori e di persone.
(…..) Non è necessario essere grandi uomini (o donne), per essere amati e ricordati è sufficiente lasciare come Pollicino tante bricioline che portano al cuore di chi resta.”

“a tenerezza di un uomo gentile.

E’ PASSATO UN ANNO DA QUANDO il Sor Renato ci ha lasciato, eppure, ieri, domenica delle Palme, io ho trovato sul parabrezza della mia auto il ramoscello di ulivo. E’ vero che il sor Renato veniva un po’ additato come il gazzettino della nostra via ma qualcuno deve essere stato il destinatario di questa mia confidenza e quel qualcuno (che poi ho scoperto essere il falegname) con il suo gesto ha voluto ricordare un uomo gentile compiendo un innegabile gesto di te-ne-rez-za nei miei confronti.”

 

Trascrivo questo, oggi, di nuovo domenica delle Palme, 2014, rimarcando che allora questo mio pensiero piacque a 7 di voi e ricevetti ‘soltanto’ 13 commenti incluse le mie risposte.

Perché lo dico? Perché ho ancora nella mente le parole con cui un amico (ma amico nella blog sfera forse può suonare un po’ una forzatura) mi ha informata che avrebbe smesso di scrivere sul suo blog perché al di là di fatti contingenti, soprattutto non ha trovato nel blog nell’ arco di tre anni (contro i miei oltre 12) quello scambio fruttuoso di idee che si aspettava ma anzi la malafede (ma anche questa è una parola grossa) di chi ti si avvicina, pone i suoi Mi piace senza leggere, per aumentare i suoi followers e poi sparisce, gratificazione dei numeri.
Per me ci può stare tutto e certamente ognuno di noi, almeno qui, penso possa agire come crede, essere o non essere sé stesso. E’ una individuale.

Io non mi aspetto niente ma certamente il tutto mi rallegra e scrivo le mie cose un po’ a margine delle mie giornate seguendo il flusso di un pensiero quale che sia forse anche un po’ pigramente perché questo mio spazio possa essere una piccola agorà aperta dove io – un po’ scioccamente prendendomi in giro – offro i miei ‘baci e abbracci’ per darle una connotazione meno astratta. Sia ben chiaro non abbraccio e bacio chiunque io incontri a Piazza del Parlamento (specialmente di ‘sti tempi bui).
Le persone che seguo più o meno assiduamente sono quelle che mi trasmettono sensazioni senza troppe arzigogolature. Lo ammetto, pratico fino in fondo l’ossimoro ‘profondità nella leggerezza’. Mi interessano i gusti e le motivazioni di chi ‘posta’ un film o anche solo un’immagine. Non so nulla di cibo ma leggo molte ricette.

E qui mi permetto di scomodare Pietro Ingrao e riportare un suo passaggio che potrebbe adattarsi a noi internauti;

“….Se volete c’è una convinzione più di fondo che mi porto dentro da lungo tempo: che noi ci trasformiamo con gli altri, gli altri sono diversi e sparsi e in cerca. Tutti siamo sparsi.”

In 12 anni rileggendo i vecchi post ed i relativi commenti mi rendo conto di quante per-so-ne ho incrociato, sempre amichevolmente, ognuna con le proprie preferenze, in tempi diversi.
La chiusura di Splinder e il successivo passaggio su WP non è stato indolore eppure eccomi qui con alcune amiche e amici veri che conto li racchiudo nelle dita di una mano, ma ci sono anche i singoli contributi sempre ben venuti e  per quel che durano, senza acrimonia, senza retro pensieri. C’è sempre tempo di ritrovarsi.

Oggi è domenica delle Palme, io ticchetto più a lungo del solito e sono un po’ stanca eppure anche la sola persona che vorrà condividere questo mio ricordo del Sor Renato e le ingarbugliate riflessioni sul senso dello scrivere qui e ora, quella singola persona nel momento che mi legge e la leggo mi è amica.

MI piace essere golosa

La golosità di vivere boccone su boccone la vita, carpirne i sapori ora aspri ora dolci. Mai bulimici, mai anoressici i momenti migliori si allacciano a un sapore.

“La donna oggi lavora. Quando ha tempo di pranzare a casa….l’insalatiera sostituisce la casseruola. Succede che ritrovi il piacere di cucinare in vacanza, all’aria aperta, anche solo grazie al fuoco da campeggio”:

Non è l’incipit di un ricettario e neppure della presentazione di Masterchief ma parte di un articolo che, nel 1939, la grande scrittrice e giornalista francese Colette scrisse per il neonato settimanale Marie Claire.
A questo primo articolo ne seguirono altri tra il ’39 e il ’40 , spaccati di vita quotidiana , ‘gustose’ e quasi anomale incursioni dell’allora scandalosa Colette nel ‘reame’ della domesticità.

Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette, è stata una scrittrice francese, considerata fra le maggiori figure della prima metà del Novecento, Iinsignita della Legion d’onore, fu la prima donna nella storia della Repubblica Francese a ricevere funerali di stato perchè Colette fu una delle grandi protagoniste della sua epoca. Oltre che scrittrice prolifica fu attrice di music-hall, spesso nuda durante le sue esibizioni, autrice e critica teatrale, giornalista e caporedattrice, sceneggiatrice e critica. Nonostante i tre mariti e un amante, più volte fu al centro di scandali per le sue disinibite relazioni sentimentali con alcune personalità mondane, di ambo i sessi, della società francese.
Non aveva simpatia verso il neonato movimento femminista e tuttavia la sua fu una vita libera e anticonformista, da donna emancipata travalicò convenzioni e tabù femminili che incarnò nel personaggio di Claudine “dall’ammiccante selvatichezza, dalla spregiudicata sensualità”.
Eppure Colette in fatto di cibo si definiva una “borghese buongustaia e golosa” .
Amava quelli che allora come ora definiamo i sapori semplici della terra (slow food e Petrini non hanno ‘inventato’ nulla). Per lei un vero gourmet era quello che “si delizia di una tartina col burro come di un gambero arrostito” e la frutta “si accorda alla sete del pomeriggio”.
Tanto Colette fu azzardata e spregiudicata nella vita quanto fu rigorosa affermando che : “in materia di cucina io mi tengo salda solo alla tradizione. Un buon piatto è prima di tutto questione di moderazione e di classicità”.

Dove volevo arrivare? Semplicemente a segnalarvi un delizioso libretto (grazie a Jeannine che me ne ha fatto dono!) edito da Voland ‘Mi piace essere golosa’ che racchiude in forma compiuta ricette, curiosità, pensieri leggeri, di quella scandalosa signora delle lettere che fu  Sidonie-Gabrielle Colette.