Smiles & The bridge series

No, non è che io mi sia rincoglionita. Non credetelo, oppure sì.
E’ che quando ero giovane, più giovane, ero arrabbiata con tutto e sbranavo il tempo. Non quello dedicato al lavoro o a mio figlio. No, parlo del mio tempo interiore quello che a rotazione era corroso dal mio odio. Mi ci sono voluti anni per capirlo. MI è servito anche l’aiuto di una brava psicoterapeuta.
Lei mi ha insegnato a guardarmi con tenerezza, a non pretendere di essere sempre perfetta preparata al giudizio degli altri.
Lei ha valorizzato il mio pianto permettendomi di farlo uscire allo scoperto.
Lei mi ha fatto scoprire il valore terapeutico del sorriso, almeno un sorriso al giorno poco per volta sono diventata una dispensatrice di sorrisi perché anche se la vita resta difficile, è vero, basta aprire gli occhi e non è impossibile trovare tra le pieghe di una giornata ‘no’ un piccolo refolo di speranza, un altro sorriso che incrociamo, o che ci viene strappato come pochi minuti fa dalla telefonata che, inaspettata, mi ha fatto di mia cognata per chiedermi come stavo invitandomi a pranzo domani.
Ed io naturalmente ora sto molto meglio, anzi bene.

Continuo quindi a vedermi la 10 puntata della seconda serie di The Bridge che mi prende tantissimo e, sempre per tornare dove il dente (non) duole, a godermi quel bel tocco che è Demián Bichir mentre altri si rifaranno lo spirito con l’algida bellezza di Diane Kruger ottima a sottolineare , mi ripeto, la rude bellezza del mio detective messicano Marco Ruiz.
Altro sorriso, ma questa volta è il vostro! Tenetelo da conto.

Chiedimi se sono felice

“Ecco qualcosa di eccitante, si disse Larry McCaslin e la seguì in una libreria dove nessuno dei due guardò i libri.
Rahel si lasciò attrarre dal matrimonio come un viaggiatore si lascia attrarre da un sedile libero nella sala d’aspetto di un ereoporto. C’era la sensazione di Mettersi Giù Comodi. Andò a Boston con Larry McCaslin.
Larry era così alto che quando stringeva la moglie tra le braccia, la guancia di lei contro il suo cuore, le vedeva il cocuzzolo, lo scuro groviglio dei capelli….
La stringeva come se fosse un dono. Dato a lui per amore. Qualcosa di piccolo e silenzioso. Di insopportabilmente prezioso.”
Questo piccolo gioiello di scrittura è tratto da “Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy.

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Leggo e mi soffermo, sillabo, queste parole ‘ in sop por ta bil mente pre zio so’. ‘Qualcosa di piccolo e silenzioso’.

Quante volte ho avuto questa sensazione immensa, dilagante, in cui un attimo o qualcosa di piu’ durevole di uno, forse due, mi ha chiuso a morsa lo stomaco costringendomi a riprendere fiato lentamente e profondamente mentre quel ‘piccolo e silenzioso’, immenso e roboante, sentimento mi invadeva rubando spazio al respiro?
Un amico ieri mattina, per posta, augurandomi il buongiorno senza una ragione apparente all’interno di un discorso aggiunse ‘…sei felice?’ scontrandosi senza saperlo con quel mio ruminare la domanda giorno dopo giorno.

Felicità.
Credo vi siano gradazioni diverse di quello stato di benessere, che impropriamente definiamo grosso modo felicità. Se ne dovrebbero distinguere le sfumature di serenità, o contentezza, o appagamento.
La felicità vera e propria, a mio giudizio, è l’incanto di un momento raro e irripetibile, una sensazione così alta che a provarla si avverte persino un dolore sottile, uno struggimento da consapevolezza dell’attimo fuggente.

“C’è una predisposizione
‘naturale’ alla felicità? Non saprei. A me manca questa capacità che era di mia madre, prima, e in parte di mio figlio Eleonora Dusa, il mio soprannome a sottolineare enfatizzandola la mia indole drammatica. Io tendo a elucubrare, a pormi troppe domande, a non lasciarmi andare.
Io mi ci devo impegnare, sillabarla, trattenere il respiro quando mi coglie all’improvviso.
A volte percepisco il mondo così lontano ed estraneo, un inutile ingranaggio zoppicante che mi ruba spazio vitale e trovo improbo restare in sintonia, stare al passo con la serenità di uno sguardo amoroso.

Ah, Il dio delle piccole cose!

Mozart ‘Le nozze di Figaro’

Due scimiette (e la terza?)

Ultimo colpo di coda per chiudere questa strana estate che ha portato poco sole e tante nuvole e, anche dal punto di vista politico nessuna schiarita ma anzi con la forte probabilità di un ‘autunno caldo’.

Dunque senza allontanarmi troppo mi sono spiaggiata in una nota località del litorale romano dove c’è un mare incredibilmente blu e qualche stabilimento ,diciamolo, esclusivo e esclusivo per me significa niente casino, possibilità di prendere il sole, fare il bagno, leggere, insomma stare in santa pace. Silenzio parlano le onde.

Poca gioventù. Signore di mezza età ben tenute anche con l’aiutino di qualche tagliando dal chirurgo plastico; mariti tondeggianti la crapa pelata e quel tanto di pancetta che definisce lo status di un portafoglio ben messo.

A metà pomeriggio passano davanti a noi tutti due belle ragazze senegalesi (penso io perché i corpi alti e slanciati il viso dai tratti gentili mi ricordano il senegalese per eccellenza, grande musicista e cantante impegnato politicamente nel e per il suo Paese, parlo di Youssou N’Dour dal 2012 ministro della cultura).

Questi due giunchi in pantacollant colorati ridevano eccitati forse perché la giornata era andata bene oppure perché almeno per oggi avrebbero smesso di intrecciare stupide treccine a annoiate bagnanti in vena di stranezze.

Erano già passate oltre quando sento dietro di me come in un sospiro lamentoso uscire queste parole dalla bocca di una attempata romana che si e no era alta una spanna e pesava quanto le due ragazze messe insieme:

“essì! c ’ hanno proprio la faccia da scimmiette, porelle!”.

Ecco. Se crediamo che l’italiano medio non sia razzista e che il razzismo sia frutto di una società conflittuale e ignorante che tira una banana, per dire l’ultima, a un giocatore n.e.r.o, bene NON è così.

“I feel like a bird today
I’m gonna show you, I’m gonna make it
Set me free”

L’importante per una foto, quello che la rende una buona foto,
è che sia vera, nel senso pieno del termine.
Che sia onesta. Senza tagli. Senza trucchi.
Senza troppi artifici tecnici.
(Man Ray)

Ho provato a sostituire la parola  ‘foto’   con la parola vita e  l’equilibrio del ragionamento resta integro.  Ho pensato alla musica, sollecitata da questa immagine.    Ho osato di più, questa volta con la parola amore  e  non una sbavatura,  calza a pennello.
Non c’è dunque limite  alla profondità di alcune semplici riflessioni.   Quel che manca ai comuni mortali è saperle legare  al quotidiano.   Quale il limite?

September Morn  Neil Diamond

cazzatelle ferragostane

 

I miei occhi sono stelle sopra un davanzale…

ma gli uomini preda di vertiginosi pensieri non salgono mai così in alto
sguardi si insinuano… in un attimo si accomodano su quel bel-vedere
rapiti dalla frenesia del testosterone che la calura estiva esalta.

paola-ferrari_290x435

foto di…maddai…vero?

 Estate

Elogio della gentilezza

Tenerezza e gentilezza non sono sintomo di disperazione e debolezza,
ma espressione di forza e di determinazione.     Khalil Gibran

«Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza»: è una celebre frase del Che a dare il titolo alla sua biografia scritta da Paco Taibo II utilizzando lettere personali e pubbliche, testimonianze, diari e documenti inediti conservati negli archivi di Cuba.
Questo è il libro che mi viene in mente partendo dal suono della parola. Tenerezza.

Mia madre era una donna tenera e gentile, io ho imparato da lei e mio figlio è gentile. Tante persone sono gentili e sanno esserlo sempre.

Il sor Renato il meccanico che, saputo che mia madre ogni domenica delle Palme mi regalava un rametto d’ulivo e che con la sua morte questo rituale mi mancava, ogni successiva domenica delle Palme mi faceva trovare immancabilmente un ramoscello d’ulivo sul parabrezza del motorino.
MI a amava il sor Renato? No, era una persona gentile.
Adesso che anche lui non c’è più io continuo a trovare il solito rametto di ulivo. Sapete chi è l’artefice di questa gentilezza? Il falegname! Forse a suo tempo ne avranno parlato.
Dunque il falegname con il quale a volte ci scambiamo un caffè e due parole mi ama? No siamo soltanto due persone gentili.

Quando di questa stagione, comprando il cocomero bello freddo ne portavo una fetta alla signora centenaria del terzo piano che non usciva da anni e viveva sola con la badante, l’amavo? No, non l’amavo ma le prodigavo un gesto gentile.

Mio figlio oggi è arrivato a casa verso l’una perché aveva dimenticato il portafoglio. Avevo comprato un etto di mortadella ‘per le emergenze’ e un pezzetto di pizza bianca. Cuore di mamma che lo a.m.a gli ha preparato una pizza ripiena saporita che lui si è portato via.
Quando dopo un’ora mi arriva sul cellulare un emoticon sorridente e un Grazie! mio figlio ha compiuto un gesto gentile perché avrebbe potuto anche sorvolare.
Oppure quando la domenica portava alla nonna il cornetto caldo e i giornali? Un gesto d’amore ma certamente anche gentile.

Amore. Tutti ci riempiamo la bocca con questa parola su cui gravano le aspettative dell’universo mondo.
Abbiamo anche imparato, come nelle commedie americane, a sciorinare sequele di ‘Ti amo’, ‘Anchio ti amo’ e poi?

Ma davvero il mondo ha bisogno di tutto questo amore che, onestamente, è impossibile provare per tutti senza distinzione?

‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ oh bella! e noi quanto ci amiamo?
‘Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te’ ecco! qui vedo maggiore coerenza. Non chiedo amore universale ma  tenerezza, rispetto, gentilezza.

Nel mondo c’è bisogno di gentilezza e se poi c’è o non ce l’amore, l’amore che indirizziamo a persone speciali, certo, per noi cambiano molte cose.  Ma non illudiamoci che l’amore così come lo vagheggiamo noi sia panacea ad ogni male.  L’amore, questo genere di amore non è onnicomprensivo, va e viene, fa bene e fa anche molto male. Noi lo sappiamo e accettiamo il gioco.

Datemi retta, al nostro prossimo mettiamo a disposizione tutta la gentilezza dicui siamo capaci e sforziamo a rincarare la dose: non basta mai.

E’ molto più difficile essere gentili che parlare d’amore a vanvera.

chiedimi se sono felice

(Hermann Hesse da Poesie Romantiche)

Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.

Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.

l'amorosaSally

Ma poi sta di fatto che l’Estate ti carica di aspettative, di quelle tue e di quelle degli altri ed io non riesco mai a sfuggire la fatidica domanda ‘..e tu dove vai?’
Una felicità da fast food, mordi e fuggi, a scadenza, io non riesco a concepirla eppure devo dire che sì, vado, e devo anche andare perchè comunque alla fine mi sentirei come di avere sciupato questi giorni anche se sdraiarmi in penombra tutto il giorno, uscire come i gatti la sera, cambiare angolazione per guardare il cielo e…Si viaggiare!

Ma, piuttosto, ricordate la strabiliante missione lunare americana del 1969? Il primo allunaggio? Ebbene da tempo circolano illazioni – che spesso ispirano inchieste e libri verità sulla presunta “non veridicità” dell’impresa. L’ultimo in ordine di tempo a tornare sul argomento è stato il regista americano Burt Sibrel, che ha tentato di intervistare sulla questione l’astronauta dell’Apollo 11, Edwin “Buzz” Al drin, uno degli uomini che parteciparono al primo volo sulla Luna. L’intervista di Sibrel – che da anni indaga sulla vicenda per dimostrare che l’allunaggio degli americani sarebbe solo il frutto di una invenzione della Nasa, messa a punto per ingannare i russi – pare non abbia dato l’esito da lui sperato.

Se così davvero fosse ‘no luna no party’,  addio sogni di gloria la Luna resterebbe lì a incantare gli artisti,  un mistero a vantaggio degli innamorati (e mio).

mi hijo mi amor (sangria!)

Ma come mai quando parliamo di cibi non elaborati eppure gustosi e ne magnifichiamo la bontà che ci cattura scopriamo che la loro origine nasce dalla cultura contadina anche la più remota?

Mettere in tavola il pranzo con la cena o semplicemente la cena intesa spesso come semplice zuppa di pane era per le donne cosa assai ardua e mentre agli uomini resta lo scettro di ‘Chef’ le donne son quelle che stanno ai fornelli, o almeno così dovrebbe ancora essere, che io sappia.

Allora mi viene in mente di segnalarvi una delle tantissime e pregevoli opere dello storico Jacques Le Goff che ci ha lasciato l’anno scorso ultranovantenne e di cui – grazie agli Editori Riuniti – ho praticamente tutti i suoi saggi.

Jean Ferniot – Jacques Le Goff
La cucina e la tavola
Storia di 5000 anni di gastronomia

“Una storia del gusto? Qualcosa di più: un viaggio che incomincia nella preistoria, passa per Babilonia e la terra dei faraoni per approdare, attraverso Greci e Romani, monasteri medievali e ricche tavolate regali, alle mode gastronomiche del Duemila.”

Sangria:

il suo nome significa sangue e deriva dall’intenso colore rosso. Ha origini contadine spagnole mentre per noi è diventata una bevanda da aperitivo molto stuzzicante nella mescolanza dei sapori.

1 litro di vino rosso (Nero d’Avola per quel che mi riguarda ma va bene qualsiasi vino rosso purchè corposo) , mentre nella Catalogna viene creata con vini spumante o bianchi.

Vino rosso corposo 1 litro
Zucchero 100 gr
Cannella 2 stecche
Chiodi di garofano6
Brandy( o Grand Marnier o Cointreau) 1 bicchierino (o bicchiere)
Mele 1
Arance 2
Limoni 2
Gassosa 500 ml
Pesche 2 medie

Affetto arancia e limone senza togliere la buccia: taglio a metà per ottenere le fettine sottili. Al contrario preferisco sbucciare sia le pesche che la mela, unisco il tutto in una fruttiera capiente. Aggiungo zucchero, chiodi di garofano e cannella, mescolo ed infine completo con il vino, la gazzosa e il liquore.
Sigillo il contenitore con la plastica trasparente lo metto in frigorifero.
Uno dei segreti è il riposo: più aspettate migliore sarà il risultato. Quindi preparare la sangria il giorno prima (o la mattina per la sera) esalterà il sapore della frutta e gli aromi delle spezie.
Non fatevi tentare dall’aggiungere cubetti di ghiaccio che ne falserebbe il sapore. Meglio congelare due bicchieri del succo da aggiungere alla Sangria prima di servirla e se proprio non potete farne a meno il ghiaccio solo nei singoli bicchieri.

Mentre scrivo sto bvendo il fondo di una caraffa di sangria perché ieri era il compleanno del mio unico erede e le ‘grandi manovre’ culinarie si sono aperte con degli stuzzichini e un bicchiere di sangria come aperitivo aspettando i ritardatari.

Un brindis queridos abrazos y buen fin de semana

Friday I’m love ….oh yes!

l’amore è (o non è)

… quando l impeto dei corpi si prosciugò fino all’ ultima goccia, e spossata lei scivolò nel sonno, perla racchiusa nel guscio del suo abbraccio, lui godeva l’ultimo brivido tra il calore delle natiche che lo avvolgevano.
Silenzio nel cielo che schiariva.  (sherazade)

La canzone è tratta dalla colonna sonora del film The million dollar hotel, nato dal ‘fortunato’ sodalizio tra il regista Wim Wenders,  Bono e Brian Eno. La interpreta  una splendida Milla Jovovich che ritroviamo anche nel film.

Film, come si dice, non facile, certamente non di evasione che forse ci aiuta a comprendere anche coloro che incrociamo ogni giorno e ci appaiono così lontani dalle nostre abitudini e consuetudini di esseri ‘civilizzati’ e sociali, o tali almeno ci riteniamo, tranne scoprire poi che in ogni cuore convivono gli stessi sentimenti di amore, odio, gelosia, egoismo, amicizia a volte più profondi in chi è costretto a vivere sul limite di un precipizio.