ieri oggi e (del doman non v’è certezza)

’Non c’è nessun paese della terra in cui l’amore non abbia reso gli amanti poeti’. Voltaire

Ho nostalgia delle mie prime lettere d’amore. Quelle che mi facevano tornare dal liceo col cuore in gola, quelle buste, tutte ‘espresso’ che arrivavano da Milano e solo guardarle mi facevano quasi svenire così sgualcite dal passaggio di troppe mani. Ansiosamente ne valutavo la consistenza, due? tre pagine?
La voce inesorabile di mia nonna che mi sollecitava per il pranzo.

Ho nostalgia del batticuore nel tornare in camera, leggerle e rileggerle, scrivere di getto altre parole d’amore nascondendole sotto la versione di greco.

Ho nostalgia del languore che mi prendeva nel letto, al buio, quando finalmente la casa diventava silenziosa e le ore si dilatavano su dettagli di baci lontani una settimana.

Ho nostalgia delle mie l ettere d’amore, poetiche dichiarazioni, lamenti,  richieste pressanti di conferme  che rendevano insopportabile l’assenza e nello stesso tempo dolce il pensiero di un nuovo incontro.

Pochi anni più tardi le parole dell’amore  si sono affidate  e logorate  in impalpabili velocissime,  spezzettate ,  comunicazioni velocissime  consumate in fretta e già subito altre.

Davvero mai come oggi i dardi di Cupido partono e attraversano l’etere deflagrano come bombe e l’assenza si frantuma in tante piccole schegge  dorose e così proprio come facevo tanti anni fa con la mia lettera, l’ultima, che mettevo sotto il cuscino, mi addormento leggendoti – freddo concentrato di nitidi caratteri – fino a quando il display non si oscura.

E nel sonno torniamo a scriverci senza contrazioni e a mandarci i mille baci per esteso senza quelle stupide, imperative costrizioni: “xxx”.

“…..Dammi mille baci, poi cento
poi altri mille, poi ancora cento
poi altri mille, poi cento ancora.
Quindi, quando saremo stanchi di contarli,
continueremo a baciarci senza pensarci….”  (Catullo)