parole e pensieri

L’amico http://banzai43.wordpress.com/ ci ha regalato l’ultima quartina di una poesia della poetessa Wislawa Szymborska che recita:
“Quando lui non mi guarda,
cerco la mia immagine
sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.”
Non conoscevo se non per ‘sentito dire’ questa poetessa polacca contemporanea, premio Nobel per la letteratura nel 1996, ed è sempre un arricchimento sperimentare nuove emozioni, sollecitata a scoprire il tutto che ignoro ma, ecco il mio ma.
L’idea che una donna ancorchè follemente presa da un uomo possa sentirsi “un chiodo, senza quadro” “quando lui non mi guarda”, questo proprio mi mette l’angoscia. Un pensiero che cozza con il percorso di conoscenza, di rispetto di sé, che le donne hanno compiuto nell’ultimo secolo e che con fatica, un po’ camminando come i gamberi, tentano di mantenere.
Abnegazione? Sottomissione? Non puo’ essere ‘solo’ per amore. Leggo i versi che precedono:
“Eva dalla costola, Venere dall’onda,
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.”
Eva dalla costola di Adamo, Venera dell’onda del mare, Minerva dalla testa di Giove. Davvero le donne sono ancora il parto di un universo al maschile che le rappresenta nel concreto?
Penso a un libro che ho letto di recente, emblematico sin dal suo titolo “La metà di niente” della scrittrice Catherine Dunne che racconta di una moglie cinquantenne, lasciata dal marito dopo vent’ anni di matrimonio. Anni nei quali lei si era data anima e corpo a quella sua metà complementare che all’ improvviso si affranca facendo terra bruciata intorno a lei che all’improvviso si rende conto di essere diventata ‘la metà di niente’. Riappropriarsi e ricostruire la propria identità autonoma, sarà lungo e faticoso però ne sarà valsa  la pena.
Altri pensieri contorti si affastellano nel mio non ragionamento e vanno dal ruolo di predominio maschile che nell’ abnegazione d’amore delle donne trae il diritto ad abusarne, a ritenerle oggetti di proprietà.
Penso che nel migliore dei modi quando si smette di amare  è perché dall’ immaginario desiderato e proiettato a completamento dei nostri sogni  alla fine emerge una personalità diversa, non peggiore né migliore, ma diversa:  “Tu sei diversa, tu non sei più quella che…”  eccolo lì,  il chiodo, un puntino nero sulla parete spoglia.
“…Quindi – come sollecita Alessandro Portelli in una sua recente intervista – anche se i nostri sogni non sono stati all’ altezza, o noi non siamo stati all’ altezza dei nostri sogni, quello che conta è che abbiamo provato a farli. Ci si può stufare dell’oggetto sognato, ma non ci si può stufare dell’attività di sognare.”

Io direi di voltare pagina.  Prendere le distanze per non diventare “Donne che amano troppo” http://books.google.it/books/about/Donne_che_amano_troppo.html?id=a3o9-XQx2g4C&redir_esc=y

Grazie a chi sarà arrivato fino in fondo a questo mio lunghissimo post 😉