la felicità bene primario

http://www.who.int/social_determinants/en/

Ho avuto l’onore di lavorare(2006-8), e forse onore è ancora troppo poco, alla stesura per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ad un rapporto sui determinanti sociali alla salute cioè sulle concause che determinano le aspettative di vita di ciascun individuo a seconda del luogo di nascita, del lavoro, e della parte di ‘felicità’ di cui ha potuto godere e come potete immaginare nascere in un continente piuttosto che in un altro produce uno sbalzo di aspettative di vita di molti anni.
Di questo gruppo di ricercatori, scienziati, filosofi, economisti, docenti universitari di tutto il mondo , suddiviso in aree geografiche,  faceva parte anche Amartya Sen, già premio Nobel per l’economia.
Da lui, per la prima volta ho sentito parlare con gravità del
“diritto biologico alla felicità” e de “la felicità come valore sociale”.
Nessuno di questi insigni studiosi, credo, potesse essere liquidato con lo stampino “comunista” (fatta eccezione conclamata  per il mio ‘capo’ e ovvio la sottoscritta). Semplicemente, tutti dal loro osservatorio specializzato, hanno radiografato un mondo che se vuole sopravvivere non può più rispondere  soltanto e unicamente ai ‘must’ dei mercati e dell’economia e che per svilupparsi ha bisogno di raggiungere e appropriarsi di qualcosa che non è monetizzabile: la felicità.
 Questi obiettivi alt®i  se allontanati e di fatto negati spostando all’infinito il tempo del riposo, il tempo concreto e non ansiogeno degli affetti e della cura di sé e dei propri interessi, logorano  azzerando quelle migliori aspettative  che impongono sacrifici per tutta una vita lavorativa dei più.
Un cane che si morde la coda.

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12 thoughts on “la felicità bene primario

  1. massenzio ha detto:

    Bello, e dolorosamente vero. E’ il male congenito del pensiero occidentale, mi sa, al punto che se persino gli Yankees hanno inserito il diritto alla felicità nella Carta, una ragione ci sarà. Anche se al solito danno buoni consigli nel momento in cui danno anche il cattivo esempio.

  2. sherazade ha detto:

    un pessimo esempio dovuto anche a gravi situazioni contingenti che esulano dal programma iniziale che ci ha fatto tanto sperare nell’Obama avvento.

    sherarattrappitadalfreddoedallemorseallostomachino

  3. Rita ha detto:

    La felicità non è monetizzabile, ma neppure misurabile. E non si può nemmeno lavorare per ottenerla, perchè non c’è una ricetta universale. Alcuni scienziati pensano che la felicità sia genetica e congenita, quindi indipendente da ciò che abbiamo e da chi ci circonda. Più che al diritto alla felicità, dovremmo pensare al diritto al rispetto, al diritto alle cure sanitarie, al diritto di poter decidere quando e come morire, al diritto ai beni primari…

    • gianbilico ha detto:

      Pensare a troppi diritti si rischia di avere una congestione se poi si tocca il tasto diritto e lo si associa al macabro si può dire che il siamo dentro il secolo dei lumini.

  4. sherazade ha detto:

    Rituccia
    che bello leggerti. tutto bene? ero passata ma tu eri ferma nella ristrutturazione.

    Mia cara, tutte le cose che tu hai elencato concorrono e sono strattamente legate al concetto di ‘felicità’. Una vita indegna, “povera” di risorse, irrispettosa dei sibogni primari e non, la poca o nulla assistenza, sono fattori che negano di fatto l’accesso alla felicità intesa come bisogno primario di riconoscimento.
    Se leggi l’inglese ho inserito il link del rapporto.

    Definire FELICITA’ e non meramente RICCHEZZA i bisogni cui ogni persona deve tendere per me è di per sè rivoluzionario.

    sherunabbraccio

  5. crimson74 ha detto:

    Ti rispondo sul tuo ultimo commento: a ‘sto punto fatte dà un ingresso gratis alla Mostra… ;-D

  6. rudiae ha detto:

    abituati come siamo a pensare che la felicità risiede nell’avere, nel possedere, e a identificarci con quel che facciamo per vivere (io sono il mio lavoro), figurati se ci lasciamo perturbare dall’idea di lavorare per l’eternità!
    va be’… che sto a di’, proprio io poi! :-))
    un bacio!

  7. sherazade ha detto:

    Ru’

    dovremmo tutti, chi piu’ chi meno’ rispolvera il caro Fromm e ci sentiremmo tutti più “felici” anche se condivido appieno il pensiero “rivoluzionario” di Armatya Sen.

    sheraspettandotempimigliori

  8. Rita ha detto:

    Tutto bene. Grazie, Shera. Nei giorni scorsi non ho potuto dedicarmi al blog e neppure alla lettura dei post degli amici, perchè impegnata con il lavoro e presa dalla mia congenita incapacità di organizzarmi.
    Sì, conosco l’inglese. Stasera con calma (ho dato un’occhiata e ho visto che ci sono parecchie pagine) vorrei leggere il rapporto che hai segnalato nel link.
    Un abbraccio!

  9. matemauro ha detto:

    Da matematico mi sentirei di dire che la felicità è la retta asintotica della vita, ovvero che in un mondo ideale a essa bisognerebbe (sarebbe opportuno, auspicabile, occorrerebbe creare le condizioni per…) tendere… 😉

    Sen e Hobsbawn… che accoppiata! Qui dove ne abbiamo parlato, tempo fa…

  10. katherine ha detto:

    Sicuramente la ricchezza non dà la felicità, ma anche la povertà non contribuisce sicuramente al suo raggiungimento. Come al solito, la via giusta sta nel mezzo. Ogni persona, per essere serena, se non felice, ha bisogno di salute, lavoro ed un tetto sulla testa, ha bisogno di sentirsi utile edapprezzata, di amare ed essere amata.
    Purtroppo è risaputo che i grandi dolori, le eccessive preoccupazioni, la frustrazione e l’insicurezza abbassano le difese immunitarie rendendo le persone fragili e potenziali vittime di malattie anche gravi.
    Di questi tempi temo che i licenziamenti improvvisi e la conseguente disperazione per non sapere come sbarcare il lunario e mantenere la famiglia, provocheranno un bel po’ di esaurimenti nervosi e malattie affini.

  11. sherazade ha detto:

    Kathy

    sappiamo tutti che il termine ‘felicità’ ingloba una serie di stati d’animo e fisici ai quali di riferisce Armatya Sen. E mi pareva importante sottolinearlo in questi momenti gravi che stiamo tutti noi passando pensando al nostro futuro e sopratutto al futuro dei nostri figli.
    Ecco che la ‘felicità’ la possiamo solo intravedere nella sicurezza di una vita migliore. Migliore, non ricca economicamente ma con degli obiettivi che possano realizzarci o realizzare chi ci circonda:tutti.

    Penso a chi ha perso il lavoro, a chi non lo trova a chi vorrebbe averlo e mi chiedo se guardando al loro futuro, abbracciando i loro cari, possano godere del bene della felicità. Non lo credo e dunque attraverso le buone politiche che questo si puo’ ottenere.

    sheracongrandeaffettolontanoneltempodeiblog 🙂

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