Luglio il bene che ti voglio

La mia prima volta fu il 21 luglio di un mio compleanno.
Lui era un ragazzo più grande di me e quella era la sua principale, vera attrazione ai miei occhi.
Andava all’università, aveva una macchina tutta sua, addirittura una Triumph decappottabile  ovviamente rossa,   e mi veniva a prendere all’uscita del liceo con quell’atteggiamento da bulletto figlio di papà  – come cambiano i gusti! – che ne faceva l’idolo delle mie compagne di classe. E più lui attirava l’attenzione  e più le mie quotazioni anche nell’ambito dei miei foruncolosi coetanei salivano.
Niente da dire:  piacere mi piaceva,  non mi era indifferente ma lì finiva e forse questa mia tiepitudine  lui la percepiva come una ferita al suo orgoglio  di giovane maschio e invece di mandarmi a quel paese si intestardiva.
Inconsciamente avevo innescato le  regole del gioco : “in amor vince chi (s)fugge” ma quando poi sei nella rete prima  o poi comincia  la mattanza e allora giù lascrime e sofferenze. Mal d’amore.

21 luglio, primo pomeriggio. Mano nella mano stavamo risalendo dal mare ed apparentemente senza malizia prendemmo  per la collina verde che difende da occhi indiscreti le  poche case a strapiombo sulle rocce bianche di salsedine.
Rapallo era un posto di villeggiatura riservato quasi totalmente a torinesi e milanesi, certo era anche una meta da signori ma era soprattutto il luogo di villeggiatura più prossimo,  ed è stato il primo mare di cui ho memoria in tempi in cui  i ‘bambini’ raramente viaggiavano e ancor più raramente, indistintamente tutti,  utilizzavano l’aereo.
Suvvia! non è preistoria solo la seconda metà del secolo scorso.

Sdraiati,  attorcigliati l’uno all’altra con fili d’erba già secca che mi pungevano le natiche, sudati, ansimanti, il sangue che pulsava forte,  ricordo di aver pensato in un battito di ciglia socchiuse  “Lo faccio!” determinata come una Giovanna d’Arco e con la ribellione di chi si scontra con una regola  mi sono lasciata andare alle sue mani, alle sue labbra ed era una sensazione strana, di piacere e di smarrimento.
L’anatomia maschile (il Walter per citare la Litizzetto)  non era un mistero perché nella mia famiglia, soprattutto mia madre non svicolava di fronte agli interrogativi anche scabrosi su quelle curiosità che si affacciano  con l’avanzare della pubertà.
I bambini non nascevano sotto i cavoli, cavolo!, , né venivano portati dalla cicogna ma…
Erano volate via le mutandine del costume lui mi stava addosso e sentivo tutto il suo peso centuplicato, sembrava che rantolasse,  mi toglieva il respiro, era maldestro,  se aprivo gli occhi vedevo il suo viso deformato come in uno specchio rotto e allora li richiudevo veloce. Cercavo di  concentrarmi sulle sensazioni piacevoli lette e immaginate, sublimate nella pagine dei libri.
Poi  quel qualcosa di estraneo e grande che all’inizio pulsava forte sulla mia pancia  scese  centrandomi in pieno! cercando di entrare dentro di me  premeva,   premeva con forza, e più io sentivo dolore e più avevo paura del dolore. Ormai ero tesa come una corda di violino e come un violino cui si rompe una corda  la mia voce  uscì stridula, alta e piagnucolosa: “Ho paura, basta”.
Ma si sa, a quell’età la natura è natura, dicevano i contadini un po’ marinai della zona, e noi ci abbiamo riprovato qualche giorno dopo con più cautele ma sono dovuti passare  anni e c’è voluto il primo vero grande amore perché io riuscissi ad amare l’amore, apprezzare il mio corpo e la magia della musica che riusciva ad esprimere.

 

Buon compleanno vecchia mia!